martedì 9 maggio 2017

LA SQUADRA

La tensione e l’attesa erano palpabili nell'aria da giorni; se ne parlava durante i parlamenti serali, fino diventare l'argomento esclusivo. Oggi, alle 9, sarebbe arrivata al paesello la Squadra. C'era già chi si aggirava con carte e lettere, illustrando e spiegando al vicino, ipotizzando responso e soluzioni. Alla fine, pur non essendone direttamente coinvolto, dall'arrivo e dall’opera della Squadra, stamattina m'è toccato stare qui pure a me. "Tu sai le cose - mi dicono - sei quello che ha studiato, e c'hai le conoscenze...". Per cui quando verso le 8 esco con il cane, lì trovo già tutti fuori, la strada brulica, è tutto un chiacchiericcio, e il cane un po' si incazza; lui di solito a quell'ora per strada c'ha l'esclusiva, a parte il pulmino che passa a prendere i bambini per la scuola. La mattinata, sentivo, già non deponeva al meglio, vuoi per il tempo, vuoi per aver letto che nella città confinante dove a giugno si vota, si è arrivati a far leva sulla buona fede e generosità di un anziano di 95 anni, un Partigiano, candidandolo a modo di marchio di qualità come Capolista; sperando di prendere qualche voto in più. Mi hanno insegnato che il Capolista dovrebbe essere quello che prende più voti di tutti. E se poi non prende più preferenze di tutti o non viene eletto, che cazzo di figura si fa, non con la città, ma con la dignità di questa persona? Su quella di chi ha avuto questa folgorante idea, sorvoliamo. Sarà che quando vivi in una frazione dove i più sono anziani, ridefinisci con queste persone la modalità del rapporto, teso all'ascolto, alla clemenza, alla cura... E qui stamattina sono proprio tutti, pure quelli di fuori, sono arrivati dal Belgio, da Roma e da Terni e quelli sparsi per la Regione. Succede solo a Ferragosto, ma oggi però arriva la Squadra. Per tutti, la Squadra sono i tecnici dell'Ufficio per la Ricostruzione della Regione, che verranno a fare i sopralluoghi sulle case danneggiate dal terremoto, e li accompagneranno i tecnici del Comune. La richiesta per i sopralluoghi andava fatta entro la metà di gennaio, così tanto per avere presente una temporalità di risposta. Ma appena arriva la macchina, la delusione al paesello è subito percettibile tra la piccola folla radunata nell'attesa. Dall'auto scendono solo i tecnici comunali, gli altri non ci sono; la Squadra sono loro. Mi spiegano, a me che "so le cose", che siccome il Comune non sta nel Cratere, l'Ufficio Regionale ha delegato loro a fare i sopralluoghi. Sul perché il Comune non stia nel cratere, per il prevalere di interessi di bottega locali sulla disponibilità dello Stato, è una questione lunga, che "io che so le cose, che ho studiato e c'ho pure le conoscenze", regolerò tra un paio d'anni alle elezioni comunali... Per cui i tecnici comunali, sempre disponibili e sensibili, stamattina hanno passato in rassegna solo alle case su cui il Comune ha già emesso l’Ordinanza Sindacale lo scorso fine ottobre, e compileranno una scheda FAST sommaria. Poi il Comune o la Regione (non s’è capito), la trasmetterà ai proprietari, che dovranno trovarsi un tecnico di fiducia qualificato per compilare la scheda AEDES, che è condizione necessaria per avviare la procedura per richiedere il contributo della ricostruzione e fare i lavori. Per le altre richieste di sopralluogo, formalizzate sempre nei tempi dai proprietari, quelle senza Ordinanza Sindacale, bisognerà aspettare che passi la Squadra della Regione, quando non si sa. Per cui, alla fine, stamattina i tecnici del Comune si sono rivisti case già ispezionate da loro per primi mesi fa, ed in alcune, chiaramente, non ci sono manco entrati, perché la situazione era più che nota. Con i paesani, che chiedevano che almeno rientrassero a vedere, come segno di attenzione e solidarietà: "se venite dentro da me - fa una signora - vi faccio il caffè". Questo è quanto, alla fine chi era arrivato da lontano se n’è ripartito, chi sta qui, tra un chiacchiericcio di espressioni rituali, dal preoccupato "qui non si sa quando rimetteremo a posto", al più classico "a quelli lassù bisognerebbe ammazzarli tutti". Poi ad un certo punto, come ha detto Aldo da Ciampino, che è venuto col nipote, "s'è fatta 'na certa". "Senti Leonà - chiede Aldo - ma stamattina le Grotte so' aperte? Quanto dura un giro?" Si, certo - rispondo - fino alle 18, la visita dura un'oretta" "Allora - fa Aldo - io porto lui a vedè le Grotte che non l'ha viste mai, e io le rivedo prima de morì, poi s'annamo a magnà 'na cosa e ripartimo. Vieni a magnà co' noi dopo?" 

