venerdì 30 dicembre 2016

FALCIONI DI GENGA: VICINO ALLE GROTTE E FUORI DAL CRATERE. (*)

Si conoscono le Grotte di Frasassi, ma non si associa quasi mai il Comune di Genga a questo miracolo della natura. Di fatti non è semplice, perché Genga non è un unico borgo abitato, ma ben 38 tra frazioni e località che circondano le Grotte di Frasassi; 1797 abitanti, censisce l’Istat nel 2016, sparsi in 73,16 kmq. La tradizione popolare separa in due il territorio comunale, definendo due nuove etnie di abitanti: i “caccetti” e i “prosaioli”; i primi quelli che stanno sopra la Gola di Frasassi in direzione Umbria, i secondi quelli che stanno sotto la Gola di Frasassi, verso la costa adriatica. A Genga si è lavorato nel Novecento per gli elettrodomestici dei Merloni, poi dal 1974 per tutte le attività logistiche, di accoglienza e di ricettività che ruotano attorno alle Grotte. A dare occupazione anche il Salumificio di Genga, che trasforma buoni prodotti norcini, e l’acqua minerale Frasassi di Togni, che da qualche tempo s’è lanciato anche nella produzione di buoni vini. Parecchi se ne sono anche andati lungo il Secolo, chi a Roma, chi a Terni alle acciaierie, chi in Belgio e in Francia. Nel territorio politica e istituzioni, da sempre derivati dei frigoriferi e delle lavatrici, hanno voluto far credere che il solo valore da perseguire fosse quello della saccoccia; quindi anche il magnifico paesaggio delle Gole della Rossa e di Frasassi è stato immolato alla dea pecunia, che ha fatto nel tempo adepti fedeli a destra, al centro e a sinistra: inquinamento industriale astutamente sotterrato e riversato in fiume, attività estrattive che hanno ridisegnato le sagome naturali dell’Appennino e, per finire, la Quadrilatero con il raddoppio della statale 76, che sta finendo di devastare la valle, per riproporre tragicamente un’idea di sviluppo sepolta per sempre dai tempi della crisi della Lehman Brothers. Il moralismo delle Istituzioni e della politica ha voluto fare dal 1997 di questo territorio un parco regionale; che è in realtà un finto parco, dove non ci sono limiti alle grandi opere, alle attività estrattive e alla caccia. Qui però, nonostante tutto, ci vengono da tutto il mondo per le Grotte, per le escursioni e ad arrampicare lungo le Gole; in alcuni punti non si può fare climbing perché, dicono le Istituzioni preposte, l’attività disturba l’Aquila Reale di Frasassi che nidifica; però, secondo le stesse preposte Istituzioni, il nido dell’Aquila Reale non viene messo in pericolo dall’esplosione a cielo aperto delle mine di cava a pochi metri. Genga è la terra del Papa, il 252° Vescovo di Roma, Leone XII nato qui nel 1760, che non fu in pontificato un esempio di virtù evangeliche e cristiane. Però a Leone della Genga qui ci tengono molto, oltre alla rituale toponomastica e ad un’orrenda fusione bronzea dono dei Rotary, gli hanno dedicato in anni recenti anche una mela autoctona che cresce qui per i monti, un presidio di biodiversità: la Mela del Papa. C’è stato, prima di Leone un altro Papa, non autoctono, il 246° Vescovo di Roma: Clemente XII, che ha avuto a che fare con questi territori; nel 1733 fece costruire la prima strada di collegamento tra il porto di Ancona e la Flaminia, dal capoluogo dorico a Fossato di Vico, la strada Clementina, oggi SS76, che fino a qualche decennio fa, prima delle gallerie, attraversava la Gola della Rossa risalendo tutto il corso dell’Esino. Dalla  vecchia Clementina ancor oggi, dentro la Gola della Rossa, partono sentieri escursionistici strepitosi; uno porta in una quarantina di minuti al millenario eremo di Grottafucile, fondato ed edificato da S. Silvestro e dai suoi monaci. Falcioni è una delle 38 frazioni del Comune di Genga, quella che sta lungo la Clementina, sopra la sponda destra dell’Esino. Siamo quaranta abitanti, bambini, adulti, vecchi, italiani, albanesi e francesi e, per buona parte dell’anno, due lussemburghesi con radici gengarine. Tutti hanno l’orto e c’è chi c’ha pure un pezzetto di bosco; ci sono cani, gatti, capre, oche e galline. C’abbiamo anche una chiesetta dentro una casa storica, dedicata a S. Giovanni Battista; solo che il parroco polacco della frazione confinante, figlio della Chiesa del Papa amico di Pinochet, si rifiuta di celebrarvi Messa alla festa del patrono il 24 giugno perché, dice, è un immobile privato; e qui la gente, specie i più anziani, sono tutti incazzati. Qui fino ai primi anni Novanta c’era una macelleria storica, in cui si facevano decine di chilometri per venirci a comprare il castrato. Qui il terremoto c’era arrivato pesantemente già nel 1997; poi alcuni hanno ricostruito bene, altri riempiendo qualche crepa e basta, altri se ne sono fregati perché era la casa dei nonni o della prozia e l’hanno lasciata così. Poi il terremoto è ritornato forte nei giorni scorsi e di danni ce ne sono stati molti, specialmente là dove erano prevalse superficialità, trascuratezza e abbandono. Domenica 30 ottobre alle 9 stavano già qui il sindaco, il vicesindaco, i carabinieri e i vigili urbani a sincerarsi di quello che era successo e ad ascoltare le persone. Quattro case inagibili con famiglie sfollate, quattro transennate e una puntellata; diverse parzialmente agibili. Anche la chiesetta ha buscato fortemente e l’hanno transennata. La strada provinciale della Gola di Frasassi, quella che porta alle Grotte, era già stata chiusa dopo le scosse di mercoledì 26, e rimarrà chiusa per molto, per verifiche, controlli, rimozione massi e detriti caduti dalle falesie. Dopo il terremoto siamo tutti un po’ diversi, alcuni che non si parlavano per qualche vecchia ruggine adesso si parlano; altri che si salutavano e basta si sono ritrovati a raccontarsi un po’ delle proprie vite. Alcuni anziani la sera vanno a dormire in una sorta di baita di legno sopra il fiume, poi la mattina tornano su e riprendono le proprie attività. Un’ultraottantenne continua a dormire in macchina, mentre il figlio e il nipote dormono dentro casa. La strada Clementina è stata la via di fuga dalle case, il punto di ritrovo provvisorio e di appello di dove fosse quello e quell’altro dopo le scosse. Adesso stiamo qui, un po’ più umani e assai impauriti. Eppure la mattina quando ti svegli ed esci di casa, e oltre quella casa puntellata scorgi il Monte Revellone con le sue creste, torna la meraviglia per questi posti, per questo paesello di persone e storie così diverse. Che curioso per me, figlio della città dell’Imperatore di Svevia, Federico II, aver scelto di venire a vivere nel territorio di due Papi… Però questo è l’approdo di un cammino, di scelte fatte, di idee perseguite, di cose da voler ancor fare. Qui c’è quello che Franco Arminio chiama “nuovo umanesimo delle montagne”. Qui ci sono battaglie da fare per i beni comuni, nuove pratiche di politica e democrazia da sperimentare. Qui c’è spazio ancora per far capire che non si vive più di soli scaldabagni e cappe e per la saccoccia, ma si possono sostenere storie ed esperienze, molte giovani, che disegnano uno stile di vita differente, più sobrio e più felice al contempo. Per affermare, usando le parole del paesologo Arminio “che il tempo della merce è finito, sta arrivando il tempo del sacro” Qui c’è quello che cercavo. Qui c’è quello di cui una civiltà, una Nazione, se è tale, non può fare a meno. E questo è assai differente dalla preoccupazione di essere dimenticati. Noi restiamo qui, a Falcioni, al km 38 della strada Clementina, dopo la Gola della Rossa e sopra il fiume. Qui, vicino alle Grotte di Frasassi e fuori dal cratere. 

* scritto il 6 novembre 2016 (*)

domenica 4 dicembre 2016

I BISCOTTI DEL MONASTERO

Le scorgo da in fondo la salita che già ci aspettano sul cortile. Oltre i vetri della finestra si scorge il Vettore con i primi schizzi di neve. “La terra – dice la Madre Badessa - è arrabbiata con noi”. “Ne avrebbe molte di ragioni – gli rispondo – considerato come la trattiamo”; mi sorride benevola, senza aggiungere nulla. Dentro la casa di campagna, in mezzo l’alta collina fermana, si sta bene, non fa freddo come fuori, l’accoglienza delle monache è molto calorosa e funziona meglio del riscaldamento.  Fino a qualche giorno fa, non c’era una strada percorribile in auto per arrivare lì; poi il Comune ha fatto aprire una sterrata carreggiabile su quello che era poco più di un sentiero. Loro non sono contente di stare lì, si sentono sacrificate, un po’ in cattività, lontane da quella che era la loro perenne dimora abituale. Loro, sono le monache benedettine di clausura di Amandola. Il Monastero di San Lorenzo, già provato fortemente dalla scossa del 24 agosto che aveva già reso scarsamente agibile parte dei locali, il 30 ottobre è parzialmente crollato, proprio mentre alcune stavano in chiesa. Loro, sempre le suore, avevano resistito nel rimanere al monastero fino a quella domenica mattina, ma poi sono state messe in salvo dai pompieri; per qualche giorno hanno dormito al palasport cittadino; poi sono state trasferite in quella che era una proprietà dell’Ordine, frutto di un lascito benemerito di qualche anima pia. Anche loro vogliono ripartire, anche loro hanno la tenacia e la fierezza dei marchigiani che vogliono rialzarsi in piedi e, soprattutto, non vogliono abbandonare i propri luoghi. Sono nove, quattro di origine nigeriana; quest’ultime hanno ancora negli occhi la paura e lo smarrimento di chi non sapesse fino a un paio di mesi fa cosa fosse, come fosse, un terremoto. Ma la Madre Badessa, vuoi per funzione, vuoi per carattere, sa fare squadra, le tiene tutte sul pezzo e coinvolte in questa nuova, provvisoria e poco riservata, dimensione della vita claustrale. Insistono perché si resti a pranzo da loro, ci tengono. In una stanzetta noi, con gli operai che stanno sistemando un po’ di cose intorno alla casa per rendere maggiormente funzionale il tutto; in un’altra stanza loro, le monache: sono sì sfollate, ma pur sempre di clausura e le regole vanno osservate. Poi dopo pranzo, la Madre Badessa le chiama tutte nella stanza degli ospiti, e le sorelle nigeriane arrivano con degli strumenti etnici a percussione, e succede l’imponderabile per noi, quasi come il terremoto per loro: si accomodano sulla panchetta e attaccano un canto religioso della loro terra; la lingua è incomprensibile, ma la Madre Badessa e le consorelle marchigiane, battono il tempo con le mani. Fuori dai vetri i Sibillini, l’Africa all’interno della casa, catapultati su un altopiano nigeriano; una sonorità che mi riporta lontano di parecchi anni e di qualche migliaio di chilometri, su una chiesa cristiana in cima alla falesia di Badiangara, in Mali. Ma siamo lì, invece, nel fermano, con delle monache sfollate, sui “monti azzurri”. Dentro quella casa, così lontana e avulsa da sistemi di quotidianità, poco raggiungibile, abitata provvisoriamente da nove donne così estranee al nostro concetto di vita e di tempo, così piena ancora di paura, ma al tempo stesso anche di speranza, ho avuto la sensazione di trovarmi per qualche ora nel cuore del mondo; Ali Farka Tourè, poeta e musicista maliano, ad un intervistatore occidentale, una volta disse: “Per alcune persone, quando dici Timbuctu, è come dire la fine del mondo, ma non è vero. Io sono di Timbuctu e posso dirvi che siamo nel cuore del mondo”. E il “cuore del mondo” non è tanto dove si è, ma come si è e con chi si è. E allora i “cuori” del mondo possono essere infiniti. La faglia, con lacerazione e dolore come ogni ferita, ha portato a giorno sull’Appennino tanti cuori del mondo; che non sono solo borghi e paeselli sperduti qua e là, ma vite, storie, volti umani e di bestie che ogni giorno rendevano vivo e pulsante, pur tra molti sacrifici, quel territorio. Ma che i più scoprono essere veramente abitato e vissuto tutti i giorni, solo quando ci sono grandi tragedie, anziché essere uno sfondo ritoccato e virtuale su Instagram. Ecco, se la ricostruzione avesse come orizzonte politico ed amministrativo il concetto di “cuore del mondo”, la strategia dell’abbandono dei luoghi e delle comunità, non avrebbe nessuna efficacia. Nel congedarci tutte le sorelle abbracciano mia moglie, sorella anche lei per qualche ora. Quando usciamo per ripartire, vengono tutte sul cortile a salutarci. Incrocio gli occhi di una sorella nigeriana, quella che è scappata via dalla chiesa con il tetto che gli rovinava dietro. Prima del canto aveva lo sguardo smarrito; adesso gli occhi sono luminosi, c’è di nuovo quella luce densa che vedi solo in Africa,  e ci sorride. Un sorriso che ci fa molto bene. Loro vogliono tornare a San Lorenzo, al Monastero, hanno da prendersi cura del roseto e dell’orto. Ma, soprattutto, lì in mezzo alla campagna, non possono più fare i loro buonissimi biscotti. 

