domenica 3 settembre 2017

LA NOTIZIA ARRIVO' IN UN BALENO

Lo scorso 8 luglio è stato un bel pomeriggio a Sassoferrato e per Sassoferrato, che grazie alla scrittura di Loredana Lipperini, autrice di “L’Arrivo di Saturno”, ha ritrovato la vita e la carica ideale di due persone care alla città come Italo Toni e Graziella De Palo. C’era la Sala Ottoni piena, c’erano i familiari di Italo, il fratello Aldo, il cugino Alvaro Rossi, il nipote e la cognata. Oggi ricorre il 37° anniversario della scomparsa di Graziella ed Italo, usciti quella mattina da un albergo di Beirut, e poi spariti. Una storia che ancora oggi, purtroppo, per primo nelle Marche, è scarsamente conosciuta. E di conseguenza, dopo 37 anni, è una Memoria che ha ancora bisogno di essere costruita. E sarebbe importante e significativo se, sull’emozione di un pomeriggio d’estate a Palazzo Ottoni, la Città di Sassoferrato scegliesse a breve, oramai per il prossimo anniversario, di dare un segno concreto e visibile, alla costruzione di questa Memoria, e alla vita, alla passione e alla professionalità di due italiani come Graziella De Palo e Italo Toni; entrambi, allo stato civile, tutt’ora scomparsi.
C’è bisogno di segni concreti per sentire la Memoria, c’è bisogno di un luogo, uno spazio, un contenitore pubblico, dove i parenti e i cittadini possano ricordare due persone care, non avendo una tomba, una lapide su cui appoggiare un mazzo di fiori. Perché Sassoferrato, è stata ed è la città di Italo Toni, scomparso in Libano insieme alla collega ed ex compagna Graziella De Palo, il 2 settembre 1980.
Di loro ad oggi non si è saputo più nulla. Sulla loro vicenda Craxi, Presidente del Consiglio, allora mise il Segreto di Stato, parzialmente rimosso solo nel 2015. Erano quelli gli anni, di un’Italia in cui era facile sparire. Era, quella del 2 settembre 1980, quando Graziella ed Italo scompaiono, un’Italia ancora sgomenta e provata dalla strage della stazione di Bologna giusto il mese prima, e da lunghi anni di stragismo e terrorismo; che neanche si accorge che due giornalisti quella mattina, usciti da un hotel di Beirut, non vi faranno più ritorno, diventando, anche loro, uno dei tanti “misteri d’Italia”. E probabilmente, il “più mistero di tutti”.
Graziella e Italo erano andati in Libano, perché seguivano delle tracce che avevano a che fare con la strage di Bologna, con traffici di armi, con servizi segreti, con l’OLP, con palestinesi e fascisti, con le stragi dei treni e Ustica. E, soprattutto, con il “Lodo Moro”. Ovvero, quel patto tacito e mai scritto, ma mai smentito, tra lo statista DC e i servizi segreti palestinesi, in cui lo Stato avrebbe consentito, chiudendo un occhio, il passaggio di flussi di armi attraverso il nostro Paese, in cambio che in Italia non avvenissero attentati di matrice mediorientale. Un patto che ha retto e che, a guardare bene, regge anche oggi…
Ma Graziella ed Italo, avevano intuito che a Bologna il 2 agosto, qualcosa di quel patto, non aveva funzionato. E avevano deciso di partire per Beirut. Aldo Toni, fratello di Italo, e Alvaro Rossi, il cugino del giornalista: loro per decenni hanno lottato per conoscere la Verità, hanno incontrato Pertini, il Papa, Arafat, Presidenti del Consiglio e Ministri, alti e oscuri funzionari e faccendieri dei servizi segreti; hanno cercato di tenere viva una memoria; Alvaro ha creato un sito e scritto un libro inchiesta anni fa.  “Poi a un certo punto – ammette con sofferenza Alvaro – mi sono fermato, quando ho capito che essere “il parente delle vittime”, stava diventando un lavoro“.
Perché in Italia è così, si può restare “parenti delle vittime” per sempre. I parenti e gli amici di Italo e Graziella, forse, oggi hanno fatto i conti, quelli privati, quelli dell’anima, con questa dolorosa vicenda. Chi non ha fatto ancora i conti con la storia d’Italo e di Graziella (non ha voluto?, non ha potuto?, non ha saputo?) è l’Italia, lo Stato, la Repubblica, come con tante altre, passate e più recenti, drammatiche vicende. Perché, come scrive Loredana Lipperini, l’autrice del libro “L’Arrivo di Saturno”, “tutti i romanzi mentono, ma chi ha mentito nel mondo reale non lo ha fatto per raccontare, bensì per far dimenticare“.

2 settembre 2017


venerdì 1 settembre 2017

ERA UN MONDO ADULTO SI SBAGLIAVA DA PROFESSIONISTI

‘Nessuno ci ha chiesto cosa volevamo fare’; ‘Hanno deciso sopra le teste della gente del paese, non sappiamo mai nulla, nessuno è stato coinvolto’; ‘Abbiamo una grande ragione per rimanere qui e mille per andarcene’.

A leggerli, questi pensieri, si potrebbe attribuirli a quelle che un famoso sociologo, di giovanile militanza eversiva, ha definito “comunità rancorose”; genti marchigiane indigene, abitanti l’Appennino terremotato. Oppure a esponenti incarogniti di qualche comitato. O alle “tribù”, a cui una nota fondazione economica marchigiana vuol spiegare, e imporre, “il come” si fanno rinascere queste zone dell’Italia centrale, piegate dal terremoto dodici mesi fa, ma cannibalizzate per decenni dal distretto industriale di un “capitalismo dolce”.

E invece no, quelli sopra sono i pensieri di alcuni ragazzi e ragazze di Arquata del Tronto, che hanno tutti intorno a vent’anni, e che da un anno animano una pagina Facebook che si chiama “Chiedi alla polvere/Ask the dust”. Si definiscono “un gruppo di ragazzi colpiti dal terremoto del 24 agosto nella zona del centro Italia, abbiamo la fortuna di poter raccontare la nostra esperienza e l'unico nostro obbiettivo è non cadere nel dimenticatoio e poter descrivere a tutti com'era, com'è e come secondo noi sarà il nostro territorio che se pur ferito ha una forza d'animo da poter trasformare il voler fare nel poter fare.” Il loro slogan è “Chi dimentica è complice”.

Li ho conosciuti un anno fa, e alcuni li ho ritrovati qualche giorno fa; sui social non li ho persi mai di vista, sulla pelle li ho sentiti sempre vicini.

Scrivono, informano, raccontano, si tengono stretti tra loro, sballottati qua e là sulla costa o in pianura, dopo l’esplosione sismica del loro paese.

Non hanno titoli accademici, non fanno i conferenzieri a gettone, non coniano espressioni del cazzo come “capitalismo dolce” e “sociologia delle macerie”.

Però, alla fine, sono gli unici che hanno presente, in questo anno che è passato da quel 24 agosto, e contrariamente ad un mondo adulto e alla filiera dei soggetti decisori, ed al di là dell’emergenza, della devastazione, delle inefficienze e dei ritardi, della mancanza di una visione della ricostruzione, qual’è il nodo vero che le crepe dell’Appennino hanno fatto affiorare: la mancanza, colposa o dolosa (agli esperti l’ardua sentenza), di reali pratiche di partecipazione democratiche nei territori colpiti dal sisma.

Passaggi fatti di informazione, ascolto, coinvolgimento, mediazione, sintesi e decisione condivisa. Quelli che riescono a far sentire, anche chi ha perso tutto, e da un anno stenta a vedersi nel lungo periodo, meno solo, meno abbandonato, meno disperato. E che servono a preservare in ciascuno i valori della dignità, della cittadinanza, di un senso di appartenenza ad una comunità civile più ampia.

Se questi giovani non verranno sopraffatti alla lunga dalla #strategiadellabbandono, e sapranno resistere, insieme a tanti altri sparsi sull’Appennino, saranno loro i veri artefici della ricostruzione; ma non tanto e solo di quella materiale, ma di un’idea di territorio e di comunità, e di ripristino di normali pratiche di democrazia, come sono quelle che fondano il loro riunirsi ed essere semplicemente comunità di giovani donne e uomini, e non associazione, comitato, o altro soggetto organizzato.