domenica 7 maggio 2017

VENITECI A PRENDERE

Molòn labé (μολν λαβέ): "Vieni a prendere". Il motto, che fu nell'antichità degli eroi di Leonida I alle Termopili di fronte alla sterminata armata di Serse, e più recentemente nel 1973 degli studenti del Politecnico di Atene, asseragliatisi dentro i cancelli dell'ateneo, contro le milizie dei Colonnelli fascisti, potrebbe benissimo diventare il motivo della resistenza di questi ragazzi di Castalsantangelo sul Nera. Da ottobre hanno scelto di restare qui in roulotte, assieme ad alcuni allevatori, per ribadire il diritto a vivere sull'Appennino, e a non far chiudere definitivamente i battenti a questa comunità, deportata d'ufficio sulla costa. All'inizio erano otto, poi come nelle brigate partigiane, altri si sono arruolati e adesso sono in tredici. Da subito, dopo le scosse, si è fatto il possibile perché  non si piazzassero roulotte o container nel parcheggio, ma poi loro le hanno messe e basta. Altri, raccontano, stanno arrivando e si aggregheranno; si sono trovate, grazie al volontariato e alle donazioni, nuove roulotte, per allargare la comunità. Sono stanchi, provati, sfiduciati; hanno passato l'inverno anche a temperature inferiori ai 15 gradi. Hanno tutti intorno a trent'anni. Sanno, consapevolmente, due cose; la prima è che in qualsiasi momento potrebbero essere forzosamente allontanati: il paese è chiuso, evacuato, zona rossa. La seconda, più demoralizzante, è che se non ci saranno, come dicono loro, segni concreti di ripristino di una minima quotidianità entro qualche settimana, chi se n'è andato non tornerà più, e loro stessi non ce la possono fare a sopportare un'altra invernata pesante dentro la roulotte. "Perché – si chiede uno di loro - io non posso immaginare di continuare ad avere una vita qui, a metter su qua una famiglia? Ma se continua a non succedere niente, come faccio a proporre ad altri un futuro qui accanto a me? I miei se ne sono dovuti andare a forza subito, gli hanno dato una tripla in albergo: ci sono babbo, mamma e nonna che c'ha più di ottant'anni, chiusi insieme in una stanza da sei mesi; poi adesso può darsi che li spostano da un'altra parte." Mi portano a vedere intorno alla zona rossa, a piedi fino ad una piccola frazione; ha smesso di piovere ed è uscito un sole caldo e umido. Il paesaggio magnifico dei Sibillini, è oramai assurdamente integrato con le rovine delle case e i cumuli di macerie. Si vede bene un versante della Cima di Passo Cattivo, dove la montagna in sommità s’è proprio staccata ed ha originato due coni franosi di detriti. Mi raccontano, storie, episodi di questi mesi. Alcuni sono da filmografia fantozziana. Come quello di un paesano che è stato costretto ad andar via, e ha trovato un affitto in un paese non lontano, usufruendo del contributo di autonoma sistemazione. Un buon affitto, poi però quando lo Stato ha aumentato, giustamente, la cifra erogata riparametrando le situazioni, anche il proprietario gli ha subito aumentato l'affitto; una storia italiana quasi ordinaria, se non fosse che il proprietario dell'appartamentino non fosse anche il sindaco pro tempore della cittadina... Mi fanno vedere dove la faglia ha aperto e sollevato di diversi centimetri l’asfalto, per poi proseguire sul pavimento del ristorante, aprendolo in due come se ci fosse passata una saetta. Mi raccontano della mattina della 6.5, quando la macchina da dove uno di loro era appena sceso, si è sollevata di un palmo da terra. Della paura e del terrore che ti lascia attonito e paralizzato. Da quei giorni, ogni fine settimana, ai tredici si aggiungono altri che tenacemente, lavorando fuori la settimana e buona parte dell'anno, vengono da comode case a stare quarantott'ore in roulotte, per dare il segnale che non vogliono l'abbandono definitivo del paese, ma al contrario la sua ripresa e ricostruzione. Non certo "com'era dov'era", mica sono scemi, ma lì, dove da secoli, anche dopo  i rovinosi e luttuosi terremoti del 1700, la comunità è riuscita a ripartire e diventare fino a qualche mese fa, un borgo splendido a forte vocazione agroalimentare, culturale e turistico, e dove girava una dignitosa ed etica economia. "Guarda - prosegue il quasi trentenne - alla fine se vengono qui ad arrestarmi e portarmi via, quasi quasi io resisto, così mi danno il penale e mi mettono in galera, dove almeno c'è un tetto, un letto vero, un pasto e la doccia. Io so che se non cambia qualcosa, se non arrivano in fretta le strutture abitative di emergenza, o con un minimo di buon senso e di assunzione di responsabilità da chi di dovere, si ridà agibilità a quelle case che hanno danni lievi, e che ci sono, in mezzo alla zona rossa, e un po' di gente riesce a tornare, alla fine dell'estate mi tocca andarmene in un'altra città, lontano da qui. Già diversi che sono via al mare o da altre parti, è certo che non torneranno più. Non posso rinunciare a costruirmi una famiglia per stare a tribolare qui; mi sento in colpa, ma in coscienza non riesco ad imputarmi niente. Io c'ho provato, sono loro alla fine che mi avranno mandato via da qui". Chissà come finirà la resistenza di questo e degli altri nuovi partigiani dell'Appennino? Se in maniera tragica come alle Termopili, dove oggi più che un novello Serse, nell’Alta Valle del Nera avrà la meglio la strategia dell'abbandono. Oppure come nell'Atene dei Colonnelli, dove i fascisti furono deposti e tornò la democrazia? Passa un pick-up, si ferma, tira giù il finestrino. "Io a te ti riconosco - sorride prima con gli occhi, poi con la bocca, è Agostino, quello delle mucche - allora sei tornato fratello?" "E certo - rispondo, e le mani si stringono in maniera non formale - i fratelli hanno il dovere di ritrovarsi, come va?" "Finché se vedemo - dice ridendo quello accanto ad Agostino sul sedile - va sempre bene." C'ha quasi novant'anni, qui c'ha le pecore e le mucche; sta qui pure lui da ottobre in roulotte. "A questi - penso ripartendo - andateli un po' a prende'...che dopo ridemo..."