venerdì 18 novembre 2016

LA STRATEGIA DELL'ABBANDONO

La strategia dell’abbandono risiede da sempre in molti paesi dell’Appennino. Sta lì, silente e dormiente per lungo tempo, un po’ come le faglie nella crosta terrestre. Poi, come il terremoto, all’improvviso ritorna a manifestarsi con tutta la sua forza, arruolando proseliti, capi ed esecutori. Il terremoto è il suo più grande complice. Nel tempo di quiete, la strategia dell’abbandono si alimenta di cattiva edilizia, saccheggio del paesaggio, mancata prevenzione geomorfologica, di patrimoni immobiliari lasciati all’incuria da eredi che neanche si ricordano di essere proprietari di una casa della bisnonna; ma si alimenta anche di amministratori locali che non hanno poteri di intervento efficaci e sanzionatori verso quanti lasciano depauperare un patrimonio immobiliare, fino al punto di renderlo pericoloso per tutti; si alimenta di politica locale sempliciotta, che pensa prima ai turisti che agli abitanti e, di conseguenza, non è consapevole del fatto che sull’Appennino i turisti ci sono se i paesi sono vivi, se chi ci abita è anche un animatore della vita del proprio borgo, se ci sono servizi, se le strutture ricettive sono sicure, se le due stanze che prendi in affitto per una settimana (e magari in nero) non ti si accartocciano sopra di notte se arriva il terremoto. Altrimenti perché venire qui, meglio il villaggio vacanze esotico o la nave crociera. Poi ci sono quelli che resistono alla strategia dell’abbandono. Sono quelli che sull’Appennino ci abitano, non perché condannati ad espiare qualche reato, ma perché hanno scelto consapevolmente di farlo, perché qui trovano le ragioni di una, seppur opposta al modello Briatore, idea di felicità. E allora ci sono bambini, ci sono vecchi, cani, pecore, maiali, mucche e galline; ci sono imprese che producono qualità esclusivamente per il fatto di essere lì, in quelle condizioni ambientali ed altimetriche. Ci sono ragazze e ragazzi che investono il proprio futuro qui, sull’Appennino, con competenze e conoscenze elevate. Tutto questo la strategia dell'abbandono vorrebbe delocalizzarlo, reinpiantandolo sulla costa o in qualche estesa pianura. E quando arriva il terremoto, la strada verso l'obiettivo, come si dice, è spianata. Perché la battaglia alla strategia dell’abbandono abbia successo c’è però bisogno di un nuovo civismo, di nuove pratiche democratiche e partecipative che promuovano, in chi ha scelto di vivere sull’Appennino, una diversa coscienza di attenzione e valorizzazione del territorio, capace di superare anche difetti, qualche cattiva abitudine incrostata, localismi e particolarismi di caseggiato, la saccoccia come fine ultimo ed esclusivo di ogni iniziativa ed attività. La sfida è riuscire a coltivare e far crescere una nuova idea di comunità e di appartenenza, che tenga conto dei valori dell’identità e delle radici, ma che sappia valorizzare anche quegli innesti che nel tempo si sono inseriti e che vogliono essere parte insieme a tanti. Una necessità di riorganizzazione culturale e procedurale. Una nuova “lunga marcia”, insomma. Sull’Appennino e per l’Appennino.



domenica 9 ottobre 2016

LA MANO NERA

Piove a Pescara del Tronto. E’ freddo, il primo vero freddo. “Cominciamo da quelle leggere – dice Enzo mentre rovista nello zainetto che ha salvato dal crollo di casa la notte del 24 agosto – poi passiamo alle altre. “ Leggere e pesanti  sono le cose che vuole raccontarmi. Alla fine passano più di due ore, accartocciati dentro il camper del GUS. Enzo partendo da sé, dalla sua vita a Pescara, è  un fiume in piena. Racconti, idee, proteste e proposte, che come l’acqua del fiume che passa, si mescolano, accavallano, confondono. Mi colpisce però un’espressione ricorrente che attraversa le storie di Enzo, quasi un’intercalare, con cui identifica ciò che in quel territorio è stato fatto da molti anni. “E’ successo – dice – per opera della “mano nera”. Non specifica cosa sia o chi sia, ma dopo un po’ lo capisco. Chi, o coloro, singoli e aggregati, che pur essendo figli di quella terra, ad un certo punto, per ambizione ed avidità personali, hanno sfruttato quel territorio, provocato danni e ferite non rimarginabili, in nome di un presunto benessere della popolazione, a cui peraltro si appartiene. La “mano nera” non ha una fisiognomica precisa, un’anagrafica codificabile, può essere la politica, l’imprenditoria, la chiesa, o commistioni opache di tutto questo. Quello o quelli che le strade, il cemento, le fabbriche, portano lavoro, sviluppo e crescita economica. Ma che sotto, appena oltre il cotico del suolo, lasciano inquinamento, depauperamento delle risorse naturali, lesioni all’assetto geomorfologico originario, malattie. Enzo poi è costretto a smettere di raccontare, perché io devo ripartire, ma ne avrebbe ancora per molto; “non preoccuparti che tanto torno per riprendere il discorso - gli dico salutandolo – mica abbiamo finito…”. Lui ritorna verso la sua tenda-casa, a presidiare il suo paese e le sue storie, quasi a vigilare da qualche altra “mano nera” che potrebbe riaffacciarsi da dietro quei cumoli di rovine e macerie, e riproporre nuove lusinghe su come riportare sviluppo e benessere dopo la tragedia ed il lutto del terremoto. Tornando e ripensando alle storie di Enzo, in fondo se si guarda, anziché semplicemente vedere, ogni paese, ogni città, ha la sua “mano nera”. La “mano nera” è figlia di un territorio, c’è nata e cresciuta e, in molte realtà, continua a viverci. Vuole bene alla propria realtà nativa, desidera sviluppo, lavoro, progresso per tutti i conterranei. Però, c’è un però. Per la “mano nera” la priorità resta comunque la propria saccoccia, i cazzi propri. E allora per la “mano nera” è normale che gli scarti industriali tossici della propria fabbrica li si sotterri sotto superfici su cui poi la gente è andata ad abitare o li si riversi nel fiume. Che volete? Grazie alla produzione industriale è stato dato lavoro a tutti, dai nonni ai nipoti. Per la “mano nera” le montagne non sono luoghi da tutelare e da promuovere per le attività naturalistiche e turistiche, ma oggetti da far saltare con le mine e da segare a fette, perché quella pietra lì è un gran business nell’industria chimica e farmaceutica, e poi ci si sbianca anche lo zucchero da barbabietola; perché indignarsi poi: quattro spicci di diritto di escavazione vanno al Comune, alla Provincia e alla Regione; e poi, ogni volta che c’è la campagna elettorale, s’è sempre data una mano (e una bustarella) a tutti, senza distinzioni ideologiche. Per la “mano nera” ci sta che ogni territorio vasto abbia il suo inceneritore, e va fatto proprio lì sopra, dove tanto il terreno è già stato inquinato da decenni da quell’impianto industriale chiuso, che così almeno all’impianto di termovalorizzazione (espressione elegante per definire l’inceneritore) si riassume pure qualche decina di licenziati senza alcuna speranza. “La mano nera” è quella che poi chiama direttamente il ministro di turno per far spostare la direttrice di un nuovo asse stradale. E’ più funzionale, meno costoso e meno impattante si dirà; ma no, è più costoso, si allunga il percorso, si inquina di più, però se passa dall’altra parte, là ci stanno i terreni di tizio e di caio (e qualcosina pure di sempronio). Le discariche, come sanno gli addetti ai lavori, hanno un tempo di vita predefinito; dopo un po’ vanno ad esaurimento e deve essere chiuso e risanato il sito. Ma la “mano nera” pensa che sia una cazzata: ci si fanno talmente tanti soldi, si da lavoro, si danno soldi ai Comuni che ci fanno nuovi giardinetti e piste ciclabili; sai che facciamo? Ne chiediamo la proroga temporale per la durata e pure l’ampliamento per metterci più rifiuti speciali, perché sono quelli che fanno l’affare, mica i quattro sacchetti di indifferenziato delle famigliole del posto… Ecco, e si potrebbe continuare a lungo, così come Enzo racconterebbe all’infinito le storie del suo paese che in una notte d’estate è scoppiato. Poi a valle incontro un gruppo di ragazzi che hanno deciso di scrivere su Facebook quello che succede ai loro paesi dopo il 24 agosto, ma anche quello che era la vita delle loro piccole comunità prima di quella notte. Anche loro non se ne vogliono andare e vogliono diventare adulti e vecchi lì. Hanno tutti meno di vent’anni e gli occhi luminosi anche in questi giorni di lutto, di separazione, sbandamento, di pioggia e freddo. La pagina Facebook si chiama “Chiedi alla polvere/Ask the dust”. Sono loro il miglior antidoto nei confronti della “mano nera”; e come loro i tanti adolescenti sparsi nei paeselli che credono che lì, ancor più che in grandi città, si possa costruire felicità. Anche questi giovani sono quelli che Paolo Pileri, nel bel libro “Che cosa c’è sotto”, chiama “i partigiani del suolo”.