La #strategiadellabbandono, dopo un anno ha sempre nuove lusinghe, fondate su un “IO” (pubblico o privato) che decide e impone (e solo quando va bene comunica) cosa va fatto per il bene del territorio e di tutti; “IO” decido che ti deporto, IO decido quale economia e lavoro sulla montagna, IO decido quale ricostruzione, IO decido che il tuo paese non può essere ricostruito, etc etc. E molte volte lo fa anche inventandosi perlopiù puttanate finalizzate a riempire qualche saccoccia, spesso sempre le stesse. L’antidoto è la rimessa in campo di un “noi” e di un “insieme”.

Ma è uno scatto che deve fare anche il genius loci, superando piccoli e arcaici egoismi, opportunismi, rendite di posizione, lasciandosi contaminare da innesti che hanno scelto di vivere sull’Appennino come fatto valoriale e non pecuniario, dandosi una classe dirigente locale migliore e più all’altezza delle sfide, isolando una volta per tutte quelli che Franco Arminio chiama “gli scoraggiatori militanti.

“Bisogna andare avanti e ricostruire meglio di prima”; “Valorizzando il nostro paesaggio”; “Si potrebbe puntare la ricostruzione sul turismo”; “E quindi anche su un’economia che prima non c’era”; “Deve vivere di questo, non di centri commerciali”.
Eccoli qua i ragazzi di Chiedi alla Polvere, hanno le idee chiare e, soprattutto, sono integri. Al contrario di altri, corrosi da qualche ideologia perduta, o avvezzi alla marchetta istituzionale.


L’Appennino può contare su di loro. Deve. 





giovedì 27 luglio 2017

DI NUTRICI, DI NOCCIOLE E DI ALTRE SCIOCCHEZZE

Fa caldo a Fiastra, sotto il gazebo sopra il lago, affollato di persone. Non è come l'ambiente climatizzato di una sala convegni di uno storico hotel sulla costa. Certo, qui c'è la vista lago, anziché la vista mare; quel lago, dove riconosci subito sulle sponde i segni naturali dell'abbassamento forzoso del livello dell'acqua, fatto mesi fa per precauzione sismica. Così come, arrivando lì, e attraversando il borgo di Fiastra, sono dolorosamente evidenti i segni lasciati dalle scosse terribili del 2016 e, insieme, i segnali di una precaria quotidianità continuata in nei m.a.p. (container): le poste, la farmacia, qualche piccola attività commerciale. Container e case puntellate che ridisegnano un nuovo, indesiderato, ibrido modello urbanistico. Le decine di persone, eterogenee per provenienza, età, attività lavorativa, sono i partecipanti al Festival di TERREINMOTO Marche, la rete di associazioni, movimenti, cittadini, imprese locali, nata all'indomani dei terremoti devastanti per questo tratto di Appennino (da Fabriano ne fa parte il Laboratorio Sociale Fabbri). Che in dieci mesi e oltre oramai, volontariamente e quotidianamente, si è prodigata nella solidarietà, nell'informazione alle popolazioni colpite, nel rappresentare nei confronti della filiera istituzionale i bisogni e i diritti di quanti, in qualche minuto, hanno perso tutto: persone care, casa, lavoro, relazioni personali e sociali, e che si trovano sballottati e rimpallati tra camping e alberghi, ordinanze e scartoffie. E che rischiano, questo sì molto dannoso, di perdere dopo oramai undici mesi, la cosa meno materiale ma più preziosa che posseggono: la propria dignità di cittadini. Non ci sono, tra i volontari e gli animatori di TERREINMOTO, personalità di caratura accademica, o di lungo corso politico-istituzionale, o manager di aziende o fondazioni; piombati sul posto per le poche ore circoscritte ad un seminario o un convegno, anche se fino a qualche giorno prima l'Appennino marchigiano per questi era solo un puntino elettronico su Google Map. Ci sono giovani donne e uomini molto anonimi, molti dei quali laureati e con competenze qualificate, che ogni mattina hanno un grande, ma molto comune, obiettivo: svegliarsi per mettere insieme, come si dice, il pranzo e la cena; per sé e per la propria famiglia. E che sono associati da un unico, qualificante, comun denominatore: vivono, abitano (o meglio diversi abitavano), sull'Appennino colpito dal sisma. E, cosa assai incredibile, non  si prefiggono come altri di far rivivere, rinascere o risorgere l'Appennino; azioni peraltro, almeno le ultime due, che presuppongono una certa dose e facoltà di mistica e trascendenza. Quelli molto accaldati, che spostano le sedie a seconda di come gira la palla del sole all'orizzonte, sotto la tensostruttura sul prato, per riposizionarsi, non tanto a livello politico o professionale, ma semplicemente in base all'ombra di cui beneficiare, hanno semplicemente tre piccoli obiettivi molto terreni: “Tornare, Resistere, Ricostruire” (il tema del Festival). E un grande, enorme, emergenziale questione, che le faglie dell'Appennino, sconquassandosi, hanno portato a giorno: quale modello di democrazia esiste nella gestione dei territori, e nelle politiche per quanti vivono e lavorano in montagna? Perché, alla fine, il tema profondo che in questo caso il terremoto ha rimesso al centro, ma che potrebbe essere anche qualsiasi altro evento naturale che mette in relazione uomini e paesaggio, è proprio la democrazia. E guardando a molte delle procedure, sia legate alla gestione dell'emergenza che alle fasi successive, è evidente che l'indice di democrazia è abbastanza basso, quasi alla stregua di qualche paese autoritario della penisola araba con cui le nostre Istituzioni intessono rapporti di affari; e questo non solo per il post terremoto 2016, ma già dalla catastrofe del 2009 a L’Aquila. Pochi sanno che, ad esempio, nelle strutture adibite ad accoglienza della Protezione Civile, non vengono serviti caffè, alcolici, alimenti eccitanti in genere, e che per chi vi si trova a viverci temporaneamente, è fatto divieto di riunirsi in gruppo o comunità  Una sottrazione di concertazione delle scelte con le persone interessate, una spoliazione di ruolo delle autonomie locali, la mancanza di ascolto dei bisogni e delle peculiarità di chi sull'Appennino ha vissuto, e che vuole tornare per perseguire un proprio ed indipendente modello di vita, economia, relazioni. E TERREINMOTO, in questi mesi di questo si sta facendo carico, di ascoltare condividendo, di rappresentare allargando la partecipazione e il coinvolgimento, di mettere al centro di un percorso le persone. Di definire, partendo da una relazione fisica e quotidiana, una ricostruzione che non sia solo edilizia, ma ancor prima culturale, sociale ed economica. E il rapporto diretto, la relazione, definiscono un quadro più nitido di qualsiasi indagine del Censis, rispetto alle priorità per l'Appennino e la quotidianità dell'abitare sui territori montani. E due sono gli architrave di questa ricerca empirica e diretta, fatta non con la statistica e i questionari, ma per strada: la prima, che va posta fine alla rapina perdurante da decenni, in virtù di un profitto di pochi, del territorio, del paesaggio e delle risorse della montagna, che sono beni comuni (quindi per essere chiari, ma solo per fare un piccolo esempio, basta con infrastrutture e grandi opere, utili solo a qualche portafoglio). Poi, la seconda, che il futuro dell'Appennino non passa attraverso l'idea di un'economia turistica che lo trasformi in una sorta di grande resort o “villaggio vacanze diffuso” per ricchi, in cui la vita di chi ci vive ed abita, anziché la risorsa principale, diviene un fastidio (e per cui il perseguire politiche di abbandono e spopolamento è funzionale a ciò), un Appennino anziché di cittadini, per qualcuno di nuovi dipendenti. Già prima del terremoto, sull'Appennino molte erano le esperienze avanzate di agricoltura, pastorizia, ecoturismo, fatte da giovani che, partendo spesso da radici familiari, avevano le conoscenze e le competenze per far convivere "il pero con il computer". Per cui, tanto più ora, non c'è bisogno di qualcuno, che in virtù di un buonismo lacrimevole e predatorio al tempo stesso, arrivi da fuori per imporre un suo modello di sviluppo senza alcun rapporto di ascolto e confronto con i territori, finalizzato ufficialmente ad un generoso impegno per il rilancio della montagna ferita dal terremoto. Soprattutto poi, se questi “qualcuno”, sono gli stessi che in passato l’Appennino, per interessi economici propri, l’hanno spolpato quasi fino all’osso. A chi vuole tornare, resistere, ricostruire, non servono progetti di zootecnia intensiva perseguiti da colossi dell'agroalimentare, già trombati e respinti da altre Regioni e che si pensa di riciclare nelle Marche; come non servono progetti di frutticultura intensiva perseguiti da grandi aziende alimentari, senza una vocazione agronomica  in questo territorio, e non vincolati a rigorose prassi di coltivazione biologica. All'Appennino ferito dal terremoto, serve per prima cosa, il rispetto dei principi cardine della Costituzione Italiana: un sistema Istituzionale che garantisca diritti, servizi, legalità, rispetto e tutela del territorio. Se la ricostruzione passasse per declinare e perseguire anche e solo i valori costituzionali, saremmo già un pezzo avanti; ma invece dopo 11 mesi non è così... Queste riflessioni, e la conseguente definizione di politiche e scelte, allora, bisogna farle sul posto, al caldo e con qualche zanzara intorno, a contatto con la stanchezza negli occhi di chi dorme da mesi in una roulotte, per non far mancare niente alle sue pecore e mucche, o incrociando le lacrime di chi da quasi un anno non ha più una comunità con la quale intessere relazioni, perché quelle persone sono state deportate, frammentate e divise tra alberghi e camping marini, o guardando da un prato sopra un lago la bellezza e la devastazione. Politiche dal basso, partecipazione, dialettica confronto e, solo alla fine, decisione. Se si inverte il processo, e si guarda all'Appennino e ai suoi abitanti, come i corpuscoli su un vetrino di laboratorio, e si pensa e decide per loro quale debbano essere la cura e la terapia, si diventa conseguentemente nemici dell'Appennino e dei suoi abitanti; e nemici da sconfiggere; "quando la vita viene aggredita dall'esterno - diceva una ragazza sotto il tendone - la vita reagisce". L'incontro di Fiastra, e il percorso dell'esperienza di TERREINMOTO, ha davanti a sé ora una grande responsabilità e opportunità: riaprire, partendo dal dramma del terremoto e dal percorso della ricostruzione, la partita della democrazia nei territori, contro ,l'imposizione di un modello economico di depredazione delle risorse, nello spirito tale e quale a quello di quanti ridevano di notte nell’aprile 2009 e nell’agosto 2016. Un percorso, che passa attraverso l'estensione  e la saldatura di una rete di cittadini che attraversi tutta la dorsale italiana: da chi si batte per la difesa degli ulivi (e non solo) nel Salento, per l'acqua pubblica in Abruzzo, contro un gasdotto che attraverserà tutto l'Appennino per oltre 600 km passando sotto tutte le faglie attive che si sono attivate dal 2009 ad oggi, fino a chi lotta contro lo scempio e i micro terremoti causati delle grandi navi da crociera nella laguna veneziana, e contro la tav torino-lione; e tanti, oramai veramente tanti, altri. Alla fine, tutta la riflessione di questi mesi e di Fiastra, la sintetizza spontaneamente, sotto il gazebo sul lago, Enzo Rendina, che è venuto insieme ai volontari del Gus. Enzo è stato l'ultimo abitante di Pescara del Tronto; ha aiutato in quella tragica notte del 24 agosto a cercare i vivi ed i morti tra le macerie; poi lui non se n'è voluto andare, non ha voluto farsi deportare, ed è rimasto lì in una tenda fino a gennaio di quest'anno; quando una sera  l'hanno arrestato e carcerato, per inosservanza dell'ordinanza del sindaco (“s” minuscola in questo caso) che intimava a lasciare il territorio comunale a qualunque essere vivente. Ora è sotto processo che, come è tradizione, durerà anni. È un uomo buono e mite Enzo, si vede dagli occhi; ha solo un amore esagerato per la sua terra, e per il suo paese che è stato polverizzato dalle scosse. I giornali nei mesi scorsi l'hanno definito "irriducibile", perché non se ne voleva andare; una parola che richiama notti buie per la democrazia. "Irriducibile io? - si domanda Enzo sotto il tendone di Fiastra - Gli irriducibili sono loro, non si fermano mai".