sabato 15 aprile 2017

AL PUNTO DI PARTENZA

“…anni dopo al punto partenza”. Non due come scrive Guccini in una sua canzone, ma venti. E’ tempo di anniversario quest’anno per il Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi. Fu infatti il 2 settembre di vent’anni or sono che il Consiglio Regionale delle Marche approvò la Legge istitutiva dell’area protetta. Un parto non semplice, epilogo di un confronto politico e sociale complesso. Ricordo che in quegli anni, vista dalla città di Federico II, ambientalista antesignano anche lui, quella scelta mi pareva assai una forzatura e, per certi aspetti, poco naturale. Era come se si volesse appiccicare un marchio dop, su un formaggio prodotto con latte in polvere. Nel senso che la previsione di area protetta andava a circoscrivere un territorio fortemente già compromesso dal punto di vista ambientale: l’attraversava una rete ferroviaria, una strada statale, fortemente antropizzato, con attività industriali e manifatturiere pesanti che vi insistevano da decenni, con un’attività estrattiva che aveva già compromesso l’originaria morfologia del paesaggio. Ma era quella la stagione del governo, nazionale e locale, dell’Ulivo; e la legge del Parco non poté che risultare alla fine il compromesso tra due anime di quella stagione politica: quella “industrialista” e quella “ambientalista” (in questa categoria c’erano poi ambientalisti rigorosi, ed altri un po’ meno), che alla fine produsse tutte le contraddizioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti: nessuna riconversione industriale verso un modello leggero, che oggi si definirebbe green economy (una certa riconversione non green poi nell’ultimo decennio l’ha prodotta la crisi…), le aree di cava, pur facenti parti del territorio naturale del parco, furono perimetrale fuori dell’area protetta (attività a cui il Comune di Serra S. Quirico ha rinnovato la concessione di escavazione fino al 2050 con delibera di Consiglio n. 57 del 2008), il mantenimento di alcune aree tutt’oggi interessate dall’attività venatoria, deroga a qualsiasi opera infrastrutturale che avesse avuto interesse e rilevanza nazionale (di qui lo scempio del paesaggio in corso in questi anni con il raddoppio della ss 76 per opera della Quadrilatero). E, non secondarie, la mancanza di un reale processo partecipativo con le comunità che abitavano nel parco, una serie di mediazione al ribasso con chi viveva di agricoltura e zootecnia in questo territorio, e che rappresenta il primo custode del territorio. Furono anni di scontri accesi, l’aneddotica narra addirittura di una riunione di promotori e sostenitori del parco, riparatisi dentro una chiesa di Serra S. Quirico, circondata da cavatori e cacciatori imbelviti e liberati dai Carabinieri… Negli anni si è fatto molto poi per la promozione del parco (convegni e pubblicazioni sono stati abbondanti…), dei suoi obiettivi, e buono è stato ed è il lavoro didattico e formativo con le scuole. E’ cresciuta una frequentazione turistica, al di là del tradizionale afflusso alle grotte di Frasassi, sono nate piccole imprese che sul valore paesaggistico e naturalistico del Parco, promuovono le proprie attività. Allora è stata una scelta giusta, si darà, alla fine? Certo, però basta girarci un po’ dentro il parco, al di là dei sentieri più battuti, per constatare che ancora la strada da fare molta. Chi ci vive, come chi ci pratica un’attività agricola, fa tutt’oggi fatica e vedere il bicchiere tutto pieno. Il fenomeno dello spopolamento dei borghi e delle piccole comunità rappresenta un dato demografico allarmante, il patrimonio artistico ed architettonico non è stato per niente curato, basti pensare alle condizioni in cui si trova il millenario Eremo di Grotta Fucile, fondato da San