*il manifesto è affisso sotto un pilone del viadotto che passa sopra Pescara del Tronto

domenica 25 settembre 2016

ENZO ABITA QUI

La macchina rossa era di Enzo; sopra la macchina c’è, crollata, la casa di Enzo. Avevo letto di Enzo i giorni scorsi, la sua scelta di rimanere l’unico abitante dentro il paese disintegrato dal terremoto di Pescara del Tronto mi aveva colpito. Poi una serie di concomitanze hanno fatto si che con Enzo ci siamo incontrati e conosciuti; forse, per certi imperscrutabili  aspetti, riconosciuti. “Lui fuori dalla zona rossa non ci viene – mi hanno detto – bisogna che vieni giù tu”. “Ma a me – avevo ribattuto – dentro la zona rossa non mi ci fanno entrare”. Poi il compromesso, ci incontriamo in una sorta di striscia interterritoriale, subito oltre il confine della zona rossa. Ci conosciamo lì, proprio davanti la sua macchina rossa sfondata dalle macerie. Mi sento ridicolo con il caschetto giallo modello pupazzetto Toys, non tanto per ragioni estetiche; mi interrogo da cosa dovrebbe rendermi incolume quel pezzo di plastica se ci fosse un pericolo vero e serio. Enzo mi racconta un po’ di sé, che vive lì da più di vent’anni, che il padre era di Pescara, ma che lui è nato e vissuto a Roma, per poi scegliere di venire a vivere in quella casa delle radici familiari. Enzo non se ne andrà da Pescara, non lo ha fatto dalla notte della catastrofe sismica, non lo farà in seguito. I primi giorni ha dormito sopra una tettoia all’aperto, poi i ragazzi del GUS gli hanno portato una tenda, e gli continuano a portare i pasti, perché lui da lì non esce, come se uscendo dalla zona rossa temesse che trovano il modo di fregarlo e non farlo rientrare più. Gli hanno offerto in dono una roulotte per l’arrivo della stagione fredda, ma è stato detto ai benefattori che non è possibile procedere al dono, perché si creerebbe un precedente. Enzo mi racconta che ha dato una mano fondamentale nelle ore immediate alla tragedia, consentendo di tirare fuori in poche ore sia i vivi che i morti; si, perché lui sapeva quali erano, tra tutte, le case abitate quella notte, e chi c’era in ogni casa. Poi mi dice anche che lui sta lì non per protesta, ma perché ha da fare delle proposte. E che ha un sacco di cose da raccontare. Gli dico che mi interessa ascoltarlo e che torno; mi lascia il suo numero di telefono. Chi è Enzo? Il suonato del paese, come è semplicistico pensare, o la testimonianza di qualcos’altro di più profondo, significativo, che ci mette di fronte a verità rimosse o sconosciute? Ogni terremoto, con il suo carico di tragedia e di dolore, per molti, purtroppo, è l’occasione per prendere atto di un fatto, o di fare una scoperta: che su per quelle montagne non ci sono solo i turisti, gli escursionisti, i villeggianti estivi a cui è rimasta la casa della nonna o dello zio; no, pensate, che su per quelle montagne, c’è gente che ci vive sempre, che ci lavora, ci sono bambini che nascono, che vanno a scuola e che diventano grandi. C’è gente che lì ha scelto di vivere e che, incredibilmente, è felice di viverci per tutta la vita; e che neanche adesso che il terremoto gli ha portato via tutto, se ne vuole andare. Strana la gente… Nelle città si sta meglio, più sicuri, ci sono tutte le comodità; perché ricostruirgli il paese spianato dal sisma, sarebbe tanto meglio per loro  che lo Stato gli ricostruisse una nuova e migliore vita in città… Però dal lavoro e dall’economia di quelle montagne, ci piace riempirci borse della spesa e imbandirci tavole per la nostra convivialità, anche per la nostra sempre più mirata ricerca di una maggior sana alimentazione. Ma quella roba si fa lassù, in cima all’appennino, è lassù che il lavoro di chi vive consente di ottenere beni non riproducibili e delocalizzabili. E allora se facciamo l’amatriciana solidale, è un po’ una presa per il culo farla con i prodotti comprati all’ipermercato; forse è più solidale se troviamo il modo di comprare gli arrosticini che anche in questi giorni con la casa crollata, ma con la macelleria più o meno stabile, continua a preparare e a vendere l’allevatore-macellaio del paesello. Perché se gli arrosticini e gli altri prodotti di un duro lavoro su quei monti, non glieli compra più nessuno, perché il paese non c’è più e fra un po’, passata l’emergenza e sgomberate le tende, non ci faranno spesa più neanche i vigili del fuoco, lui con l’amatriciana solidale non ci fa un cazzo; tra qualche settimana, arrivato l’inverno, chiude bottega. Enzo mi deve raccontare un sacco di cose; “devo parlarti – mi dice salutandomi – della cava qui dietro il paese, del cemento che c’era qui, della fonte dell’acqua, e ti devo dire delle proposte”. “Ok – gli dico – mi organizzo e tra qualche giorno ritorno. E tu lo sai che ritorno. Vedi di farti trovare qui dentro, a Pescara del Tronto”

venerdì 8 luglio 2016

EMMANUEL E CHINYERY, LE MARCHE, E L'INNOCENZA PERDUTA (se mai avuta)

Il barbaro assassinio di Emmanuel a Fermo, non è sufficiente che possa essere riconosciuto come un gesto fascista, fatto da un fascista. Per molti, fascista, è una parola quasi impronunciabile, che non sta bene usare nel XXI secolo, e quindi meglio razzista, estremista di destra, o la molto più soft ultrà. Ed è quindi comprensibile e condivisibile, che anche molti si incazzino e pretendano che quel gesto e quell’omicida vengano appellati con la parola più propria, fascismo. Ma non può esaurirsi e finire qui. Quell’omicidio apre questioni e problematiche più profonde, che interpellano una regione e che esigono che, almeno, questa tragedia possa rappresentare l’opportunità, non rinviabile, per una terra di un milione e mezzo di abitanti per fare un tagliando. Un tagliando al livello del suo sentimento democratico, che coinvolga i singoli, la società organizzata, le classi dirigenti, la politica e le istituzioni. L’omicidio di Emmanuel ci dice che abbiamo superato il livello di guardia, tutti e tutto. Il fatto che uno spacchi il cranio ad una persona perché considerato diverso, ha alle spalle tutta una filiera di valori, di sentimenti, di comportamenti, consapevoli ed inconsapevoli, propri di una comunità che non solo negli anni si sono indeboliti, ma addirittura incrinati. E’ il fatto che uno, al di là del suo istintuale tasso di aggressività e di cultura, arrivi a considerare normale, comprensibile e giustificabile, considerare l’altra persona, per provenienza e per etnia, una scimmia. E se questo avviene, significa che quell’omicida ha una certa consapevolezza che, nel considerare un africano una scimmia, possa essere nel pensiero comune della gente che ha intorno, un atteggiamento se non del tutto legittimabile, quantomeno sopportabile. E allora che cosa è diventata negli anni la società marchigiana, cosa sono diventati i tanto prudenti e timorati marchigiani? Dov’è finito quel tanto decantato humus comunitario ed identitario, che è stato per decenni assunto a modello e ad esempio (nelle relazioni, nell’economia, nei rapporti della società organizzata,…)? Perché in un certo senso, l'omicidio di Emmanuel sancisce  l'attimo in cui si è persa quell’aurea di innocenza? O non c’è mai stata? Perché è sufficiente oggi la presenza, in una piccola cittadina, di una decina di richiedenti asilo, per mandare in tilt una cristallizzata e apparentemente tranquilla dinamica quotidiana, per far smarrire ai responsabili delle Istituzioni senso di responsabilità e trasformarli persino in promotori della paura, per smuovere sentimenti di ostilità, egoismo ed intolleranza anche in persone insospettabili? E’ stata la crisi? E’ stato il venir meno, nelle Marche di un’idea dei rapporti padronale e subalterna, e che è stata per decenni classe dirigente diffusa, che creando dipendenza, nella sua implosione, ha lasciato tutti senza la figura rassicurante di un padrone? E’ stata la mutazione genetica, probabilmente irreversibile, di un modello e una pratica della politica improntata alla sola semplificazione, razionalizzazione, cultura del “The Truman show”? E’ stato il fatto che da diversi anni si è spinto sull’acceleratore culturale della costruzione di un’identità marchigiana, anziché sulla crescita consapevole e partecipata di un nuovo e necessario umanesimo ed autentica comunanza? O è stato il fatto che, non solo nelle Marche, quando ogni aspetto della vita e della quotidianità è improntato alla supremazia assoluta della merce, di conseguenza tutto è giustificabile al perseguimento di quel fine? Oggi, se usciamo dai mantra dei tweet e degli #, ci accorgiamo che questa regione (nei suoi abitanti) è più povera, più sola, più egoista e più corrotta. E di conseguenza più propensa a far sedimentare germi e sentimenti fascisti. E la risposta a tutto questo non può essere ancora la semplificazione di questioni che hanno necessità di complessità ed articolazione, ed un generico e riverniciato riformismo. Ma deve necessariamente essere la radicalità. Delle idee, dei comportamenti, delle scelte; private e pubbliche; individuali e collettivi. E’ necessaria una forte iniezione di eresia. Don Vinicio Albanesi, quando eravamo molto più giovani, e più giovane anche lui, ai campeggi ci portava a tavola una grande pastasciuttiera con dentro la pasta fumante, e ci diceva nel posarla al centro della mensa a cui sedevamo: “ecco l’Eucarestia”. Era eretico e blasfemo, nel fare e nel dire? Non saprei; certo era un messaggio forte per dei ragazzi di vent’anni, c’era l’idea di sentirsi una comunità di eguali, di mutualità, e di condividere un po’ per uno, ma per tutti con tutti, quanto bastava per vivere, il necessario. E di conseguenza nessuno si sentiva diverso, subalterno, ma autonomo e tra pari; libero di impegnarsi nel dispiegare la propria vita nella comunità più grande. Ecco, forse le Marche, hanno bisogno di prendere atto che il tempo della merce è finito, e che sta arrivando il tempo del sacro. Ne saranno all’altezza, ne saremo all’altezza? Non ho molta fiducia, guardandomi attorno. Vedo molte indignazioni di giornata, costernazioni da primo post su facebook il ripetersi di stanchi ed inefficaci riti di solidarietà e cordoglio. Vedo la paura, se non il terrore, per chi ha responsabilità, seppur diverse, verso i cittadini, di chiamare la cose con il loro vero nome, perché ciò metterebbe in discussione un pezzetto del proprio potere e consenso. Non vedo, ma è dovuto sicuramente alla miopia, quasi niente di radicale. Quel gesto così apparentemente senza finalità e concretezza, a cui invita un poeta ed un intellettuale come Franco Arminio: “Mettiti in ginocchio anche se non credi a nessuno.