DI PISTE CICLABILI E SCELTE DI CAMPO. CULTURALI E IDEALI

Può una pista ciclabile diventare il paradigma di come si possa intendere il destino dell’Appennino? Perché in fondo è questo, io credo, il nodo della questione che si apre, a seguito della proposta della Regione Marche di destinare una cospicua parte del ricavato degli sms solidali post sisma (5,5 milioni di €); ovvero a realizzare parte di un tracciato molto più lungo, di carattere ciclabile, che attraversa dalla costa, i territori e le comunità colpite dai terremoti. Con lo scopo di rilanciare il turismo in quelle zone. Non entro nel merito, certamente legato ad un senso di etica pubblica, sulle finalità di utilizzo dei fondi; sarebbe semplice e scontato. Sull’Appennino italiano vivono all’incirca complessivamente oltre 20 milioni di persone; non sarebbe una forzatura, ma avrebbe anche giustificazione storica, culturale, sociale ed economica, parlare di un Popolo dell’Appennino. E allora il turismo rappresenta certamente un aspetto, importante ed anche di sviluppo, ma della sola dimensione economica. Se però nel mentre, a causa di una catastrofe naturale, i terremoti del 2016 ad esempio, o di scelte politiche ed istituzionali che negli anni hanno perseguito, e perseguono tutt’ora, lo spopolamento e l’abbandono dell’Appennino (perché tenere le persone in montagna costa, sono poche e disaggregate, e quindi il rapporto investimento pubblico/ritorno elettorale è fortemente negativo), le aree montane rischiano una desertificazione definitiva, quale turismo si vuole? Semplice: quello di un territorio Appenninico trasformato in enorme villaggio vacanze, come la costa egiziana per capirci, con tutto tranne che gente che ci vive, fa figli, cura il territorio, lavora, e muore persino. Un Appennino ad uso (meglio abuso) e consumo stagionale, in cui ci puoi anche far passare un gasdotto come quello Gazprom/Eni/Snam, e trasformare un cementificio fallito in un megaimpianto di termovalorizzazione (detto comunemente inceneritore). E in cui hanno senso, ad esempio, sette eliporti quasi confinanti (pagati nelle intenzioni anche questi dagli sms solidali).
Il prossimo fine settimana, quello dal 21 al 23 luglio, nelle Marche ferite dal terremoto, ci saranno due importanti ed autorevoli consessi dove approfondire quale futuro si vuole per l’Appennino. Il primo è “RINASCO – le Città Creative per l’Appennino”, promosso dalla Fondazione Merloni. Con conferenzieri di prestigio, ma senza alcun radicamento nel territorio. Un soggetto, quello promotore, espressione di una cultura politica che nei decenni ha già spolpato l’Appennino quasi fino all’osso, e che ha perduto in conseguenza di ciò ogni credibilità; ma che adesso lo vede come un nuovo e grande business legato al “turismo del resort”. Un Appennino di nuovi dipendenti, ma non di abitanti e cittadini. Poi c’è "Terre in Moto Festival - 20/23 luglio, Fiastra (MC)" al Lago di Fiastra. Promosso da una rete di associazioni, imprese, cittadini, che da dieci mesi si batte (e si sbatte) per aiutare, sensibilizzare, informare le comunità colpite dal sisma. “Tornare, resistere, ricostruire” è lo slogan dei tre giorni, o meglio le parole forti di un vero progetto politico; sono previste escursioni, spazi per bambini, cibo a km0 della aziende agricole ferite dal terremoto, incontri su temi di carattere democratico, sociale e ambientale, con relatori protagonisti di lotte quotidiane nei territori. Un Appennino di persone che vogliono essere protagoniste del proprio futuro e della salvaguardia del territorio. Due visioni, due mondi, due idee di Appennino diverse, e giustamente antagoniste. Decidete liberamente da che parte stare e dove passare quei tre giorni. Ma sappiate che si tratta, ancor prima di uscire da casa, di fare una scelta di campo culturale ed ideale; non senza ripercussioni per l’Appennino ed il suo popolo di abitanti.
* pubblicato da Genziana Project il 13.07.2017