Silvestro, la situazione di degrado che negli anni si è prodotta al lago Fossi a Genga, ai bordi dei sentieri oltre asparagi e funghi, è altrettanto comune trovare elettrodomestici e altri rifiuti abbandonati; tante tabelle, insegne, molte logore ed arrugginite oggi. La vera funzione di manutenzione e di guardiaparco, la svolgono alla fine più i volenterosi abitanti delle piccole comunità, che chi di dovere. Il limite di tutto questo, che produce il bicchiere mezzo pieno di oggi, è stata la governance del Parco. Non si diede  allora vita ad un Ente autonomo, ma si affidò subito la gestione del parco alla politica locale e territoriale, la quale, chiaramente, esercitò la propria funzione con tutti i vizi compromissori della stessa, in cui spesso il parco è risultato essere un’istituzione di compensazione ed aggiustamento dei risultati elettorali, di bicchiere di cristallo tra gli elefantiaci scontri dei campanilismi locali della politica. Che ha visto, negli anni, avvicendarsi classi dirigenti consumate e più propense a cedere alle spinte corporativistiche di turno, che intente a far radicare nelle comunità una nuova cultura ambientalista, capace di costruire dal basso una riconversione economica e sociale di un territorio. Giace da qualche tempo nell’Assemblea Legislativa delle Marche (oggi si chiama così), una proposta di legge che mira ad allargare i confini del Parco, estendendoli. Credo che non sia questo il necessario, ed il tema. Ma, al contrario, ciò che è urgente è una riforma vera della Legge di vent’anni fa, che con rigore renda  coerenti, tra norma e prassi, le finalità di un’area protetta. Che ad esempio dica basta subito con l’attività estrattiva in questo territorio, altrimenti nel 2050 non ci saranno più alcune montagne; che investa risorse vere e controllate per la prevenzione e la salvaguardia del territorio; che sottragga la governance del parco alla schermaglia della politica locale; che pretenda dalla Quadrilatero, alla fine dei lavori del raddoppio della statale 76, opere di riforestazione e rimboschimento coerenti con il patrimonio vegetativo del territorio (anziché aree semidesertiche come sulla ss 77); che l’attività venatoria venga bandita definitivamente dal territorio del parco senza più zone franche; che l’azione di contenimento della proliferazione dei cinghiali venga sottratta ai cacciatori e ai fucili,  e si sperimentino sistemi farmacologici come avviene in gran parte d’Europa; che chi in decenni ha tratto profitto smisurato dall’attività estrattiva, riversi parte degli utili in opere di salvaguardia, compensazione e ripristino del territorio violato; che i Comuni interessati dal parco facciano una nuova politica abitativa tesa esclusivamente al recupero del patrimonio immobiliare privato, con incentivi fiscali e tributari, con servizi reali alle persone e alle famiglie che vivono sul territorio, e che da anni continuano a sentirsi cittadini di serie B; che si favoriscano la creazione di piccole imprese giovanili e non, nel settore turistico, agroalimentare, sportivo. Ma per far tutto questo, serve per prima una diversa classe dirigente politica, quella attuale non ce la può fare; non nuova tanto anagraficamente, ma con una diversa cultura amministrativa, e neanche necessariamente autoctona, ma che veda impegnati anche quelli che in questo territorio, pur non essendoci nati, hanno scelto di viverci. Capace di tenere testa alle tante tirate di giacca, rigorosa, forte proprio di un’autonomia che deriva dal non essersi logorata nel territorio e in baruffe sedimentate in anni addietro. Serve una ripartenza insomma, per non logorare del tutto, senza rimedio, una buona scelta che, pur con tutte le contraddizioni ed i limiti, si fece vent’anni fa. E che andrebbe rifatta. 