PS. Immagine di Serrabernacchia (frazione di Genga)


martedì 24 maggio 2016

PARTIGIANI DI IERI E PRETORIANI DI OGGI

Non saprei, nel momento in cui mi accingo a scrivere alcune riflessioni personali, se mi trovo nello status, come detto da alcune e alcuni in questi giorni, di possessore della “eredità morale della Resistenza”; l’unica eredità che mi sono ritrovato, ed anche casualmente, semidimenticata in una scatola di cartone tra un trasloco e un altro, sono due medaglie di bronzo delle Brigate Garibaldi. Mio padre ed io, solo più di settant’anni dopo, abbiamo ricostruito che, anziché essere state regalate negli anni a nonno Serafino da qualche parente o conoscente, come c'avevano detto, erano DI nonno Serafino. Nonno (scomparso nel 1974), mica l’aveva detto a nessuno che a tutti gli effetti aveva fatto parte di un distaccamento partigiano in quel di Ostra, che stava con Brutti e Maggini…(fucilati dai fascisti Ostra il 6 febbraio del 1944); c’è toccato andare all’Archivio di Stato, all’Istituto di Storia e al Distretto Militare, per trovarlo lì, il Serafino, in lista con tutti gli altri partigiani, 70 anni dopo la Liberazione. Questo, per avvalorare una cosa che ho imparato in questi anni, avendo avuto il privilegio di conoscerne tanti, italiani, slavi, di tutta Europa: che i Partigiani parlano poco o niente; o meglio di quello che hanno fatto e del perché l’hanno fatto, non ti raccontano proprio nulla, nonostante sollecitati. Anzi, più chiedi e più si infastidiscono. Poche parole, quello che è si è si, quello che è no è no. E allora da questo capisci che è meglio lasciarli stare, non tirarli per la giacca, né tantomeno esibirli come una sorta di Buffalo Bill al circo. E capisci una cosa, specialmente: che questi qui è giusto che dicano su tutto quel che cazzo gli pare e gli passa per la testa; è così e basta. Ma questo, chi pensa che l’attività e le scelte della politica, il consenso a queste,  si fondano sulla fedeltà ad una persona fisica, ad un capo, con metodi, parole e prassi scopiazzate da qualche setta psico-socio-spirituale, non lo può capire. Chi ha combattuto per la Libertà ha praticato, nell’essere certamente fedele ad un ideale e ad una causa, tra i suoi simili, capi o sottoposti, esclusivamente il valore della lealtà. Cosa assai diversa dalla fedeltà. E allora, di conseguenza, per la politica modello scientology (o altre esperienze nostrane similari), è impensabile, inammissibile, che un’associazione, autonoma giuridicamente e statutariamente, di oltre centoventiquattromila iscritti, che si ritiene idealmente vicina, possa nel merito di una questione specifica, democraticamente decidere di pensarla diversamente. Proprio perché quella politica lì, fondata e tenuta in piedi sul concetto della fedeltà, è forte e vincente solo se crea rapporti di sottomissione, asservimento e subalternità. Ecco perché l’aggressione all’ANPI, politica, morale, per certi versi con una fisicità, è di una gravità e di un pericolo inaudito. Perché non è la solita schermaglia, gioco fra parti, composizione e scomposizione interna ad un’area o schieramento. E’ qualcosa di più infido, profondo, pericoloso. E’ il riprodursi e nuovo prodursi della pretesa di controllo delle coscienze e delle intelligenze e, di conseguenza dell’esercizio della libertà di pensiero e azione di ognuno. E’ allora, in quella politica lì, non ci si confronta lealmente nel merito riconoscendosi reciproca autonomia e scelta; si scatenano i pretoriani, quelli televisivi, giornalistici e da tastiera; quelli che li fai inserire in un corpo estraneo, avverso, per sovvertirne l’equilibrio, l’ordine, la gerarchia. L'altro, nella sua soggettività organizzata, diventa il nemico da distruggere. E i pretoriani non sono, figurativamente, equiparabili oggi ai semplici iscritti, militanti, opinionisti di un partito o movimento. Nell’antichità erano militari scelti che svolgevano compiti di guardia del corpo dell’imperatore; erano pronti a morire per l’imperatore, non per una causa o un ideale, si badi bene, per il corpo dell’imperatore. Per il militante o l'iscritto ad una associazione, a battaglia politica finita, il giorno dopo è un giorno come un altro, con la propria vita, il proprio lavoro, i propri affetti. Per il pretoriano la posta è molto più alta, vitale; sul piatto ci si gioca spesso tutto, metaforicamente la vita. La coscienza individuale, l’esercizio della propria convinzione, che in una associazione è sinonimo di confronto, dialettica e democratica sintesi, non può essere riconosciuta da una determinata strutturazione politica; pena il cedimento delle sue fondamenta. E’ un concetto che mi genera, e non mi ritengo certamente uno che si impressiona, spavento. Quattro anni fa, e questa riflessione di oggi coincide con un anniversario, casualmente il 24 maggio (quello del Piave…), con la maggioranza politica dei Consiglieri Provinciali di Ancona uscii dall’aula facendo mancare il numero legale, quando si voleva far approvare un atto che avrebbe fatto aprire una nuova cava su Monte S. Angelo ad Arcevia; su quel monte il 4 maggio del 1944 i fascisti ammazzarono più di settanta civili, tra cui una bambina di sei anni, Palmina. Un luogo sacro, al di là del valore ambientale del territorio, che non può essere oggetto di interessi privati e speculativi, tanto più autorizzati da provvedimenti pubblici. L'atto non fu approvato, il Consiglio Provinciale decadde pochi giorni dopo per fine consiliatura e poi le Province non sono state più elette dai cittadini. La cava ad oggi non è stata fatta. Non  comunicai anticipatamente ad alcuno (a livello politico e di partito) che avrei agito in quel modo e sollecitato altri compagni ad agire così. Chiesi esclusivo consiglio ad un anziano che oggi ha quasi 93 anni, uno di quelli che oggi è giusto dica quello che stracazzo gli pare, un Partigiano; uno offeso e aggredito verbalmente in maniera virulenta, e pubblicamente, da settimane dai famigli dell'imperatore e dai pretoriani. Fu doloroso quel 24 maggio; la coscienza versus l’appartenenza ad un partito. L’ideale o la saccoccia. In quel giorno, con quella scelta, si sarebbe esaurito un mio percorso nella politica attiva, e di questo ne ero consapevole uscendo di casa la mattina. Da quel giorno, ogni mattina, però, riesco ancora a guardarmi nello specchio. E per questo non c’è alcuna Mastercard che valga. 

martedì 26 aprile 2016

ALLA STAZIONE C'ERANO TUTTI

Ho scelto di condividere la Festa della Liberazione con una piccola comunità dell’entroterra marchigiano di meno di 5000 abitanti; la consuetudine avrebbe voluto che la trascorressi nel capoluogo di Regione. In quella cittadina nelle settimane scorse si era verificato un problema, definiamolo così: il Sindaco non voleva andare al di là di un manifesto copia/incolla e di un mazzo di fiori portato da un usciere del Comune, di buon mattino e senza cerimonia, al monumento dei caduti (anziché al murales della Resistenza, scambiando volutamente il 25 aprile con il 4 novembre); ma soprattutto non voleva fare il 25 Aprile con l’ANPI. In quella cittadina c’è un sindaco-imprenditore, a capo di una lista civica molto eterogenea. Uno che pensa che “occupare” con il proprio conflitto di interessi l’Istituzione, possa portare benefici ai cazzi propri; e di cazzi d’impresa, quell’imprenditore ne ha tanti. Nelle settimane precedenti, l’ANPI di quel Comune non si è persa d’animo, e si è messa ad organizzare una sua cerimonia del 25 aprile, chiamando a raccolta quella società civile che non ritiene giusto stare “a bottega” dal sindaco-imprenditore e che, soprattutto, non è ricattabile da quel potere politico. Cosa curiosa, a rendere atipica quella dinamica locale, c’è la consuetudine da qualche anno che la parrocchia del paese, con il beneplacito del vescovo ciellino-operaio, il 25 aprile fa le cresime, a prescindere se la festività cada di domenica o in un altro giorno della settimana; che coincidenza singolare… Mi hanno raccontato che, dopo che l’ANPI s’è data da fare, nella maggioranza politica che governa il Comune, abbiano litigato parecchio, intravedendo, i più lucidi, lo sputtanamento. Ma niente, il sindaco –imprenditore ha avuto la meglio; si è fatto come comanda lui, solo manifesto e, sembra che questi addirittura ieri fosse in Cina. Non per impegni istituzionali, ma per cercare qualche cinese che fosse possa essere interessato alle sue aziende, che non se la passano proprio alla grande. Ho letto il manifesto del 25 aprile del Comune ieri, arrivando in centro; non c’è mai la parola “antifascismo” e “Resistenza”; solo un vago richiamo alla pace e alla fratellanza universale. E al murales della Resistenza, in una fredda, anzi freddissima e ventosa mattinata di primavera, che sta davanti la stazione ferroviaria (chissà perché ad un certo punto m’è venuta in mente la stazione di Bocca di Rosa…), ho trovato l’ANPI, le ragazze e i ragazzi del centro di aggregazione giovanile, l’AVIS, i Carabinieri del paese in veste da cerimonia, qualche coccinella e boy scout, alcune insegnanti dell’istituto comprensivo, delegazioni dei sindacati e di alcuni partiti, e diversi cittadini. E abbiamo condiviso una bella cerimonia del 25 aprile fai da te. Mi hanno raccontato nei giorni scorsi che il sindaco-imprenditore, da tempo si sarebbe venduto la storia, le radici e l’autonomia del Comune e della comunità, favorendo la fusione della sua municipalità con quello confinante di trentamila abitanti, in cambio di qualche salvacondotto per le sue imprese, ma non certo per i lavoratori, ma solo per le sue saccocce. Il tutto con il beneplacito di livelli istituzionali superiori e, teoricamente, politicamente avversi alla maggioranza che regge il Comune. Di questo aspetto poco mi importa; trovo invece che quel manipolo di cittadini, che andava dalle coccinelle al locale partito comunista che più comunista non si può, che s’è ritrovato al freddo di fronte al murales della Resistenza, rappresenti l’unica speranza per quella comunità, e il germe di un nuovo fronte di democrazia comunitaria che ha il dovere di non disperdersi. Da lì si può ripartire, dalla sperimentazione di una nuova pratica di partecipazione, fra storie ed individualità differenti, fra pari, e che liberi a breve quella comunità dal padrino di turno, e che riaffermi che storia, identità, democrazia di un paese, non si vendono, né si svendono, con la puttanata delle fusioni tra comuni, per gli affari di qualche sindaco-imprenditore pro tempore, e neanche per le lusinghe della moda istituzionale di turno, portata porta a porta da qualche commesso viaggiatore della politica del governo nazionale. Spero che l’ANPI locale, insieme ad altri, sappia raccogliere questa eredità, non di 71 anni fa, ma di appena ventiquattr'ore fa. 

lunedì 18 aprile 2016

I REFERENDUM PICCINI PICCIO'