domenica 2 luglio 2017

VIALE DELLA RINASCITA n. 1

L'ha tenuto stretto tra le mani tutto il tempo dell'incontro, quasi due ore, senza muoverlo, senza appoggiarlo neanche sulle ginocchia, come fosse la cosa più preziosa del mondo. È rimasta seria, sempre, accigliata, con lo sguardo fiero da donna dell'Appennino, attenta ad ascoltare tutte le parole che si dicevano, come se non volesse perderne anche una. Aveva sorriso solo prima di sedersi per l'incontro, prima con gli occhi enormi, sgranati, come quelli di una bambina, solo dopo con le labbra; quando Laura (mia moglie, cosi palesiamo subito il conflitto di interessi), gli aveva detto che lì dentro c'era il suo nome, si parlava di lei. Lì dentro, è lì dentro il libro "I Racconti di San Pellegrino", che oggi veniva donato agli abitanti di S. Pellegrino di Norcia. Pagine e parole scritte prima con l'anima e poi con la tastiera dai tre autori ternani, Laura, Marco e Marco, la cui vendita andrà a sostenere il progetto di Rifiorita, con cui da mesi ex liceali oramai cinquantenni hanno coinvolto una intera città, Terni, dai boy scout agli ultrà della Ternana. L'obiettivo è quello di raccogliere la somma necessaria perché a San Pellegrino, piccolo paese di poco più di cento abitanti nella piana di Norcia, possano avere a breve una struttura da adibire a centro sociale. "Che cosa vi serve - avevano chiesto loro ai primi di novembre - cosa possiamo fare?" E loro, che dal 24 agosto non avevano più nulla, perché tutto il paese è stato polverizzato dal terremoto, avevano chiesto non una cosa per sé o per altri in particolare, di emergenza o di prima necessità, ma qualcosa per tutti, che ristabilisse il senso della comunità, della relazione, dell'appartenenza: un centro sociale; strani questi montanari... E stamattina erano tutti lì, nel viale ritagliato dal villaggio "Della Rinascita", che separa le SAE dove abitano da febbraio gli abitanti. C'era molta emozione, nel ritrovarsi, nel rivedersi. Eravamo stati qui il 27 dicembre e il clima era diverso, ma sempre di speranza e di battaglia. Ma appena sceso dalla macchina, sentivo che c'era qualcosa di strano, che non andava... Non sentivo quel tanfo maleodorante e putrescente della Strategia dell'Abbandono (e di quanti la perseguono), che si annusa subito nelle Marche. Ma non tanto perché ci sono le SAE abitate dai primi di febbraio, che avevo visto già consegnate e pronte da montare il 27 dicembre (nelle Marche, ad Arquata del Tronto, dal 24 agosto, stesse procedure, i primi assegnatari sono entrati in casa il 30 giugno; così, per dire...). Ma perché qui, da quella mattina del 24 agosto non se n'è andato nessuno, e nessuno li ha deportati al mare forzosamente, ma sono rimasti a San Pellegrino, hanno potuto montare tende e casette fai da te nell'orto in giardino senza essere denunciati per abuso edilizio; è vero, qualcuno timidamente ci ha provato a proporgli di andare al mare e al lago, ma loro hanno reagito come comunità, hanno resistito, tutti per uno e uno per tutti. Hanno tribolato, è stata dura con l'inverno, gli animali, ma stamattina sono comunque contenti di esserci, di stare qui, di accogliere. Una famiglia mi invita per un caffè dentro la loro SAE. Ho voglia di un caffè, ma mi sento di disturbare, di invadere la loro ritrovata stabilità precaria. Accetto, e nell'entrare mi viene l'istinto di togliermi le scarpe come si usa fare in Giappone, in segno di rispetto. Prendo il caffè, in piedi, anche se sono stanco, ho fatto in tre giorni più di mille chilometri, e mi siederei volentieri sul divano compreso nell'allestimento SAE; ma anche qui prevale uno strampalato istinto di delicatezza e rispetto. "Se ti serve il bagno - dicono - fai pure". "No grazie - anche se ci andrei di corsa - non ne ho bisogno". Chissà perché, in quel modulo così impersonale, dove sono riusciti a portare solo una vecchia credenza dalla casa crollata, mi scatta un istinto di attenzione e rispetto per quell'ambiente, che per loro ora è il tutto, che è del tutto irrazionale. Poi torniamo, inizia l'incontro, Isabella l'editrice non vuole parlare, è emozionata, dice che già gli viene da scoppiare a piangere appena scesa dalla macchina. "Annamo bene - penso - già è difficile per tutti non commuoversi solo nel ritrovarsi con gli occhi, e adesso ti ci metti pure tu..." Però l'incontro poi va bene, è bello, Isabella poi parla, e parla pure Lucio, il pompiere di Terni che è vissuto qui con loro per mesi, e oramai è di San Pellegrino pure lui. Alla fine inizia a piovere, ma si pranza tutti assieme sotto gli spioventi delle SAE. Ho capito durante l'incontro perché qui non c'è puzza di Strategia dell'Abbandono; è perché c'è una comunità forte, coesa, che ha resistito alle sirene ammaliatrici, e poi anche perché qui, seppur ritardi, problemi, disguidi ci sono stati, c'è stato un po' di buon senso delle Istituzioni. E perché forse alla fine, qui non c'è un mare dove deportare per razionalizzare i servizi e spopolare la costosa montagna (e il Trasimeno si sta prosciugando), nè magari un enorme invenduto da bolla speculativa immobiliare da rifilare ai terremotati. Alla fine arriva Cecilia, la più anziana del paese, con suo libro stretto ancora in mano, quello dove si parla di lei. "Io abito laggiù - ci dice sorridendo - mi hanno dato la SAE al civico n. 1, la prima. Quando tornate venite a suonarmi".


P.S. Il libro "I racconti di San Pellegrino", di Laura Trappetti, Marco Morandi e Marco Vescarelli, edizioni Intermedia costa 10 €. Lo trovate su Amazon o sul sito della casa editrice. San Pellegrino ha bisogno di un centro sociale.  



domenica 25 giugno 2017

DISASTRI E RICOSTRUZIONE. Svolgimento.

La Commissione ministeriale preposta o magari un algoritmo, ha avuto l'idea, qualche giorno fa, di inserire tra le tracce dello scritto di italiano della maturità, un tema dal titolo "Disastri e Ricostruzione", da svolgere sotto forma di saggio breve o di articolo giornalistico; non oltre le cinque colonne di protocollo scritte a metà. Prova di scrittura stimolata da tre documenti, due articoli di giornale in cui si richiamano il bombardamento di Montecassino e il sisma del 2016, l'alluvione di Firenze, e un brano del Principe di Machiavelli. La prima cosa che mi è venuta in mente è, che ai tempi della mia maturità, 29 anni fa, arrivare alle cinque colonne era un record da medaglia olimpica, uno sforzo leonino di scrittura e fantasia che solo pochi arditi erano in grado di raggiungere... Mentre ora viene fissata l'asticella del "non oltre". Dall'idea che mi sono fatto, leggendo qua e là, è che la pensata della Commissione/algoritmo, non ha avuto grande riscontro tra i maturandi. Dopotutto, perché uno studente che vive lungo lo Stivale, dovrebbe cimentarsi su tale tema: il terremoto del 2016 l'ha visto per pochi giorni in televisione o su internet quando c'erano i morti, dell'alluvione di Firenze dubito che vi sia cenno nei programmi di storia, il Machiavelli "due palle", figuriamoci poi per il bombardamento di Montecassino. E perché poi invece, uno studente terremotato nel 2016, dovrebbe fare oggetto pubblico ad una commissione di estranei di quello che vissuto, se malcelatamente fosse questo stato un obiettivo? Pensate che sia facile parlare di che cosa sia visceralmente la paura, il terrore, non ritrovarsi in pochi minuti più niente di ciò rappresentavano quotidianità e normalità, di cosa rappresenti dover vivere da dieci mesi in una casa in affitto in un'altra città, o in un albergo, in un bungalow sulla costa e, per non pochi, non ritrovarsi più magari neanche la scuola. Ti piacerebbe, Commissione/algoritmo, sapere invece cosa uno di questi studenti possa provare a vedere le facce opache dei propri genitori, senza più casa e lavoro, o gli occhi spenti allucinati dei nonni, parcheggiati in una panchina sul lungomare a gennaio, che aspettano solo che faccia di nuovo notte e poi giorno, e poi di nuovo notte... Ma invece, non te lo dirà mai, perché sono cose indicibili, e ti commenta la poesia del Caproni. Forse, Commissione/algoritmo, avresti più avuto successo se anziché due passaggi di articoli di giornale e il Machiavelli, avessi messo semplicemente un verso di una poesia Alvaro Mutis, in cui si parla di "elementi del disastro", la Preghiera di Maqroll il Gabbiere. Ma tu,  Commissione/algoritmo, che cazzo ne sai di chi è Alvaro Mutis, grande poeta e scrittore colombiano scomparso quattro anni fa, che l'unica sfiga è stata per lui quella di essere contemporaneo di Marquez, ma a cui per poetica e genio, non era di certo secondo...E si, perché mica è vero che determinate sciagure e loro conseguenze postume, sono esclusiva colpa della natura cattiva? Gli elementi del disastro, secondo Mutis, sono gli uomini, quelli che determinano "le leggi del branco" con le loro decisioni, scelte, azioni, interessi. E allora forse, su questa traccia avrebbero potuto cimentarsi sia gli studenti dentro il cratere, che quelli fuori. Perché sanno magari che se costruisci a cazzo in zona sismica, il terremoto ti rovescia sopra tutto; che se fai passare una pedemontana sopra un giacimento naturale di gas, forse potrebbero esserci dei problemi di sicurezza; che se un territorio lo devasti con insediamenti antropici ed attività economiche impattanti e lo rendi più vulnerabile, è quindi più probabile che una pioggia torrenziale si porti via tutto; che se potentati russi ed italiani debbono far passare centinaia di chilometri di gasdotto lungo l'Appennino, meno gente che ci vive e che rompe i coglioni c'è lì, meglio è; che se...tanto altro. Ma tutto questo ha degli "elementi del disastro", che noi e i maturandi conosciamo, stanno anche dalle nostre parti, hanno avuto ed hanno responsabilità, e sarebbe davvero sconveniente che dei temi scolastici della maturità, atti pubblici, possano solo lasciare intendere, neanche necessariamente fare i nomi. Ma la Ricostruzione, quella vera, materiale e morale, passa attraverso l'accantonamento definitivo degli "elementi del disastro", che stanno sempre lì pronti a riproporsi anche con nuove sembianze. E questo, oggi, molti studenti lo sanno, è molto più veloce e più semplice essere informati. E intendono magari non occuparsene in un tema, ma in altre forme partecipative e democratiche. Perché qualcuno di loro si sente già, seppur giovane, "servo disobbediente alle leggi del branco". Come Enzo, Gilberto, Francesca, Emamuele, Daniele, Rachele, Agostino, Claudia, e tante e tanti altri, che da dieci mesi o da tutta la vita, "viaggiano in direzione ostinata contraria". Sul tema, per ora, meglio Caproni.