GLI ARTEFICI DEL DISASTRO

L’incipit di questa storia, potrebbe essere “Cedi la strada agli alberi”, titolo del libro di Franco Arminio. Michele, fabrianese acquisito, che come dice un noto talk televisivo “si guadagna da vivere come”  gestore dell’accoglienza in un bellissimo monastero del territorio, me l’aveva detto: “vacci a vedere di giorno che scempio al paesaggio stanno facendo da quelle parti”. Ci passo di giorno, sulla strada delle Serre, e vedo l’avvio della perimetrazione delle aree di cantiere, con le ruspe già in azione, ed immagino quello che questo comporterà per il paesaggio. E’ il cantiere della pedemontana Fabriano-Muccia del progetto Quadrilatero, quello partorito oltre 10 anni fa, che prevedeva di realizzare il raddoppio delle ss 77 e 76, e di modernizzando i collegamenti tra Marche e Tirreno. La storia di questa vicenda è molto complessa, ma la racconta bene in ogni suo aspetto Loredana Lipperini, nel libro “Quel trenino a molla che si chiama il cuore”. Dietro quel progetto, c’era l’idea della politica e di una classe dirigente, trasversale per appartenenze culturali e per livelli di governo, che la risposta più efficace ad un sistema economico che stava crollando, potesse essere che “il fare strade moderne”, urbanizzando ed edificando le aree contigue, avrebbe rimesso in moto le imprese e le lobby degli appalti, rilanciando un modello economico in crisi. “Dopo che saranno fatte le strade – mi disse uno anni fa - si arriverà dall’Umbria all’Adriatico un quarto d’ora prima.” “E poi – gli risposi – quando sei arrivato quindici minuti prima – che t’è cambiato?” Devastato già il paesaggio della Val di Chienti e dell’Alta Valle dell’Esino, per arrivare da qualche parte un quarto d’ora prima, adesso toccherà al bellissimo paesaggio collinare e pedemontano che da Fabriano si protende fino alle pendici dei Sibillini a Muccia: le colline del Verdicchio di Matelica e di altre tipicità su cui, mentre le ruspe cancellano suolo agricolo, si continua a scommettere un nuovo futuro per l’economia territoriale e turistica. Quarantadue km, 5 ponti e viadotti, una galleria da 900 m (un metro costruito in galleria fa guadagnare tre volte rispetto ad un metro a giorno). Non si è poi portati a pensare, che una strada così produrrà un danno indotto ad una microeconomia ed imprenditorialità che sono radicate nei borghi e nelle cittadine che stanno tra Fabriano e Muccia. Già molti dei piccoli produttori che vendevano patate rosse ed altri prodotti sull’altopiano di Colfiorito, adesso sono costretti a scendere sulle provinciali a valle, perché con la nuova 77, lassù non ci passa più nessuno. Pensiamo ad esempio ai bar, piccoli esercizi commerciali, e tante piccole attività artigianali che guadagnavano dall’automobilista che passava dentro i borghi tra Fabriano e Muccia; a strada nuova il loro fatturato si vedrà significativamente ridotto. Al posto del prodotto tipico acquistabile fermandosi lungo la provinciale, nella stazione di servizio che verrà realizzata lungo la superstrada si troveranno poi la maxiconfezione di barrette Kinder e l’orsacchiotto di peluche fatto dai bambini asiatici schiavizzati. Per non parlare dei danni irreversibili al paesaggio e all’agricoltura, con il consumo di suolo per realizzare strada e infrastrutture necessarie annesse.  Ma i vignaioli del territorio lo sanno? Perché non si mobilitano come stanno facendo in questi giorni gli olivicoltori salentini contro il passaggio di un gasdotto? O qui interessa solo che il furgoncino impieghi una manciata di minuti in meno per un trasporto? Ad un territorio già interessato da anni da un consistente fenomeno di spopolamento, e ora interessato da una vera e propria “strategia dell’abbandono” post terremoto, la nuova strada darà il colpo di grazia. Mi colpisce, ma fino ad un certo punto poi, che tutto questo avvenga senza che chi ha una qualsivoglia responsabilità politica od istituzionale, non dico si incateni lungo il cantiere (non sono più i tempi, e poi in molti sono corresponsabili dei fatti), ma almeno si faccia attraversare dal beneficio del dubbio. E invece no, tutti a suonar le trombe del “W la nuova strada!”. L’unico soggetto politico, il solo che rende dignità alla parola “politica” nel comprensorio fabrianese, e che si è espresso contro la Quadrilatero e questi progetti, è il Laboratorio Sociale Fabbri; ma si sa, quelli sono pericolosi estremisti… Questa strada non servirà a niente, non porterà nessun progresso e crescita, consumerà in maniera irrimediabile suolo e paesaggio a forte vocazione agricola di qualità, non ha nulla di strategico. E’ sicuramente più strategico, per la valorizzazione del territorio e per una nuova idea di essere comunità, il progetto di Paolo Piacentini, fabrianese acquisito anche lui: l’”Università del Camminare”. Perché quella non è solo un’idea per il tempo libero o hobbystica, o sentimentale (chi la pensa così sbaglia, una passeggiata non purifica il cervello…), ma è una proposta di come possa ridestarsi uno spirito civico che nel tempo è stato centrifugato e aspirato dal mito industriale, e di come sia indispensabile prendersi cura del suolo e del territorio. E questo ce lo ricorda non un ambientalista estremista, ma un urbanista del Politecnico di Milano, Paolo Pileri, nel libro “Che cosa c’è sotto”, in cui invita a diventare “partigiani della pelle del mondo”. Capita spesso di trovare sui social un leit motiv, che è quello di additare chiunque si contrapponga al perpetuarsi di modello economico novecentesco (travolto peraltro dalla crisi), come i promotori di una cosiddetta “decrescita infelice”; scimmiottando in maniera assai molto ignorante, una teoria e una prassi dell’economista francese Serge Latouche: la “decrescita felice”. Pensando malevolmente che si voglia perseguire una sorta di cialtronesco ritorno al “poveri ma belli”. Mentre il tema vero, in generale e di questo territorio,  in cui tra disoccupazione ed inoccupazione, si registrano cifre vicine ai quattro zeri, e che pone non ultimo Papa Francesco, è quello della sobrietà. Ma quest’ultimo è un valore e uno stile di vita che, come li avrebbe classificati il grande poeta colombiano Álvaro Mutis, “gli artefici del disastro” di questo territorio, non sanno ancora cosa possa significare, avvezzi ancora a praticare l’arroganza dei ricchi. 