Domenica scorsa si sono svolti, contestualmente al referendum nazionale sulle trivelle, due mini referendum locali per far pronunciare le comunità locali sulla proposta di fusione del proprio Comune con un Comune più grande limitrofo (tecnicamente definita fusione per incorporazione). Due piccole comunità dell’entroterra marchigiano, una con neanche mille abitanti, l’altra con poco più di duemila. Il primo dato significativo è che la partecipazione al quesito referendario locale nei due piccoli centri è stato sensibilmente più ampio della partecipazione la voto sul referendum nazionale. Il secondo dato è che in entrambi i centri il NO alla fusione per incorporazione ha visto una stragrande maggioranza dei consensi. Quindi la maggioranza degli abitanti di quei piccoli Comuni non vuole essere fusa. Si dirà: hanno prevalso resistenze ingiustificate, localismi e particolarismi; non è bastata neanche la lusinga della seduzione economica per quei cittadini, due milioni di euro per dieci anni di trasferimenti statali in più per il bilancio del  neo Comune risultante dalla fusione. Forse è il caso però, oltre che colpevolizzare gli istinti localistici e conservatori di quelle persone, di fare anche una riflessione sul senso della oramai diffusa strategia politica del principio amministrativo della fusione municipale. Premesso che è vero che i Comuni, specialmente quelli più piccoli, stanno in grande difficoltà economica ed organizzativa da anni. Non ci sono più risorse sufficienti per garantire una normalità dei servizi erogati, non ci sono più risorse umane disponibili per gestire il funzionamento della macchina amministrativa. Ma è un problema magicamente spuntato da qualche tempo, o invece magari è il frutto di un lento logoramento del valore delle Autonomie Locali da parte di politiche statali, che hanno perseguito scientemente da anni un’aggressione per primo al sistema democratico delle Istituzioni locali, ed insieme alla loro capacità di operatività, fino a produrre il crack di una rete di sussidiarietà orizzontale nei territori? Spesso in nome di parole d’ordine qualunquiste e populiste, la casta, gli spechi, le inefficienze. Che negli anni  problemi di questo genere non se ne siano verificati, sarebbe negare delle evidenze; ma da qui la generale colpevolizzazione di tutto e tutti, ha prodotto solo l’indebolimento e lo screditamento del livello istituzionale più prossimo ai cittadini, e di conseguenza più riconosciuto. Che ha contribuito a screditare generalmente la politica. Una politica incapace, nel suo insieme, di elaborare una vera riforma dell’ordinamento statale a settan’anni dalla Costituzione repubblicana; che sapesse rivedere e rimodulare i diversi livelli di governo in maniera equilibrata rispetto alle condizioni della società, dell’economia, delle corporazioni, che non sono più quelle di quando decenni fa venne disegnato il quadro istituzionale del Paese. Ma che invece, al contrario, ha corso dietro in maniera disorganica al vento delle stagioni: prima il problema avvertito dall’opinione pubblica erano le Province, e quindi via le Province. Poi il bicameralismo e l’eccessivo numero dei parlamentari (il numero, si badi bene, non il costo, che è rimasto pressoché invariato), e quindi largo alla riforma della Costituzione di questi mesi. Ora, da qualche tempo, il problema sono i Comuni che non ce la fanno più, e quindi via alle fusioni. In tutto questo inalterato il livello regionale, che negli anni ha assunto ruolo e proporzioni elefantiache. In tutto questo solo interventi a spot ed una tantum, in cui non si intravede nessun disegno organico di un nuovo modello statale. L’unico obiettivo finora raggiunto è che si è solamente ridotto il livello di democrazia: le province ci sono ma non si eleggono più direttamente i rappresentanti; il Senato ci sarà ancora, ma di fatto sarà non elettivo e vi finiranno eletti già in altri livelli, regioni e comuni, scelti dai partiti con il criterio della fedeltà; i Comuni già da anni hanno visto tagliarsi il numero dei Consiglieri Comunali e delle Giunte, che di fatto erano e sono dei volontari della politica. Ed ora l’assalto finale da parte di classi dirigenti miopi ed ignoranti (per essere educati): la fusione dei piccoli Comuni. Meno Sindaci, che nei piccoli Comuni sono un presidio della democrazia, e chi lo fa il più delle volte anziché guadagnarci, come si malpensa, ci rimette di proprio. E la creazione di neologismi nel chiamare le nuove municipalità, che niente hanno a che vedere con storia, radici ed identità locali. E lì davanti, sempre le sopracitate classi dirigenti, a brandire la ricompensa: vi diamo più soldi. Come se la storia, le radici, l’identità di una comunità si potessero comprare. Ben altra cosa sarebbe stimolare alla pratica di messa in comune di servizi e risorse umane tra comunità, senza andare ad indebolire ed annullare la rappresentanza democratica ed indentitaria. Tra l’altro alle scelte di fusione si arriva sempre con percorsi informativi, partecipativi e di formazione del consenso, senza alcuna pratica comunitaria, ma pensati ed imposti dall’alto da qualche raìs di partito territoriale. E allora quando i cittadini possono esprimersi liberamente e senza condizionamenti e ricatti, questi piccoli pretoriani di partito di provincia li mandano a cagare. Come è successo nell’entroterra marchigiano domenica, e come è auspicabile che succeda ancora. Perché gli abitanti di una piccola comunità ci tengono ai propri valori, alle proprie radici e, forse, anche alla democrazia molto di più di quello che si pensa. E le piccole comunità, specie nelle aree interne, hanno bisogno dalla politica di ben altre attenzioni che non sia qualche pugno di euro; hanno bisogno di scelte e politiche nazionali che riguardano la qualità della vita, dei servizi, del paesaggio, delle quali, al di là dei soliti slogan e gettonati convegni, non se ne intravede alcuna concretezza. Hanno bisogno di scelte d’amore da parte della politica. Di una visione e di una passione che non c’è più. Ci sono solo ambizioni personali e tanti piccoli capetti, emuli al ribasso del capo di turno più grande. E allora viva le piccole comunità e i piccoli Comuni, presìdi di democrazia e di una moderna resistenza  (con la r minuscola, sia ben chiaro) civile.

sabato 9 aprile 2016

LA BORGHESIA MASSONA

“A Jesi c’è la borghesia massona”, così se ne esce un amico fabrianese durante una scambio di opinioni in merito ad un progetto documentaristico sulle vicende della realtà della Città della Carta degli ultimi anni, dal titolo “La fine dell’illusione” (lo trovate in rete, www.lafinedellillusione.it). Un progetto multimediale interessante, che fa lo sforzo di analizzare, soprattutto attraverso testimonianze, ciò che è successo non solo nel tessuto economico della città, ma anche in quello sociale e civile. Con alcuni limiti, a mio parere, dovuti probabilmente, almeno immagino, all’esigenza di confezionare un prodotto che avesse l’obiettivo di analizzare solamente alcuni aspetti predominanti. Due i limiti principali: la narrazione testimoniale è circoscritta solo a rappresentanti, passati ed attuali, delle Istituzioni e della politica, e ai lavoratori del settore e dell’indotto manifatturiero meccanico. Proprio per questo, lo spaccato che emerge della città è di conseguenza parziale; manca il punto di vista degli imprenditori che sono stati protagonisti per decenni della storia economica della città, i cosiddetti padroni. Avranno qualcosa almeno da dire, se non a dover rendere conto, sullo stato in cui si trova, oramai da quasi un decennio, la città? E manca una fascia sociale, professionale e culturale, fondamentale di una comunità, la cosiddetta borghesia. Forse perché una borghesia, come storicamente intesa, a Fabriano non c’è mai stata. E mancano le donne; o meglio, c’è un’operaia intervistata, ma il ritratto che emerge della figura femminile, è che a Fabriano la donna è quasi esclusivamente intesa come sposa e madre. E invece, per quello che conosco di quella realtà, ci sono storie ed esperienze femminili significative, nel mondo delle professioni, della cultura e del sociale; ma la storia di quella città preferisce raccontarsi la donna come la moglie e casalinga, che mentre il marito produce, fa impresa e business, si ritrova al  caffè del centro con le amiche per il the. E nella mia chiacchierata con l’amico fabrianese, ponevo a confronto una storia che penso di conoscere un poco, quelle jesina, dove, pur anche lì con limiti e problemi, c’è un tessuto cittadino che ha attraversato, tenendo, anche anni difficili, grazie ad un equilibrio e ad un reciproco rispetto ed autonomia di ruolo tra poteri e strati sociali. La politica ha fatto la politica, l’impresa ha fatto l’impresa, la Chiesa ha fatto la Chiesa. Mai che a qualcuno fosse venuto pensato di accentrare o mischiare ruoli e funzioni, o esercitare indebite ingerenze; e quando a qualcuno è venuto in mente, il pensiero è sempre durato molto poco. E questo anche perché negli anni, la città è riuscita a far vivere, crescere ed interagire tra loro, una fiera e forte classe operaia, una borghesia laica e cattolica, conservatrice e progressista, e storie ed esperienze imprenditoriali eterogenee e plurali. Ed in cui anche le donne, hanno sempre avuto autonomia, ruolo ed identità proprie, e mai riflesse. Questo ha significato per la città negli anni, dialettica, confronto, scontro, contaminazione, competizione, rispetto reciproco, e per questo vitalità e forza nell’attraversare le stagioni. A Fabriano no. In quella realtà, quasi per un secolo, potere politico, imprenditoriale, economico, sono diventati via via sempre più un unicum, con il beneplacito della sfera ecclesiale. Questo, in tempi di vento in poppa, ha distribuito benessere per tutti, per alcuni ricchezza consistente, per la stragrande maggioranza tranquillità economica e sociale; ma quando la tempesta della crisi ha spazzato via un modello economico basato sul capitale e sul profitto ad ogni costo, il tappo è saltato, e le spese le ha fatte, e le sta facendo la maggioranza dei cittadini. Ma soprattutto quella concentrazione di poteri diversi in un unico ed esclusivo direttorio, negli anni ha prodotto distanze sociali, mancanza di stratificazione sociale e dipendenza dal capo. E non ha consentito l’affermarsi di un livello sociale e culturale fondamentale, che è quello intermedio, la borghesia. Capace di svolgere, forte di una propria autonomia identitaria, anche in alcune fasi il ruolo di una sorta di cuscinetto ammortizzatore tra fasce sociali differenti. Che poi a Jesi, siano presenti storicamente diversi circoli massonici, è un fatto. Ma non tutta la borghesia cittadina è massona, e non tutti i massoni sono borghesi. E’ un semplicismo. C’è poi un altro protagonista economico e sociale, anche in un contesto geomorfologico differente,  che ha avuto tra le due realtà considerazione diversa: il contadino. A Fabriano il metalmezzadro: l’agricoltura voce dell’impresa e dell’economia di fatto hobbystica e dopolavoristica, ed il contadino considerato culturalmente subalterno all’occupato nel manifatturiero. A Jesi, l’agricoltore, figura di lavoratore e imprenditore con uno suo status definito e riconosciuto.  Allora ridurre, seppur in sincera amicizia, un confronto ed un’analisi complessi, con l’espressione “lì c’è la borghesia massona”, come fosse il lessico di un esorcismo su episodi demoniaci  è, del tutto in buona fede, indice della incapacità di ammettere che, in fondo, per usare un’espressione calcistica “in zona Cesarini, si spera che quella che è stata una grande illusione, possa, rabberciata e riverniciata, riprodursi ancora. E che, quando il padrone, a cui si è delegata nel tempo molta della propria potenziale autonomia, non c’è più, ci si sente solo disorientati e orfani; e depressi. Ed incapaci di costruire, ancorché una nuova illusione, una realtà di concrete opportunità in uno spirito comunitario e solidaristico.