martedì 9 maggio 2017

LA SQUADRA

La tensione e l’attesa erano palpabili nell'aria da giorni; se ne parlava durante i parlamenti serali, fino diventare l'argomento esclusivo. Oggi, alle 9, sarebbe arrivata al paesello la Squadra. C'era già chi si aggirava con carte e lettere, illustrando e spiegando al vicino, ipotizzando responso e soluzioni. Alla fine, pur non essendone direttamente coinvolto, dall'arrivo e dall’opera della Squadra, stamattina m'è toccato stare qui pure a me. "Tu sai le cose - mi dicono - sei quello che ha studiato, e c'hai le conoscenze...". Per cui quando verso le 8 esco con il cane, lì trovo già tutti fuori, la strada brulica, è tutto un chiacchiericcio, e il cane un po' si incazza; lui di solito a quell'ora per strada c'ha l'esclusiva, a parte il pulmino che passa a prendere i bambini per la scuola. La mattinata, sentivo, già non deponeva al meglio, vuoi per il tempo, vuoi per aver letto che nella città confinante dove a giugno si vota, si è arrivati a far leva sulla buona fede e generosità di un anziano di 95 anni, un Partigiano, candidandolo a modo di marchio di qualità come Capolista; sperando di prendere qualche voto in più. Mi hanno insegnato che il Capolista dovrebbe essere quello che prende più voti di tutti. E se poi non prende più preferenze di tutti o non viene eletto, che cazzo di figura si fa, non con la città, ma con la dignità di questa persona? Su quella di chi ha avuto questa folgorante idea, sorvoliamo. Sarà che quando vivi in una frazione dove i più sono anziani, ridefinisci con queste persone la modalità del rapporto, teso all'ascolto, alla clemenza, alla cura... E qui stamattina sono proprio tutti, pure quelli di fuori, sono arrivati dal Belgio, da Roma e da Terni e quelli sparsi per la Regione. Succede solo a Ferragosto, ma oggi però arriva la Squadra. Per tutti, la Squadra sono i tecnici dell'Ufficio per la Ricostruzione della Regione, che verranno a fare i sopralluoghi sulle case danneggiate dal terremoto, e li accompagneranno i tecnici del Comune. La richiesta per i sopralluoghi andava fatta entro la metà di gennaio, così tanto per avere presente una temporalità di risposta. Ma appena arriva la macchina, la delusione al paesello è subito percettibile tra la piccola folla radunata nell'attesa. Dall'auto scendono solo i tecnici comunali, gli altri non ci sono; la Squadra sono loro. Mi spiegano, a me che "so le cose", che siccome il Comune non sta nel Cratere, l'Ufficio Regionale ha delegato loro a fare i sopralluoghi. Sul perché il Comune non stia nel cratere, per il prevalere di interessi di bottega locali sulla disponibilità dello Stato, è una questione lunga, che "io che so le cose, che ho studiato e c'ho pure le conoscenze", regolerò tra un paio d'anni alle elezioni comunali... Per cui i tecnici comunali, sempre disponibili e sensibili, stamattina hanno passato in rassegna solo alle case su cui il Comune ha già emesso l’Ordinanza Sindacale lo scorso fine ottobre, e compileranno una scheda FAST sommaria. Poi il Comune o la Regione (non s’è capito), la trasmetterà ai proprietari, che dovranno trovarsi un tecnico di fiducia qualificato per compilare la scheda AEDES, che è condizione necessaria per avviare la procedura per richiedere il contributo della ricostruzione e fare i lavori. Per le altre richieste di sopralluogo, formalizzate sempre nei tempi dai proprietari, quelle senza Ordinanza Sindacale, bisognerà aspettare che passi la Squadra della Regione, quando non si sa. Per cui, alla fine, stamattina i tecnici del Comune si sono rivisti case già ispezionate da loro per primi mesi fa, ed in alcune, chiaramente, non ci sono manco entrati, perché la situazione era più che nota. Con i paesani, che chiedevano che almeno rientrassero a vedere, come segno di attenzione e solidarietà: "se venite dentro da me - fa una signora - vi faccio il caffè". Questo è quanto, alla fine chi era arrivato da lontano se n’è ripartito, chi sta qui, tra un chiacchiericcio di espressioni rituali, dal preoccupato "qui non si sa quando rimetteremo a posto", al più classico "a quelli lassù bisognerebbe ammazzarli tutti". Poi ad un certo punto, come ha detto Aldo da Ciampino, che è venuto col nipote, "s'è fatta 'na certa". "Senti Leonà - chiede Aldo - ma stamattina le Grotte so' aperte? Quanto dura un giro?" Si, certo - rispondo - fino alle 18, la visita dura un'oretta" "Allora - fa Aldo - io porto lui a vedè le Grotte che non l'ha viste mai, e io le rivedo prima de morì, poi s'annamo a magnà 'na cosa e ripartimo. Vieni a magnà co' noi dopo?" 