venerdì 10 marzo 2017

YES WE CAN

Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna. Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti. Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti. 

giovedì 23 febbraio 2017

RICOSTRUTTORI DI COMUNITÀ

“L'altezza mi mette paura, e il sangue e i terremoti; per il resto non temo nulla, tranne la morte, il pensiero di mettermi a urlare in mezzo alla folla, l’appendicite, e un attacco di cuore, già, anche questo; così me ne sto seduto nella mia stanza con l’orologio in mano e un dito premuto sulla giugulare, a contare i battiti ascoltando i misteriosi borbottii del mio stomaco. Per il resto, niente mi turba.” (Ask the dust, John Fante)


“Ask the dust/Chiedi alla polvere” è la loro pagina facebook. Loro, sono un gruppo di ragazze e ragazzi di Arquata del Tronto e dintorni, tutti con meno di vent’anni. Quando li incontri hanno gli occhi luminosi anche se, in circa due minuti, nella notte del 24 agosto, la polvere delle macerie ha ricoperto la quotidianità. Sono stati i primi e sono i più giovani (e per questo saranno gli unici che cito per non dimenticare qualcuno tra tanti), a sentire il bisogno, di fronte ad una catastrofe come quella che da 6 mesi interessa l’Appennino di quattro Regioni, di raccontare, di raccontarsi, di fare comunità ancora in senso fisico e sulla rete, di mettersi a disposizione. Decine di comitati, associazioni, incontri, iniziative, assemblee; tutto rafforzato ed amplificato dai social, ma trascurato dai media tradizionali. E’ un fenomeno nuovo, il solo positivo chiaramente, quello generato dalla forza della natura, ma che coinvolge le persone e la società civile in maniera per certi versi imprevedibile. E che non va confuso con lo straordinario manifestarsi di gesti di solidarietà e filantropia che in questi mesi si stanno riversando sull’Appennino ferito dal terremoto. Quello di cui parliamo è un fenomeno autoctono, radicato nei territori. La gestione del post terremoto ad oggi è a dir poco complicata e difficoltosa, e su questo qui mi fermo. Ma ci sono dati di fatto: intere comunità “deportate” (come si definiscono loro) in alberghi e residence sulla costa, che vedono allungarsi lì la propria permanenza; paesi e frazioni oramai già prossimi al processo di fossilizzazione; persone che, nonostante tutto (e tutti) resistono a vivere precariamente sull’Appennino con i loro animali e le loro attività economiche, che sono la peculiarità non delocalizzabile di questi territori. A questa situazione, che in parte è figlia del caso, ed in parte è il prodotto perseguito di una vera e propria “Strategia dell’Abbandono” (#strategiadellabbandono su facebook), in questi mesi si sta contrapponendo un impensabile risveglio di civismo, di senso di comunità, di partecipazione democratica, che attraversa l’Appennino colpito dal sisma. L’espressione più evidente la troviamo sui social e sulla rete, ma questa è sempre la conseguenza anche di una pratica fisica di persone, associazioni, movimenti, gruppi impegnati in settori diversi della società, che si incontrano, discutono, propongono, con una solo obiettivo: quello di non far spegnere i riflettori sul terremoto e su quello che sta accadendo (o meglio su quello che non sta accadendo) a loro e in quei luoghi. I limiti dell’intervento pubblico sono parzialmente