domenica 27 marzo 2016

IL PRANZO E' SERVITO

Che la democrazia passasse per il cibo, l’avevano capito già i Cervi 73 anni fa. Non a caso, il 25 luglio 1943 alla caduta del fascismo, tra i tanti modi che potessero improvvisare “quei matti ed anarchici dei Cervi” per festeggiare quel fatto, loro, contadini e antifascisti, organizzarono una grande cena popolare per tutti i contadini e gli abitanti della zona. Una cena non sul cortile di casa loro, ma non a caso nella piazza del paese, un luogo pubblico; una pastasciutta di lusso per quei tempi, per tutti, a km zero diremmo oggi: pasta corta in bianco condita con burro e parmigiano di produzione locale. Oggi il rapporto tra cibo e democrazia è servito davanti a noi, ineludibile: in maniera drammatica ed esponenziale per quello che riguarda il Sud del pianeta; in maniera complessa e spesso tragicomica per quello che riguarda il cosiddetto Occidente. Le mafie in giacca e cravatta, che rilevano a quattro soldi imprese agricole ridotte allo stremo da politiche nazionali ed internazionali, che passano, nella fase elaborativa, per i lobbisti di grandi gruppi economici e finanziari; la produzione e la distribuzione di massa in mano oramai esclusivamente ad un pugno di multinazionali; la rete commerciale programmata non in base al bisogno demografico, ma in base alle logiche di cubatura urbanistica speculativa di consumati palazzinari e di amministratori compiacenti; i rapporti occupazionali legati al mercato del cibo, sia per la distribuzione che alla ristorazione; la truffe, le contraffazioni e le condizioni igienico sanitarie legate al cibo (lo slowfood che non è slow, il bio che non è bio, la listeria che ti ammazza e che trovi non nella salsiccia fresca ce fa il norcino in montagna, ma nel prosciutto cotto che trovi al supermercato).  Questo ed altro. E tra questo e altro, c’è anche il prezzo del cibo: il prezzo del bio, o presunto tale, che continua ad essere, come si sarebbe detto un tempo, solo per la borghesia; il prezzo della ristorazione (gourmet a due zeri a coperto, e menù tipici completi a 10 €; c’è qualcosa che non porta?). E poi, per entrare nel tragicomico (ma non per questo meno importante), il proliferare di format televisivi in cui si illude, o vende, che tutti, senza formazione e sacrificio, possono diventare grandi chef stellati, compresi i bambini, e che sono spot continui per le multinazionali del cibo; talk in cui si sbranano verbalmente onnivori, vegetariani e vegani, senza alcun punto di vista scientifico, ma solamente in virtù di estremizzazioni ideologiche e gettoni pagati dalle redazioni televisive; dibattiti in cui si disquisisce di alimentazione e agricoltura, in tra i cosiddetti esperti non c’è mai un contadino, ma solo politici, chef stellati a volte pure un po’ sputtanati, grossisti delle catene di ristorazione ingrassati da protettorati politici. Per non parlare poi di tutta la diffusa e seriale catena delle fiere, mostre, eventi delle tipicità locali, in chiave promozionale e turistica dei territori, che almeno un vantaggio, alla fine ce l’hanno: passare uno stipendio, pagato dalle amministrazioni pubbliche, a tutti quelli che, spesso altrimenti senza arte né parte, si inventano e vendono le manifestazioni e gestiscono consorzi, presìdi, enti, in cui tanti produttori seri ed agricoltori onesti, non solo abboccano, ma gli tocca pure pagarci per esserci, perché così “l’assessore mi vede e, forse, mi considera se c’ho bisogno d’una pratica veloce". E poi, ma solo per un accenno, perché  aprirebbe un mondo quando, sarebbe il caso, dovrebbe aprire solo qualche cella circondariale, l’attività venatoria; la caccia, che crea problemi seri all’agricoltura e al territorio, e alimenta opachi traffici di selvaggina, che dal paniere del cacciatore, finisce direttamente sul frigorifero del ristoratore, senza “passare dal via”, o meglio per le autorità sanitarie e di controllo competenti. In tutto questo che c’entra la democrazia? C’entra eccome, perché in queste giostre ci sono due soggetti, i soli legittimati, che non contano un cazzo: il contadino e il cittadino-consumatore; il primo che si spacca la schiena da prima dell’alba al tramonto e che, quando va bene, con la propria attività non ci rimette, se lo fa con etica e passione; il secondo, che l’importante è la lunghezza dello scontrino alla cassa del supermercato, a prescindere dalla monnezza che si porta sul piatto. Come si rimargina almeno, se non guarire, questa lesione di democrazia? Non ci sono soluzioni, o forse ce ne sono tante. Una sicuramente è ridurre la distanza tra contadino e cittadino, saltando tutto quello e quelli che ci sono in mezzo. E poi smetterla forse un po’ tutti con ‘sta storia dei piatti gourmet, e pensare che mangiare è una cosa seria per la salute e per l’ambiente e il paesaggio, e allora guardare alla salubrità del cibo anche nella sua semplicità di preparazione; imparare a prepararsi da soli alimenti spesso industriali (tipo il pane, è facilissimo e non sottrae tempo a chissà che cosa). E poi che in posto ci vai se ti stimola una passione ideale e culturale, senza porti prioritariamente il problema di qual è il piatto o il ristorante cosiddetto tipico, e chissenefrega se non c’è un museo aperto e nel centro storico scorrazzano le pantegane. E a proposito di democrazia, forse non è un caso che le sole e nuove lezioni di pratiche comunitarie e democratiche, ce le da proprio il Sud del Mondo, dove Capi di Stato, dopo anni di miseria delle persone e restrizione dei diritti individuali, sono diventati dei contadini? E’ lì che bisogna guardare, per costruire non più il cosiddetto nuovo modello di sviluppo, obiettivo ideale verso il quale fare giustificati gesti apotropaici, ma semplicemente un’idea di felicità condivisa.

martedì 1 marzo 2016

IL TURISMO PETALOSO

Premessa: non sono un esperto di turismo, né mi atteggio a tale, né è settore il mi interessa maggiormente Mi capita però spesso di trovarmi in contesti di varia natura in cui si disquisisce di turismo, di politiche del turismo, di riconversioni turistiche di territori che fino a qualche tempo prima hanno basato la propria economia e socialità su altri settori, e che la crisi ha in pochi anni smantellato. Questo accade in particolare quando la convegnistica del caso, o i tavoli pre-para-intra istituzionali, si interessano della cosiddetta Italia interna. La cosa che più mi colpisce è la poca conoscenza dei luoghi da parte di coloro che pensano e propongono nuove strategie culturali, sociali ed economiche; mi conforta, ma solo parzialmente, il fatto che diversi lo facciano gratis o a rimborso spese. In particolare il deficit più evidente è la mancanza del punto di vista di chi in quel territorio ci vive e lo conosce; non perché sia per forza quello migliore o giusto, anzi, spesso il contrario. Però è quello un osservatorio indispensabile, perché altrimenti il rischio è quello di costruire delle belle fiabe, dei format teorici dal fallimento scontato, e proporre delle pratiche che non tengono per nulla conto, ad esempio, delle contraddizioni spesso storicizzate che hanno segnato un territorio, e su cui chi aveva interessi particolari né ha tratto lauti vantaggi. Capita, come ho avuto modo di verificare, di definire semiabbandonato un borgo, quando al contrario è abitato da bambini, adulti e anziani. Capita di magnificare un sentiero che conduce in un eremo millenario, senza sapere che per arrivarci si deve attraversare una proprietà privata in cui è palesemente vietato l’accesso, e che si rischia di essere denunciati dal proprietario per violazione della proprietà privata. Capita di costruire eventi su temi naturalistici, senza sapere che si esporrà i fruitori alla possibilità di essere abbattuti dalle squadre di cacciatori di cinghiali, che sparano a tutto quel che si muove con carabine a gittata di 3 km. Capita di pensare di indirizzare famigliole in percorsi di trekking senza la consapevolezza che anziché udire i suoni della natura, si rischia di fargli spaccare i timpani e tremare le ginocchia dal boato di una mina di cava. Capita di promuovere la visita ad un sito museale e di stimolare a consumare le tipicità enogastronomiche a km zero, senza sapere che quei visitatori, appena scesi dalla macchina verranno molestati dai volantinatori dei ristoranti del luogo, che si contendono selvaggiamente qualche coperto in più con menù a meno di 10 € tutto compreso, in cui gli unici zero sono quelli della ricevuta fiscale.  E si potrebbe continuare a lungo. Per riconvertire un territorio ad una nuova economia, ed in particolare a quella turistica, forse il primo passo è sapere se gli umani che abitano quel territorio sono d’accordo, e se lo sono, magari coinvolgerli e conoscere per primo la visione di futuro di quelle persone. E pretendere, consapevoli che li si porrà il più delle volte di fronte ad un bivio, alla società organizzata e rappresentata (Istituzioni, categorie economiche e professionali, associazioni), di spendersi, ciascuno per propria funzione e competenza, per rimuovere alcuni conflitti che di fatto, anziché avvicinarli, allontanano i turisti. Ma forse, la vera strategia per riconvertire territori, specialmente nelle aree interne, non è quella di trasformarle in grandi “parchi giochi”, ma quella di creare nuova residenzialità, di offrire opportunità perché queste siano abitate tutto l’anno, che ci siano servizi alle varie età ed attività. Forse anziché di turisti, molti territori hanno semplicemente bisogno di abitanti. Un’impresa titanica rispetto alle capacità della politica e delle Istituzioni, che perseguono, nei territori interni, esclusivamente la strategia della fusione tra Comuni, riducendo solo pratiche democratiche e senza alcun miglioramento dei servizi; ma che in compenso coniano nomi per le nuove municipalità, rispetto alle quali il “petaloso” di un bambino, è già classificabile come un termine arcaico. 