domenica 7 maggio 2017

VENITECI A PRENDERE

Molòn labé (μολν λαβέ): "Vieni a prendere". Il motto, che fu nell'antichità degli eroi di Leonida I alle Termopili di fronte alla sterminata armata di Serse, e più recentemente nel 1973 degli studenti del Politecnico di Atene, asseragliatisi dentro i cancelli dell'ateneo, contro le milizie dei Colonnelli fascisti, potrebbe benissimo diventare il motivo della resistenza di questi ragazzi di Castalsantangelo sul Nera. Da ottobre hanno scelto di restare qui in roulotte, assieme ad alcuni allevatori, per ribadire il diritto a vivere sull'Appennino, e a non far chiudere definitivamente i battenti a questa comunità, deportata d'ufficio sulla costa. All'inizio erano otto, poi come nelle brigate partigiane, altri si sono arruolati e adesso sono in tredici. Da subito, dopo le scosse, si è fatto il possibile perché  non si piazzassero roulotte o container nel parcheggio, ma poi loro le hanno messe e basta. Altri, raccontano, stanno arrivando e si aggregheranno; si sono trovate, grazie al volontariato e alle donazioni, nuove roulotte, per allargare la comunità. Sono stanchi, provati, sfiduciati; hanno passato l'inverno anche a temperature inferiori ai 15 gradi. Hanno tutti intorno a trent'anni. Sanno, consapevolmente, due cose; la prima è che in qualsiasi momento potrebbero essere forzosamente allontanati: il paese è chiuso, evacuato, zona rossa. La seconda, più demoralizzante, è che se non ci saranno, come dicono loro, segni concreti di ripristino di una minima quotidianità entro qualche settimana, chi se n'è andato non tornerà più, e loro stessi non ce la possono fare a sopportare un'altra invernata pesante dentro la roulotte. "Perché – si chiede uno di loro - io non posso immaginare di continuare ad avere una vita qui, a metter su qua una famiglia? Ma se continua a non succedere niente, come faccio a proporre ad altri un futuro qui accanto a me? I miei se ne sono dovuti andare a forza subito, gli hanno dato una tripla in albergo: ci sono babbo, mamma e nonna che c'ha più di ottant'anni, chiusi insieme in una stanza da sei mesi; poi adesso può darsi che li spostano da un'altra parte." Mi portano a vedere intorno alla zona rossa, a piedi fino ad una piccola frazione; ha smesso di piovere ed è uscito un sole caldo e umido. Il paesaggio magnifico dei Sibillini, è oramai assurdamente integrato con le rovine delle case e i cumuli di macerie. Si vede bene un versante della Cima di Passo Cattivo, dove la montagna in sommità s’è proprio staccata ed ha originato due coni franosi di detriti. Mi raccontano, storie, episodi di questi mesi. Alcuni sono da filmografia fantozziana. Come quello di un paesano che è stato costretto ad andar via, e ha trovato un affitto in un paese non lontano, usufruendo del contributo di autonoma sistemazione. Un buon affitto, poi però quando lo Stato ha aumentato, giustamente, la cifra erogata riparametrando le situazioni, anche il proprietario gli ha subito aumentato l'affitto; una storia italiana quasi ordinaria, se non fosse che il proprietario dell'appartamentino non fosse anche il sindaco pro tempore della cittadina... Mi fanno vedere dove la faglia ha aperto e sollevato di diversi centimetri l’asfalto, per poi proseguire sul pavimento del ristorante, aprendolo in due come se ci fosse passata una saetta. Mi raccontano della mattina della 6.5, quando la macchina da dove uno di loro era appena sceso, si è sollevata di un palmo da terra. Della paura e del terrore che ti lascia attonito e paralizzato. Da quei giorni, ogni fine settimana, ai tredici si aggiungono altri che tenacemente, lavorando fuori la settimana e buona parte dell'anno, vengono da comode case a stare quarantott'ore in roulotte, per dare il segnale che non vogliono l'abbandono definitivo del paese, ma al contrario la sua ripresa e ricostruzione. Non certo "com'era dov'era", mica sono scemi, ma lì, dove da secoli, anche dopo  i rovinosi e luttuosi terremoti del 1700, la comunità è riuscita a ripartire e diventare fino a qualche mese fa, un borgo splendido a forte vocazione agroalimentare, culturale e turistico, e dove girava una dignitosa ed etica economia. "Guarda - prosegue il quasi trentenne - alla fine se vengono qui ad arrestarmi e portarmi via, quasi quasi io resisto, così mi danno il penale e mi mettono in galera, dove almeno c'è un tetto, un letto vero, un pasto e la doccia. Io so che se non cambia qualcosa, se non arrivano in fretta le strutture abitative di emergenza, o con un minimo di buon senso e di assunzione di responsabilità da chi di dovere, si ridà agibilità a quelle case che hanno danni lievi, e che ci sono, in mezzo alla zona rossa, e un po' di gente riesce a tornare, alla fine dell'estate mi tocca andarmene in un'altra città, lontano da qui. Già diversi che sono via al mare o da altre parti, è certo che non torneranno più. Non posso rinunciare a costruirmi una famiglia per stare a tribolare qui; mi sento in colpa, ma in coscienza non riesco ad imputarmi niente. Io c'ho provato, sono loro alla fine che mi avranno mandato via da qui". Chissà come finirà la resistenza di questo e degli altri nuovi partigiani dell'Appennino? Se in maniera tragica come alle Termopili, dove oggi più che un novello Serse, nell’Alta Valle del Nera avrà la meglio la strategia dell'abbandono. Oppure come nell'Atene dei Colonnelli, dove i fascisti furono deposti e tornò la democrazia? Passa un pick-up, si ferma, tira giù il finestrino. "Io a te ti riconosco - sorride prima con gli occhi, poi con la bocca, è Agostino, quello delle mucche - allora sei tornato fratello?" "E certo - rispondo, e le mani si stringono in maniera non formale - i fratelli hanno il dovere di ritrovarsi, come va?" "Finché se vedemo - dice ridendo quello accanto ad Agostino sul sedile - va sempre bene." C'ha quasi novant'anni, qui c'ha le pecore e le mucche; sta qui pure lui da ottobre in roulotte. "A questi - penso ripartendo - andateli un po' a prende'...che dopo ridemo..."