attutiti da questa società civile (che in diversi casi diventa per fortuna anche sostitutiva), parte integrante della quotidianità delle montagne che si autorganizza, mobilita, si informa e promuove, diventa soggetto attivo interlocutore con le Istituzioni. Tutto questo trova narrazione sui social, in un modo che è tutto fuorché nostalgico e retorico (la nostalgia del paesello o la meraviglia di fronte al paesaggio), ma al contrario è progetto, dimostrazione che la montagna significa casa, lavoro, servizi, economia, e che l’obiettivo è quello di proseguire a far essere questo territorio ciò che storicamente è sempre stato: un luogo di vita, la casa del Popolo dell’Appennino. Gli archivi storici narrano che a Castelsantangelo sul Nera, dopo il rovinoso sisma della Valnerina del 1703 (oltre 10.000 morti), gli abitanti sopravvissuti non scapparono o migrarono lungo la costa, costretti dalle Autorità del tempo, ma si misero subito a tagliar legna nei boschi per costruirsi delle casette provvisorie in attesa di rimettere in piedi quelle in pietra e muratura. E invece, la “strategia dell’abbandono”, ha tutto l’interesse perché l’Appennino, complice una volta il terremoto, o altre calamità naturali, si spopoli e le persone si distribuiscano altrove. Perché dare i servizi alle persone in montagna costa di più, tocca spendere risorse per la salvaguardia e prevenzione dell’assetto geomorfologico; e poi quando ci sarà da realizzare il nuovo gasdotto Rete Adriatica (ed anche l’inceneritore a Castelraimondo) la gente protesterà, i Sindaci si mobiliteranno, nasceranno comitati, con il rischio di rallentamenti, pause, interruzioni (un po’ come per l’oleodotto nei territori Sioux che ha fatto fare marcia indietro ad Obama e la farà fare alla fine anche a Trump). Meglio l’Appennino spopolato, per farci affari ad alto e losco impatto ambientale, tutt’al più con qualche villaggio vacanza; già molti servizi essenziali sono stati concentrati da tempo sulla costa e in pianura, e poi da quelle parti c’è tutta quell’edilizia residenziale e commerciale invenduta che è rimasta “sul gozzo” ai costruttori e palazzinari, e pure a qualche banca; se la gente la spostiamo suo malgrado lì, si rimette in circolo pure quell’economia fallimentare… Invece tutto il variegato civismo che si è generato a seguito del terremoto ribadisce il contrario: che l’Appennino è un valore e la vita su quel territorio è strategico per il futuro dell’intero Paese. Va colto come una spinta democratica, pur nella sua frammentarietà, finché non troverà un suo filo di continuità e di unità. Rappresenta, nella sua genuinità, un rilevante fatto politico. Dopotutto sull’Appennino italiano vivono oltre 20 milioni di persone. Circa la metà dell’elettorato passivo ed attivo del Paese. E’ prossimo forse il tempo che il Popolo dell’Appennino, stanco di essere più o meno degnamente rappresentato da terzi, si farà rappresentanza diretta, con nuove ed originali pratiche di democrazia partecipata dal basso? Anche questa, è una domanda da rivolgere alla polvere; non a quella americana dell’Est e del Middle West di John Fante, “da cui non cresce nulla”, ma a quella che il vento sposta dalle macerie dei paesi terremotati dell’Appennino; da cui è probabile ed auspicabile che possa crescere una nuova idea di comunità e di democrazia. 