giovedì 18 febbraio 2016

UNA STORIA SBAGLIATA

Prendo a prestito, nel giorno che sarebbe stato il suo 73 ° compleanno, il titolo di una canzone di Faber per raccontare una storia, per come la so io almeno (e penso di saperla bene), di diversi anni fa, 19 per l’esattezza. E’ la storia del Parco Regionale Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi. Una delle zone più belle d’Italia, delle Grotte di Frasassi, delle vie d’arrampicata che stanno su tutti i manuali di roccia, di sentieri escursionistici che portano in antichi abitati ed edificati religiosi eremitici. Quale migliore idea, per la classe dirigente politica di allora, che farlo diventare un territorio protetto, tutelato, e vocato al turismo ambientale, nuova potenziale risorsa occupazionale ed economica, quando già c’erano avvisaglie che lavatrici, frigoriferi e cappe aspiranti non sarebbero durati per sempre? Ci fu subito un però, o meglio, ci furono alcuni però… Il primo, le cave, attività estrattive a cielo aperto che da decenni stavano asportando porzioni di montagne. Come si fa? Le cave danno lavoro, elargiscono frazioni di lire/euro sui volumi estratti alle amministrazioni locali e quindi tengono in piedi i bilanci, sponsorizzano qualche evento culturale di paese; e poi, soprattutto, quando c’è la campagna elettorale, un contributo ai candidati lo danno sempre, e a tutti, destra, centro e sinistra. Il secondo però: la caccia. Come si fa? I cacciatori sono tanti, organizzati in associazioni, e quando ci sono le elezioni votano, e con loro famiglie e parenti, e ogni candidato ne controlla un gruppetto. E allora la politica di allora escogitò il grande compromesso, in pieno stile riformista del tempo. La legge regionale che istituì il parco, escluse dal perimetro dell’area protetta ogni bacino di cava, sui monti e nell’alveo del fiume, e lasciò fuori dal parco un pezzetto di monti e di boschi, liberi per i cacciatori. Per cui, alla fine, chi si beccò i vincoli dell’area protetta? Quelli che ci abitavano e quelli che ci lavoravano, semplici cittadini e gli agricoltori; tutti questi per, come si dice, cambiare una lampadina, dovevano e devono tuttora sottostare a mille prescrizioni e fare decine di pratiche burocratiche. A nessuno invece importò, considerato che nell’area del parco passavano infrastrutture stradali e ferroviarie, a rafforzamento dello spirito ambientalista, di raddoppiare la linea ferroviaria e puntare su un’idea di mobilità sostenibile. Il contrario, come spesso accade: alla fine del primo decennio del XXI secolo, anziché farlo 40 anni prima, quando avrebbe avuto un senso, ad alcuni, mossi da una nuova idea di progresso e sviluppo economico ed industriale di lì ad arrivare dopo la crisi, venne l’idea di raddoppiare l’arteria stradale, perché così si sarebbe potuti arrivare dall’Umbria al mare Adriatico ben 15 minuti prima rispetto alla percorrenza attuale. E allora però come si fa a fare un’opera così, che sbudella il paesaggio e il territorio, in mezzo ad un Parco Naturale, con i vincoli che ci sono? Nessun problema, ecco la Legge Obiettivo, che bypassa ogni normativa preesistente e ogni vincolo: si chiama Quadrilatero. Nel frattempo la linea ferroviaria è funzionale quanto lo sarebbe stata ai tempi di Buffalo Bill. In tutta questa storia, nei diciannove anni, la politica, a tutti i livelli e di ogni colore è stata esemplare: sempre d’accordo, e chi non lo poteva proprio essere per costituzione, un timido abbaglio e poi ficcato in qualche giunta o qualche cda. Intanto negli anni si è promossa e raccontata una grande, e pure costosa a volte, fiaba istituzionale, quella del parco delle meraviglie, con gli uccellini, pesciolini, fiorellini, l’aquila reale di Frasassi, e pure qualche lupo; convegni, seminari ed eventi, passeggiate per le scolaresche, educational tour, carriole di libri e depliant istituzionali, siti e social network istituzionali con foto taroccate che escludono quello che non è conveniente far vedere. E invece, non si ha il coraggio di dire ciò che in realtà è il Parco Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi: una delle aree ambientalmente più devastate e degradate della Regione. La politica di oggi fa finta di nulla, non sa da che parte riprenderla questa storia per raddrizzarla, perché gli interessi economici di allora, che piegarono ginocchia e ingrossarono saccocce, sono gli stessi, se non maggiori. C’è, anche qui, un però: un po’ di gente, ad esempio, che domenica scorsa, siccome si è rotta i coglioni della farsa politically corrrect, e non c’ha niente da perdere, quasi per gioco ha ammucchiato sotto la pioggia più di cento persone per una passeggiata dentro la Gola della Rossa, in una strada storica che fu fatta costruire da un Papa nel 1700, e che da anni è interdetta e chiusa, perché data da decenni in uso esclusivo alle imprese delle attività estrattive, in cui oggi lavorano meno di 20 addetti. Abitanti della zona, tra cui un 92 enne, signore refrattarie a tutto che sono uscite di casa sotto l’acqua, ragazze e ragazzi dei centri sociali, ambientalisti ,escursionisti, ciclisti, rocciatori, associazioni ambientaliste, tanti normali cittadini e diversi cani. Un’altra idea di democrazia, di partecipazione, di politica. Vogliono che la strada, che è pubblica, sia rimessa in sicurezza, aggiustata, con una pista ciclabile e transitabile dai residenti e dai mezzi di soccorso. E che quello che stanno facendo alle montagne, dove tutti i giorni esplodono mine e la polvere di calcare imbianca alberi e polmoni, possa essere visto e controllato da tutti. Ce la faranno? Chi può dirlo? Intanto vanno avanti, dopo domenica adesso fanno sul serio. La loro causa la trovate su Facebook alla pagina Riprendiamocilastrada.

P.S. Di quella politica e dei loro rappresentanti istituzionali, che 19 anni fa si inventarono il grande compromesso sul parco, e di quella più recente, protagonista della Quadrilatero e del continuare a far estrarre calcare massiccio dai monti fino al 2043, si conoscono nomi, cognomi, e molti di questi ancora stanno “sul pezzo”, o circolano in qualche convegno. Così come si conoscono altrettanto le generalità di quelli che non sono stati al gioco, non hanno fatto carriere istituzionali e sono tornati al proprio lavoro, o se ne sono trovato uno. 

martedì 9 febbraio 2016

BASE SPAZIALE ALFA CHIAMA TERRA

C’è una scena di Palombella Rossa, film di Nanni Moretti, in cui il protagonista si accanisce sul bordo di una piscina, con una giornalista, urlandole addosso “Come parla?! Le parole sono importanti!!!”. Una scena memorabile, ma che a qualche decennio dal film, continua ad avere una sua forte suggestione anche su quello che succede oggi. Si succedono nel Paese continui e ripetuti, goffi e anacronistici, tentativi di ricomporre la cosiddetta sinistra, per alcuni perduta, per altri mai dimenticata, per altri ancora da venire. Il tutto per costruire una altrettanta cosiddetta alternativa politica, a quello che di volta in volta è il partito di governo e lo schieramento maggioritario. Il tutto per contendersi una piccola minoranza dei consensi, in quella che è oramai la minoranza dei cittadini che continuano ad andare a votare; una sorta di radice quadrata, meglio cubica, dei voti espressi. E se uno guarda ai cosiddetti ricostruttori, chi ci trova, sia a livello centrale che locale? Reduci di stagioni politiche passate, professionisti delle sconfitte e jettatori matricolati. Giovani di belle speranze già vecchi e ultracinquantenni mal invecchiati. Tutte figure e persone che non hanno nessun radicamento nella vita reale, nessuna aderenza con il dolore delle persone. E il dolore delle persone, lo dicono accademiche analisi dei flussi elettorali, non sta nella minoranza che continua a votare, ma sta nella maggioranza che non vota. Quindi quelli che votano, sempre secondo le analisi, sono quelli che stanno meglio, e che hanno l’interesse a conservare un certo stato di cose. Comunque, numericamente, una minoranza. Ma che poi, nella rappresentazione delegata, è la maggioranza che decide; per tutti. E il più recente esperimento di ricostruzione della sinistra, che rimanda alla morettina filmografia, dalla parola è già il programma anticipato di un fallimento: Cosmopolitica; una sorta di leopolda dei poveracci, per organizzazione e per tempistica. Se chiami un progetto-evento politico, con un’espressione che subito rimanda allo spazio, al cosmo, confermi la distanza siderale, è proprio il caso di dirlo, che c’è tra la politica e i cittadini, tra democrazia e dolore delle persone. Questo da una parte, più che un danno, è per certi aspetti una fortuna: rende pratiche politiche fortemente autentiche e legittimate, quelle con la P maiuscola, tutte quelle iniziative di singoli, o di movimenti e comitati che si autorganizzano intorno ad un tema concreto e quotidiano, ad una causa. E che, in partenza, scelgono di fare a meno di qualsivoglia rappresentazione politica. E per lo più sono cause legate a temi del vivere che, pur essendo valori sanciti dalla Costituzione, la politica prende continuamente a calci nei coglioni: l’ambiente, il paesaggio, la salute, l’educazione, la tolleranza, i diritti dei singoli, etc. Quindi la vera alternativa, la strada da percorrere anziché l’orbita spaziale da raggiungere, al potere che tutela interessi di pochi e impoverisce, culturalmente e materialmente, l’esistenza di molti, passa ad esempio per la lotta di un pastore sardo di 85 anni, Ovidio Marras, che da solo ha sconfitto gli interessi di multinazionali della cementificazione nella sua terra; senza alcun sostegno della politica tradizionale che, naturalmente, più che alla terra e alle pecore, pensa al cosmo; e che qualora interpellata e coinvolta, dopo un flebile abbaglio di rito, si mette a pecorone in un minuto di fronte al gruppo industriale di turno. C’è una maggioranza demografica in Italia, che è quella che non vota più. Lì ci sono tante vite e storie di cittadini anonimi, che ogni giorno si battono per un’altra idea di società, di economia, e anche di Stato; per un'idea di felicità che non passa più per l'ideologia della merce. Da soli, senza pensare se vinceranno e perderanno, ma solo perché lo ritengono giusto. Per fortuna che ci sono loro che stanno con i piedi per terra e lo sguardo, oltre che la schiena, dritto in avanti. Probabilmente, è seriamente il caso, sempre per l'importanza delle parole, di considerare oramai forma arcaica, nella lingua contemporanea, la parola sinistra. 