sabato 15 aprile 2017

AL PUNTO DI PARTENZA

“…anni dopo al punto partenza”. Non due come scrive Guccini in una sua canzone, ma venti. E’ tempo di anniversario quest’anno per il Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi. Fu infatti il 2 settembre di vent’anni or sono che il Consiglio Regionale delle Marche approvò la Legge istitutiva dell’area protetta. Un parto non semplice, epilogo di un confronto politico e sociale complesso. Ricordo che in quegli anni, vista dalla città di Federico II, ambientalista antesignano anche lui, quella scelta mi pareva assai una forzatura e, per certi aspetti, poco naturale. Era come se si volesse appiccicare un marchio dop, su un formaggio prodotto con latte in polvere. Nel senso che la previsione di area protetta andava a circoscrivere un territorio fortemente già compromesso dal punto di vista ambientale: l’attraversava una rete ferroviaria, una strada statale, fortemente antropizzato, con attività industriali e manifatturiere pesanti che vi insistevano da decenni, con un’attività estrattiva che aveva già compromesso l’originaria morfologia del paesaggio. Ma era quella la stagione del governo, nazionale e locale, dell’Ulivo; e la legge del Parco non poté che risultare alla fine il compromesso tra due anime di quella stagione politica: quella “industrialista” e quella “ambientalista” (in questa categoria c’erano poi ambientalisti rigorosi, ed altri un po’ meno), che alla fine produsse tutte le contraddizioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti: nessuna riconversione industriale verso un modello leggero, che oggi si definirebbe green economy (una certa riconversione non green poi nell’ultimo decennio l’ha prodotta la crisi…), le aree di cava, pur facenti parti del territorio naturale del parco, furono perimetrale fuori dell’area protetta (attività a cui il Comune di Serra S. Quirico ha rinnovato la concessione di escavazione fino al 2050 con delibera di Consiglio n. 57 del 2008), il mantenimento di alcune aree tutt’oggi interessate dall’attività venatoria, deroga a qualsiasi opera infrastrutturale che avesse avuto interesse e rilevanza nazionale (di qui lo scempio del paesaggio in corso in questi anni con il raddoppio della ss 76 per opera della Quadrilatero). E, non secondarie, la mancanza di un reale processo partecipativo con le comunità che abitavano nel parco, una serie di mediazione al ribasso con chi viveva di agricoltura e zootecnia in questo territorio, e che rappresenta il primo custode del territorio. Furono anni di scontri accesi, l’aneddotica narra addirittura di una riunione di promotori e sostenitori del parco, riparatisi dentro una chiesa di Serra S. Quirico, circondata da cavatori e cacciatori imbelviti e liberati dai Carabinieri… Negli anni si è fatto molto poi per la promozione del parco (convegni e pubblicazioni sono stati abbondanti…), dei suoi obiettivi, e buono è stato ed è il lavoro didattico e formativo con le scuole. E’ cresciuta una frequentazione turistica, al di là del tradizionale afflusso alle grotte di Frasassi, sono nate piccole imprese che sul valore paesaggistico e naturalistico del Parco, promuovono le proprie attività. Allora è stata una scelta giusta, si darà, alla fine? Certo, però basta girarci un po’ dentro il parco, al di là dei sentieri più battuti, per constatare che ancora la strada da fare molta. Chi ci vive, come chi ci pratica un’attività agricola, fa tutt’oggi fatica e vedere il bicchiere tutto pieno. Il fenomeno dello spopolamento dei borghi e delle piccole comunità rappresenta un dato demografico allarmante, il patrimonio artistico ed architettonico non è stato per niente curato, basti pensare alle condizioni in cui si trova il millenario Eremo di Grotta Fucile, fondato da San Silvestro, la situazione di degrado che negli anni si è prodotta al lago Fossi a Genga, ai bordi dei sentieri oltre asparagi e funghi, è altrettanto comune trovare elettrodomestici e altri rifiuti abbandonati; tante tabelle, insegne, molte logore ed arrugginite oggi. La vera funzione di manutenzione e di guardiaparco, la svolgono alla fine più i volenterosi abitanti delle piccole comunità, che chi di dovere. Il limite di tutto questo, che produce il bicchiere mezzo pieno di oggi, è stata la governance del Parco. Non si diede  allora vita ad un Ente autonomo, ma si affidò subito la gestione del parco alla politica locale e territoriale, la quale, chiaramente, esercitò la propria funzione con tutti i vizi compromissori della stessa, in cui spesso il parco è risultato essere un’istituzione di compensazione ed aggiustamento dei risultati elettorali, di bicchiere di cristallo tra gli elefantiaci scontri dei campanilismi locali della politica. Che ha visto, negli anni, avvicendarsi classi dirigenti consumate e più propense a cedere alle spinte corporativistiche di turno, che intente a far radicare nelle comunità una nuova cultura ambientalista, capace di costruire dal basso una riconversione economica e sociale di un territorio. Giace da qualche tempo nell’Assemblea Legislativa delle Marche (oggi si chiama così), una proposta di legge che mira ad allargare i confini del Parco, estendendoli. Credo che non sia questo il necessario, ed il tema. Ma, al contrario, ciò che è urgente è una riforma vera della Legge di vent’anni fa, che con rigore renda  coerenti, tra norma e prassi, le finalità di un’area protetta. Che ad esempio dica basta subito con l’attività estrattiva in questo territorio, altrimenti nel 2050 non ci saranno più alcune montagne; che investa risorse vere e controllate per la prevenzione e la salvaguardia del territorio; che sottragga la governance del parco alla schermaglia della politica locale; che pretenda dalla Quadrilatero, alla fine dei lavori del raddoppio della statale 76, opere di riforestazione e rimboschimento coerenti con il patrimonio vegetativo del territorio (anziché aree semidesertiche come sulla ss 77); che l’attività venatoria venga bandita definitivamente dal territorio del parco senza più zone franche; che l’azione di contenimento della proliferazione dei cinghiali venga sottratta ai cacciatori e ai fucili,  e si sperimentino sistemi farmacologici come avviene in gran parte d’Europa; che chi in decenni ha tratto profitto smisurato dall’attività estrattiva, riversi parte degli utili in opere di salvaguardia, compensazione e ripristino del territorio violato; che i Comuni interessati dal parco facciano una nuova politica abitativa tesa esclusivamente al recupero del patrimonio immobiliare privato, con incentivi fiscali e tributari, con servizi reali alle persone e alle famiglie che vivono sul territorio, e che da anni continuano a sentirsi cittadini di serie B; che si favoriscano la creazione di piccole imprese giovanili e non, nel settore turistico, agroalimentare, sportivo. Ma per far tutto questo, serve per prima una diversa classe dirigente politica, quella attuale non ce la può fare; non nuova tanto anagraficamente, ma con una diversa cultura amministrativa, e neanche necessariamente autoctona, ma che veda impegnati anche quelli che in questo territorio, pur non essendoci nati, hanno scelto di viverci. Capace di tenere testa alle tante tirate di giacca, rigorosa, forte proprio di un’autonomia che deriva dal non essersi logorata nel territorio e in baruffe sedimentate in anni addietro. Serve una ripartenza insomma, per non logorare del tutto, senza rimedio, una buona scelta che, pur con tutte le contraddizioni ed i limiti, si fece vent’anni fa. E che andrebbe rifatta. 

GLI ARTEFICI DEL DISASTRO

L’incipit di questa storia, potrebbe essere “Cedi la strada agli alberi”, titolo del libro di Franco Arminio. Michele, fabrianese acquisito, che come dice un noto talk televisivo “si guadagna da vivere come”  gestore dell’accoglienza in un bellissimo monastero del territorio, me l’aveva detto: “vacci a vedere di giorno che scempio al paesaggio stanno facendo da quelle parti”. Ci passo di giorno, sulla strada delle Serre, e vedo l’avvio della perimetrazione delle aree di cantiere, con le ruspe già in azione, ed immagino quello che questo comporterà per il paesaggio. E’ il cantiere della pedemontana Fabriano-Muccia del progetto Quadrilatero, quello partorito oltre 10 anni fa, che prevedeva di realizzare il raddoppio delle ss 77 e 76, e di modernizzando i collegamenti tra Marche e Tirreno. La storia di questa vicenda è molto complessa, ma la racconta bene in ogni suo aspetto Loredana Lipperini, nel libro “Quel trenino a molla che si chiama il cuore”. Dietro quel progetto, c’era l’idea della politica e di una classe dirigente, trasversale per appartenenze culturali e per livelli di governo, che la risposta più efficace ad un sistema economico che stava crollando, potesse essere che “il fare strade moderne”, urbanizzando ed edificando le aree contigue, avrebbe rimesso in moto le imprese e le lobby degli appalti, rilanciando un modello economico in crisi. “Dopo che saranno fatte le strade – mi disse uno anni fa - si arriverà dall’Umbria all’Adriatico un quarto d’ora prima.” “E poi – gli risposi – quando sei arrivato quindici minuti prima – che t’è cambiato?” Devastato già il paesaggio della Val di Chienti e dell’Alta Valle dell’Esino, per arrivare da qualche parte un quarto d’ora prima, adesso toccherà al bellissimo paesaggio collinare e pedemontano che da Fabriano si protende fino alle pendici dei Sibillini a Muccia: le colline del Verdicchio di Matelica e di altre tipicità su cui, mentre le ruspe cancellano suolo agricolo, si continua a scommettere un nuovo futuro per l’economia territoriale e turistica. Quarantadue km, 5 ponti e viadotti, una galleria da 900 m (un metro costruito in galleria fa guadagnare tre volte rispetto ad un metro a giorno). Non si è poi portati a pensare, che una strada così produrrà un danno indotto ad una microeconomia ed imprenditorialità che sono radicate nei borghi e nelle cittadine che stanno tra Fabriano e Muccia. Già molti dei piccoli produttori che vendevano patate rosse ed altri prodotti sull’altopiano di Colfiorito, adesso sono costretti a scendere sulle provinciali a valle, perché con la nuova 77, lassù non ci passa più nessuno. Pensiamo ad esempio ai bar, piccoli esercizi commerciali, e tante piccole attività artigianali che guadagnavano dall’automobilista che passava dentro i borghi tra Fabriano e Muccia; a strada nuova il loro fatturato si vedrà significativamente ridotto. Al posto del prodotto tipico acquistabile fermandosi lungo la provinciale, nella stazione di servizio che verrà realizzata lungo la superstrada si troveranno poi la maxiconfezione di barrette Kinder e l’orsacchiotto di peluche fatto dai bambini asiatici schiavizzati. Per non parlare dei danni irreversibili al paesaggio e all’agricoltura, con il consumo di suolo per realizzare strada e infrastrutture necessarie annesse.  Ma i vignaioli del territorio lo sanno? Perché non si mobilitano come stanno facendo in questi giorni gli olivicoltori salentini contro il passaggio di un gasdotto? O qui interessa solo che il furgoncino impieghi una manciata di minuti in meno per un trasporto? Ad un territorio già interessato da anni da un consistente fenomeno di spopolamento, e ora interessato da una vera e propria “strategia dell’abbandono” post terremoto, la nuova strada darà il colpo di grazia. Mi colpisce, ma fino ad un certo punto poi, che tutto questo avvenga senza che chi ha una qualsivoglia responsabilità politica od istituzionale, non dico si incateni lungo il cantiere (non sono più i tempi, e poi in molti sono corresponsabili dei fatti), ma almeno si faccia attraversare dal beneficio del dubbio. E invece no, tutti a suonar le trombe del “W la nuova strada!”. L’unico soggetto politico, il solo che rende dignità alla parola “politica” nel comprensorio fabrianese, e che si è espresso contro la Quadrilatero e questi progetti, è il Laboratorio Sociale Fabbri; ma si sa, quelli sono pericolosi estremisti… Questa strada non servirà a niente, non porterà nessun progresso e crescita, consumerà in maniera irrimediabile suolo e paesaggio a forte vocazione agricola di qualità, non ha nulla di strategico. E’ sicuramente più strategico, per la valorizzazione del territorio e per una nuova idea di essere comunità, il progetto di Paolo Piacentini, fabrianese acquisito anche lui: l’”Università del Camminare”. Perché quella non è solo un’idea per il tempo libero o hobbystica, o sentimentale (chi la pensa così sbaglia, una passeggiata non purifica il cervello…), ma è una proposta di come possa ridestarsi uno spirito civico che nel tempo è stato centrifugato e aspirato dal mito industriale, e di come sia indispensabile prendersi cura del suolo e del territorio. E questo ce lo ricorda non un ambientalista estremista, ma un urbanista del Politecnico di Milano, Paolo Pileri, nel libro “Che cosa c’è sotto”, in cui invita a diventare “partigiani della pelle del mondo”. Capita spesso di trovare sui social un leit motiv, che è quello di additare chiunque si contrapponga al perpetuarsi di modello economico novecentesco (travolto peraltro dalla crisi), come i promotori di una cosiddetta “decrescita infelice”; scimmiottando in maniera assai molto ignorante, una teoria e una prassi dell’economista francese Serge Latouche: la “decrescita felice”. Pensando malevolmente che si voglia perseguire una sorta di cialtronesco ritorno al “poveri ma belli”. Mentre il tema vero, in generale e di questo territorio,  in cui tra disoccupazione ed inoccupazione, si registrano cifre vicine ai quattro zeri, e che pone non ultimo Papa Francesco, è quello della sobrietà. Ma quest’ultimo è un valore e uno stile di vita che, come li avrebbe classificati il grande poeta colombiano Álvaro Mutis, “gli artefici del disastro” di questo territorio, non sanno ancora cosa possa significare, avvezzi ancora a praticare l’arroganza dei ricchi. 