martedì 7 febbraio 2017

LONTANO DAGLI OCCHI LONTANO DAL CUORE

L'apertura della 67° edizione del Festival di Sanremo, coincide per me con la casuale lettura di un commento di un post su facebook di una signora (che poi mi accorgo essere una compaesana), in cui l'autrice, rispettabilmente, sosteneva che del terremoto bisogna parlarne il meno possibile, perché risulterebbe essere deleterio per il turismo, causando ciò ripercussioni alla capacità di attrazione di questa parte del territorio appenninico. Sono convinto al contrario che mettere quello che è accaduto e sta accadendo sotto il tappeto, anche questo rientra nella #strategiadellabbandono, nel caso specifico quella “de noantri”. Come se eludere il fatto che ci siano stati anche qui sfollati e persone assistite in hotel (vabbè, però alcuni sono albanesi…), prime e seconde case inagibili, una strada indispensabile alla quotidianità, ancor prima che al turismo, chiusa per più di tre mesi, la tentazione per diversi, anche i più giovani, di andarsene, attività economiche che risentiranno pesantemente della situazione, possa salvaguardare a prescindere la quotidianità e le potenzialità economiche di questa zona, a spiccata vocazione turistica. Si fa così anche uno sgarbo agli amministratori locali che con sensibilità si sono prodigati, per quello che hanno potuto, per l'assistenza e per un ripristino della normalità in tempi ragionevoli, considerato che l'hanno fatto con mezzi propri, visto che questo Comune non fa parte del cratere (e qui, diciamocelo, diversi hanno fatto un tifo operoso perché Genga non rientrasse nel cratere); e farne parte, avrebbe significato per chi qui vive e lavora, per chi ha una attività economica, oltre che per il patrimonio immobiliare, una serie di sostegni che avrebbero compensato le comprensibili difficoltà di mesi che verranno. E lo sostengo, forte del fatto che l’essere nel cratere, per me non avrebbe comportato alcuna differenza (ho casa per fortuna sana, non ho qui la residenza, non ho attività economiche in loco, non dipendo da aziende locali). E invece, da un mio acquisito compaesano, che poi il 30 ottobre mattina magari è pure venuto in macchina  “a vedere che era successo qui a Falcioni”, e c'ha visto sbiancati in volto e impauriti, mi sarebbe piaciuto leggere un commento di questo tipo: "si, il terremoto qui c'è stato, eccome se c'è stato, parliamone tutti assieme, facciamo una grande assemblea pubblica, dentro quella palestra che il sindaco per la notte del 30 ottobre ha fatto aprire e riscaldare per quanti avevano paura a dormire a casa; ragioniamo assieme su come desiderano vivere qui poco più di 1700 persone sparse in 37 frazioni, su come far nascere e crescere i propri figli, lavorare, prenderci cura degli anziani, valorizzare le straordinarie peculiarità di questo paesaggio in maniera rispettosa, e senza essere più ossequianti, tra l'altro di serie B, del padrone quasi secolare, che c'avrà anche riempito il piatto, ma svuotato da ogni passione civile. Facciamo sfogare quelli che hanno avuto e hanno paura, quelli che c'hanno avuto danni, quelli che sono incazzati col mondo; ascoltiamo quelli che vogliono vivere qui e quelli che vogliono realizzare qualcosa di diverso da quello che s’è sempre fatto, chiamiamo i nipoti e i pronipoti che hanno le seconde case ereditate da nonni e prozii e che ci vengono alle feste comandate, e chiediamogli di impegnarsi davvero perché i loro patrimoni non diventino in poco tempo rovine abbandonate". Questo era il commento che serviva in quel post.  Proviamo a costruire, insomma, un'inedita e inusuale pratica di democrazia e di politica, una nuova idea di comunità, senza casacche, senza livori di paese, senza pensare che "prima i fatti miei, poi...", ma che invece "se penso per primo all’interesse generale, alla fine mi riescono meglio anche i fatti miei". Sull'Appennino ferito dal terremoto si può e si deve ricostruire non solo case, scuole, chiese, ma anche una migliore idea di democrazia e di comunità. Se non si accetta questa sfida, che certo è impervia, il fallimento è certo. Rimarranno le rovine, materiali e immateriali, prevarrà lo spopolamento, la fossilizzazione macilenta dei borghi, l'inselvatichimento del paesaggio, la trasformazione delle peculiarità naturalistiche ed architettoniche in uno sterililizzato e insapore parco divertimenti, attraversato in maniera indolore e senza alcun contrasto dal realizzando mega oleodotto Snam, che attraverserà continuativamente a soli 5 m di profondità il territorio appenninico di Abruzzo e Marche, proprio lungo dove si sono risvegliate le faglie. Al contrario, più che il silenzio e l’omissione sul terremoto, il potenziale turistico lo salvaguarda e lo rilancia un territorio vissuto, abitato, in cui la più incisiva operazione di marketing la fanno quelli che vivono qui, le persone, i bambini, i vecchi, gli adulti; non sostituibili da nessun infopoint o agenzia di accoglienza, o socialtour. Chi vuole venire qui non consulta la carta sismica o il decreto del governo con la lista dei Comuni del cratere. Chi è interessato a venire qui, turista o viaggiatore, lo sa che questa è zona sismica e che c’è stato il terremoto, e che ci potrebbe ancora essere, mica è un deficiente… Ma è interessato a sapere se ci sono borghi vissuti e non abbandonati, strutture di accoglienza sicure e di qualità, abitanti con una quotidianità con cui interagire e bere un bicchiere di vino, anziché hostess dal sorriso impersonale che potrebbero accoglierlo in qualsiasi altro posto del pianeta. Il fattore antropico, e la qualità della vita che arriva solo dalla cura del territorio, questa è la storia e la forza dell'Appennino. Le chiese, i musei, le grotte stanno sparse per tutto il mondo, perfino alle Bermuda. Con "Lontano dagli occhi" Sergio Endrigo arrivò secondo nel 1969 in quel Sanremo, edizione burrascosa in pieno clima sessantottino (vinsero per soli 9 voti Bobby Solo e Iva Zanicchi con Zingara). Endrigo, in quella splendida melodia, canta "Che cos'è? C'è nell'aria qualcosa di freddo che inverno non è Che cos'è? Questa sera per strada i bambini non giocano più." Che cos'è, cari compaesani? Ecco, parliamo del terremoto, parliamone tra noi e parliamo di noi, perché qui, a Falcioni di Genga, da cinque mesi i bambini che ci vivono, per strada non giocano più (alcuni hanno dormito impauriti per un mese e mezzo dentro un camper). E questo è un grosso guaio.