martedì 2 febbraio 2016

LA SABOTATRICE DELLA PORTA ACCANTO

Giuliana, nome di fantasia, mi racconta il suo costante e sconosciuto impegno quotidiano di lotta solitaria, per far sì che il territorio dove vive sia rispettoso dell’ambiente e del paesaggio, e non più giornaliera preda di interessi economici privati, tutti politicamente e legalmente riconosciuti. Giuliana abita in uno dei “paesi semiabbandonati”, così un masterplan istituzionale sulla riqualificazione turistica, scritto da qualche “docente del nulla” prezzolato e appecoronato, descrive la piccola comunità dove vive questa gentile signora; uno che probabilmente lì non c’è mai stato, perché se ci fosse capitato anche solo per aver sbagliato strada, avrebbe visto che ci sono più di dieci case, e tutte abitate, da vecchi, adulti, giovani e pure un neonato. Giuliana mi racconta quindici anni di piccole azioni di sabotaggio, diurne e notturne, che ha compiuto contro un gruppo industriale molto potente, quelli che quando c’è la campagna elettorale la busta con i soldi per un contributo in nero, l’allungano, per non sbagliarsi, a tutti, destra, centro e sinistra, e che da decenni sta scempiando il paesaggio di quella valle. Mi racconta delle denunce, degli esposti fatti alla magistratura, delle telefonate alle forze dell'ordine, delle minacce personali ricevute da persone che l’hanno aspettata la sera sotto casa. Mi racconta del sindaco di quel paese, di sinistra, che anni fa la convocò nel suo ufficio in Comune e, facendogli educatamente presente che il suo spirito civico stava rompendo i coglioni, gli offrì un posto di lavoro sicuro in cambio del suo ritorno a tempo pieno alle faccende domestiche e familiari. Mi racconta un sacco di cose che non conoscevo su “quella storia lì”, snocciola atti, cifre. E’ un fiume in piena Giuliana, non volendo ho liberato i suoi argini. Racconta con passione, con ritrovata volontà ed entusiasmo di poter rinvigorire la sua decennale battaglia. Eppure Giuliana era per me finora una riservata signora borghese, che ha il suo lavoro, una bella famiglia, e la passione filantropica per gli animali. Non saprei collocarla politicamente, non glielo chiedo e neanche mi interessa. Mi piace il civismo che la anima, il senso di democrazia e di giustizia che percepisco dai suoi racconti, il fatto che misuri la vita e il mondo che la circonda non con i soldi, cosa che potrebbe certamente permettersi, ma con alcuni valori irrinunciabili, con l’idea che ci sono cose non barattibili, non compromissibili, perché sono di tutti, perché sono beni comuni; che ci sono cose e persone che, sorprendentemente, il potere non riesce a comprare. Quante signore Giuliana ci sono intorno a noi? Che in virtù di quello che ritengono ingiusto non solo per sé, ma per tutti, disobbediscono, sabotano? Sabotare, parola antica, ribelle, anarchica, partigiana. E Costituzionale, come ha sentenziato qualche mese fa la giurisprudenza. Persone consapevoli che la loro solitaria battaglia non sortirà grandi risultati, anzi; però la fanno e basta, perché è per primo un’affermazione dei propri diritti, un onorare la propria coscienza. Che non si scoraggiano, che non si impauriscono. C’è bisogno di farle emergere queste persone, di scoprirle e farle conoscere, incontrare tra loro. Di creare un’occasione, una scintilla, perché la loro solitudine diventi comunità e di conseguenza Politica. Quella Politica di cui la politica ha il terrore, perché non riconosce capi, liturgie, non obbedisce, perché pensa, perché sovvertisce, anche con un semplice volantino. Non servono partiti, contenitori, convescìon. Serve semplicemente attenzione. Per l’altro, l’uno per l’altro. Un nuovo umanesimo. Reti di civismo che si prendono cura di ciò che hanno accanto e di chi hanno accanto. Autosufficienti da ogni forma di rappresentanza delegata. Solo lungo questa strada ci sarà più democrazia e meno dolore. 

giovedì 21 gennaio 2016

IL FASCISTA DELL'APERICENA

Non saprei se è un caso dovuto ad un mio particolare e temporaneo stato d’animo, oppure se ci possa essere un vero fondamento statistico, ma in prossimità di ricorrenze democratiche e della memoria da calendario, mi capita di prendere atto con maggiore percettività, da alcuni fatti che accadono in campi anche molto eterogenei della vita quotidiana, da cose lette qua e là sulla rete postate da anonimi cittadini e da cosiddetti opinion maker sulla stampa, o di chiacchiere orecchiate in qualche bar, ufficio, pubblico esercizio, di quanto sia radicato e neanche tanto sommerso in tanta popolazione italiana un orientamento identitario e culturale fascista. A prescindere dalla fascia generazionale, dal livello sociale e culturale, dall’orientamento politico. Sia chiaro, non un fascismo per forza nostalgico del ventennio o dell’ “uomo dal petto villoso”, oppure che si manifesta in forme politiche e culturali strutturate ed organizzate (è comunque pur vero che in Italia ce sono di diverse). Ma un fascismo più soft, che non milita o si organizza, anzi, nella maggioranza delle situazioni è fatto di individualità, di singoli che si fanno i cazzi propri; quasi light, da apericena. Che si manifesta ogni volta che nei comportamenti, nelle scelte individuali o familiari, nella visione di una comunità civile e sociale organizzata e del ruolo del singolo in quell’insieme, non ha radice strutturata la parola tolleranza. E allora, tra un commento su facebook e una coda allo sportello, tra un caffè e una paparella, tra una mezza manica fredda con radicchio e noci e un calice di IGT, prevale l’appellativo indicativo “quelli lì”. E l’indicatore di questo fascismo politically correct, completamente sdoganato negli usi quotidiani, diventa il linguaggio. Clandestino anziché migrante o rifugiato, zingaro anziché rom o nomade, frocio anziché omosessuale, terrorista anziché musulmano; ma anche un neorealistico richiamo alle cosiddette “cose buone fatte quando c’era lui”: palazzi, strade, ferrovie, etc.; quando “certe cose si che funzionavano”, mentre oggi non funziona un cazzo. Un linguaggio, riferimenti, comportamenti, oggi divenuti patrimonio comune di pensionati e studenti universitari, impiegati e liberi professionisti, commercianti e imprenditori, casalinghe e amministratrici delegate. Ricchi e poveri, evasori fiscali ed integerrimi paladini della legalità, timorati di Dio e laici incalliti.  E che si traduce in un riconoscimento elettorale, ma ancor prima di un personale e fisiologico bisogno, di una leadership politica in chiunque si proponga come “uomo solo al comando”, o quello che “o con me o contro di me”, bypassando ogni categoria politica storicizzata novecentesca, destra, centro e sinistra. Un fenomeno massivo, strutturato, e oramai, più che drammaticamente, tragicomicamente maggioritario. Nei confronti del quale, aimé, non intravedo se non inefficaci alternative comunitarie e politiche organizzate, tragicomiche anch’esse, e inconsapevolmente, nella più benevola delle letture, complici. Ma nei confronti del quale però riconosco, giorno dopo giorno, una significativa ma sparpagliata, perché irregolare e libera, moltitudine di disobbedienti;  “italiani che “sanno” e manifestano ogni giorno nelle piazza, nelle fabbriche, nelle scuole, ovunque, un dissenso che è il frutto di questa consapevolezza”.

giovedì 14 gennaio 2016

SI FA PRESTO A DIRE MACRO

Ieri mattina ho fatto 35 minuti di coda in un ufficio postale per pagare un bollettino. Mi trovavo in quel paese per lavoro, e avendo ampio anticipo rispetto ad un appuntamento successivo, ho deciso di approfittare per compiere una commissione personale. Un tempo di attesa alle Poste per il quale perlomeno innervosirsi lievemente. Eppure, ho aspettato tranquillamente seduto sulla panchetta che venisse il mio turno, guardando a quella situazione. Allo sportello, prima di me, non una coda consistente, ma solo un’anziana signora che era lì per riscuotere la pensione (e siccome la signora delle poste contava a voce alta, la pensionata non andava oltre la “minima”…), che tra operazione di  riscossione, controllo dello stato del suo libretto di risparmio postale, chiacchiera a 360° con l’impiegata e un’altra signora anziana che stava in attesa dopo di me sulla stato della quotidianità degli abitanti del paesello, è stata allo sportello oltre mezz’ora. Eppure non mi sono incazzato (strano davvero…), anzi ho pure partecipato alla discussione, chiamato in causa da una delle due anziane, se fossi a conoscenza su chi in paese usasse la bombola dell’ossigeno per facilitare la respirazione, avendo l’interpellante visto aggirarsi in mattinata un furgoncino che rifornisce bombole per l’ossigeno sanitario (forse la signora pensava che fossi il conducente del furgone di rifornimento delle bombole…); ho risposto con l’imbarazzato dello straniero “no, mi dispiace, non saprei, io non sono di qui…”. In quell’attesa, in un paese di meno di mille abitanti, in una delle cosiddette aree interne dell’Italia, mi era scattato lo stesso concetto del tempo avvertito in qualche villaggio africano, quando aspetti che parta il taxi brousse all’ombra di una pianta; che hai capito per certo che il pulmino prima o poi passa e che arriva a destinazione, ma non sai quando, perché dal villaggio precedente non parte ad orari predeterminati, ma solo quando è pieno, e prima di arrivare da te attraversa chissà quant'altri villaggi, scarica e carica persone, e riparte sempre solo quando è pieno. Un concetto del tempo e della quotidianità scarsamente occidentali, ma non per questo inferiori, semplicemente diversi. E già, l’Italia interna, quella oggetto di convegni, gruppi di studio, commissioni, propositi di rilancio, e poi abbandonata a se stessa nella quotidianità, rispetto alla salvaguardia del paesaggio, ai servizi alle persone, alla tutela del patrimonio storico e architettonico. In cui il monitoraggio dello stato civile e dei bisogni degli abitanti è esercitato da un’ultraottantenne che riscuote la pensione all’ufficio postale, aperto a giorni alterni. Ed in cui il presidio democratico è rappresentato da un Sindaco tuttofare, una sorta di volontario della Repubblica, che però si fa in quattro per tenere viva quella comunità, che sta conducendo una battaglia per riportare la pluriclasse in paese, dopo che il suo predecessore in virtù della efficentazione dei servizi e di una migliore istruzione, ha deciso di mandare tutti i giorni i numerosi bambini del paese a scuola a 20 km di distanza, perché la pluriclasse non garantirebbe un buon livello di istruzione primaria. “Eppure mia figlia – mi raccontava il Sindaco – ha fatto la pluriclasse e oggi fa la ricercatrice all’università”. Un Sindaco che sa chi sono “quelli che qui rubano nelle case”, perché conosce tutti e tutto, però poi la stazione dei carabinieri più vicina sta a oltre 20 km in un'altra città, dove comunque i militi che presidiano tutta l’estesa zona montana sono in tre. Un sindaco, che tra qualche tempo non ci sarà più, perché adesso il leitmotiv più in voga degli stessi che organizzano e sparlano nei convegni sulle aree interne, essendoci stati qualche solo qualche ora per la durata del convegno o ospiti di qualche struttura ricettiva per le vacanze, è la fusione dei Comuni, la semplificazione e centralizzazione dei livelli istituzionali e dei servizi ai cittadini, certi che questo produrrà una migliore qualità della vita per chi vive nelle aree interne, una migliore qualità dei servizi, ripopolamento delle comunità di questi luoghi e, soprattutto, meno sprechi e meno casta politica. E invece, quando in quella comunità di qualche centinaio di anime, non ci sarà più neppure un sindaco e un toponimo che è un presidio di storia ed identità, sostituito da un nuovo nome di una municipalità più ampia, espressione di  un anonimato linguistico, l’abbandono sarà ancora più forte, la voglia di scappar via di quei bambini oggi e giovani domani sarà ancora più urgente, il paesaggio dalla forte vocazione agricola e produttiva sarà ancora più preda di nuovi latifondisti del XXI secolo, o di  risorti palazzinari al servizio dei petroldollari di oligarchi russi e arabi. Attenzione quindi, se si è ancora in tempo, che quando si diluiscono le identità e si riconfigurano sempre più in macro i confini, si rendono più micro la democrazia e la qualità della vita.