venerdì 10 marzo 2017

YES WE CAN

Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna. Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti. Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti. 

giovedì 23 febbraio 2017

RICOSTRUTTORI DI COMUNITÀ

“L'altezza mi mette paura, e il sangue e i terremoti; per il resto non temo nulla, tranne la morte, il pensiero di mettermi a urlare in mezzo alla folla, l’appendicite, e un attacco di cuore, già, anche questo; così me ne sto seduto nella mia stanza con l’orologio in mano e un dito premuto sulla giugulare, a contare i battiti ascoltando i misteriosi borbottii del mio stomaco. Per il resto, niente mi turba.” (Ask the dust, John Fante)


“Ask the dust/Chiedi alla polvere” è la loro pagina facebook. Loro, sono un gruppo di ragazze e ragazzi di Arquata del Tronto e dintorni, tutti con meno di vent’anni. Quando li incontri hanno gli occhi luminosi anche se, in circa due minuti, nella notte del 24 agosto, la polvere delle macerie ha ricoperto la quotidianità. Sono stati i primi e sono i più giovani (e per questo saranno gli unici che cito per non dimenticare qualcuno tra tanti), a sentire il bisogno, di fronte ad una catastrofe come quella che da 6 mesi interessa l’Appennino di quattro Regioni, di raccontare, di raccontarsi, di fare comunità ancora in senso fisico e sulla rete, di mettersi a disposizione. Decine di comitati, associazioni, incontri, iniziative, assemblee; tutto rafforzato ed amplificato dai social, ma trascurato dai media tradizionali. E’ un fenomeno nuovo, il solo positivo chiaramente, quello generato dalla forza della natura, ma che coinvolge le persone e la società civile in maniera per certi versi imprevedibile. E che non va confuso con lo straordinario manifestarsi di gesti di solidarietà e filantropia che in questi mesi si stanno riversando sull’Appennino ferito dal terremoto. Quello di cui parliamo è un fenomeno autoctono, radicato nei territori. La gestione del post terremoto ad oggi è a dir poco complicata e difficoltosa, e su questo qui mi fermo. Ma ci sono dati di fatto: intere comunità “deportate” (come si definiscono loro) in alberghi e residence sulla costa, che vedono allungarsi lì la propria permanenza; paesi e frazioni oramai già prossimi al processo di fossilizzazione; persone che, nonostante tutto (e tutti) resistono a vivere precariamente sull’Appennino con i loro animali e le loro attività economiche, che sono la peculiarità non delocalizzabile di questi territori. A questa situazione, che in parte è figlia del caso, ed in parte è il prodotto perseguito di una vera e propria “Strategia dell’Abbandono” (#strategiadellabbandono su facebook), in questi mesi si sta contrapponendo un impensabile risveglio di civismo, di senso di comunità, di partecipazione democratica, che attraversa l’Appennino colpito dal sisma. L’espressione più evidente la troviamo sui social e sulla rete, ma questa è sempre la conseguenza anche di una pratica fisica di persone, associazioni, movimenti, gruppi impegnati in settori diversi della società, che si incontrano, discutono, propongono, con una solo obiettivo: quello di non far spegnere i riflettori sul terremoto e su quello che sta accadendo (o meglio su quello che non sta accadendo) a loro e in quei luoghi. I limiti dell’intervento pubblico sono parzialmente attutiti da questa società civile (che in diversi casi diventa per fortuna anche sostitutiva), parte integrante della quotidianità delle montagne che si autorganizza, mobilita, si informa e promuove, diventa soggetto attivo interlocutore con le Istituzioni. Tutto questo trova narrazione sui social, in un modo che è tutto fuorché nostalgico e retorico (la nostalgia del paesello o la meraviglia di fronte al paesaggio), ma al contrario è progetto, dimostrazione che la montagna significa casa, lavoro, servizi, economia, e che l’obiettivo è quello di proseguire a far essere questo territorio ciò che storicamente è sempre stato: un luogo di vita, la casa del Popolo dell’Appennino. Gli archivi storici narrano che a Castelsantangelo sul Nera, dopo il rovinoso sisma della Valnerina del 1703 (oltre 10.000 morti), gli abitanti sopravvissuti non scapparono o migrarono lungo la costa, costretti dalle Autorità del tempo, ma si misero subito a tagliar legna nei boschi per costruirsi delle casette provvisorie in attesa di rimettere in piedi quelle in pietra e muratura. E invece, la “strategia dell’abbandono”, ha tutto l’interesse perché l’Appennino, complice una volta il terremoto, o altre calamità naturali, si spopoli e le persone si distribuiscano altrove. Perché dare i servizi alle persone in montagna costa di più, tocca spendere risorse per la salvaguardia e prevenzione dell’assetto geomorfologico; e poi quando ci sarà da realizzare il nuovo gasdotto Rete Adriatica (ed anche l’inceneritore a Castelraimondo) la gente protesterà, i Sindaci si mobiliteranno, nasceranno comitati, con il rischio di rallentamenti, pause, interruzioni (un po’ come per l’oleodotto nei territori Sioux che ha fatto fare marcia indietro ad Obama e la farà fare alla fine anche a Trump). Meglio l’Appennino spopolato, per farci affari ad alto e losco impatto ambientale, tutt’al più con qualche villaggio vacanza; già molti servizi essenziali sono stati concentrati da tempo sulla costa e in pianura, e poi da quelle parti c’è tutta quell’edilizia residenziale e commerciale invenduta che è rimasta “sul gozzo” ai costruttori e palazzinari, e pure a qualche banca; se la gente la spostiamo suo malgrado lì, si rimette in circolo pure quell’economia fallimentare… Invece tutto il variegato civismo che si è generato a seguito del terremoto ribadisce il contrario: che l’Appennino è un valore e la vita su quel territorio è strategico per il futuro dell’intero Paese. Va colto come una spinta democratica, pur nella sua frammentarietà, finché non troverà un suo filo di continuità e di unità. Rappresenta, nella sua genuinità, un rilevante fatto politico. Dopotutto sull’Appennino italiano vivono oltre 20 milioni di persone. Circa la metà dell’elettorato passivo ed attivo del Paese. E’ prossimo forse il tempo che il Popolo dell’Appennino, stanco di essere più o meno degnamente rappresentato da terzi, si farà rappresentanza diretta, con nuove ed originali pratiche di democrazia partecipata dal basso? Anche questa, è una domanda da rivolgere alla polvere; non a quella americana dell’Est e del Middle West di John Fante, “da cui non cresce nulla”, ma a quella che il vento sposta dalle macerie dei paesi terremotati dell’Appennino; da cui è probabile ed auspicabile che possa crescere una nuova idea di comunità e di democrazia.