domenica 2 luglio 2017

VIALE DELLA RINASCITA n. 1

L'ha tenuto stretto tra le mani tutto il tempo dell'incontro, quasi due ore, senza muoverlo, senza appoggiarlo neanche sulle ginocchia, come fosse la cosa più preziosa del mondo. È rimasta seria, sempre, accigliata, con lo sguardo fiero da donna dell'Appennino, attenta ad ascoltare tutte le parole che si dicevano, come se non volesse perderne anche una. Aveva sorriso solo prima di sedersi per l'incontro, prima con gli occhi enormi, sgranati, come quelli di una bambina, solo dopo con le labbra; quando Laura (mia moglie, cosi palesiamo subito il conflitto di interessi), gli aveva detto che lì dentro c'era il suo nome, si parlava di lei. Lì dentro, è lì dentro il libro "I Racconti di San Pellegrino", che oggi veniva donato agli abitanti di S. Pellegrino di Norcia. Pagine e parole scritte prima con l'anima e poi con la tastiera dai tre autori ternani, Laura, Marco e Marco, la cui vendita andrà a sostenere il progetto di Rifiorita, con cui da mesi ex liceali oramai cinquantenni hanno coinvolto una intera città, Terni, dai boy scout agli ultrà della Ternana. L'obiettivo è quello di raccogliere la somma necessaria perché a San Pellegrino, piccolo paese di poco più di cento abitanti nella piana di Norcia, possano avere a breve una struttura da adibire a centro sociale. "Che cosa vi serve - avevano chiesto loro ai primi di novembre - cosa possiamo fare?" E loro, che dal 24 agosto non avevano più nulla, perché tutto il paese è stato polverizzato dal terremoto, avevano chiesto non una cosa per sé o per altri in particolare, di emergenza o di prima necessità, ma qualcosa per tutti, che ristabilisse il senso della comunità, della relazione, dell'appartenenza: un centro sociale; strani questi montanari... E stamattina erano tutti lì, nel viale ritagliato dal villaggio "Della Rinascita", che separa le SAE dove abitano da febbraio gli abitanti. C'era molta emozione, nel ritrovarsi, nel rivedersi. Eravamo stati qui il 27 dicembre e il clima era diverso, ma sempre di speranza e di battaglia. Ma appena sceso dalla macchina, sentivo che c'era qualcosa di strano, che non andava... Non sentivo quel tanfo maleodorante e putrescente della Strategia dell'Abbandono (e di quanti la perseguono), che si annusa subito nelle Marche. Ma non tanto perché ci sono le SAE abitate dai primi di febbraio, che avevo visto già consegnate e pronte da montare il 27 dicembre (nelle Marche, ad Arquata del Tronto, dal 24 agosto, stesse procedure, i primi assegnatari sono entrati in casa il 30 giugno; così, per dire...). Ma perché qui, da quella mattina del 24 agosto non se n'è andato nessuno, e nessuno li ha deportati al mare forzosamente, ma sono rimasti a San Pellegrino, hanno potuto montare tende e casette fai da te nell'orto in giardino senza essere denunciati per abuso edilizio; è vero, qualcuno timidamente ci ha provato a proporgli di andare al mare e al lago, ma loro hanno reagito come comunità, hanno resistito, tutti per uno e uno per tutti. Hanno tribolato, è stata dura con l'inverno, gli animali, ma stamattina sono comunque contenti di esserci, di stare qui, di accogliere. Una famiglia mi invita per un caffè dentro la loro SAE. Ho voglia di un caffè, ma mi sento di disturbare, di invadere la loro ritrovata stabilità precaria. Accetto, e nell'entrare mi viene l'istinto di togliermi le scarpe come si usa fare in Giappone, in segno di rispetto. Prendo il caffè, in piedi, anche se sono stanco, ho fatto in tre giorni più di mille chilometri, e mi siederei volentieri sul divano compreso nell'allestimento SAE; ma anche qui prevale uno strampalato istinto di delicatezza e rispetto. "Se ti serve il bagno - dicono - fai pure". "No grazie - anche se ci andrei di corsa - non ne ho bisogno". Chissà perché, in quel modulo così impersonale, dove sono riusciti a portare solo una vecchia credenza dalla casa crollata, mi scatta un istinto di attenzione e rispetto per quell'ambiente, che per loro ora è il tutto, che è del tutto irrazionale. Poi torniamo, inizia l'incontro, Isabella l'editrice non vuole parlare, è emozionata, dice che già gli viene da scoppiare a piangere appena scesa dalla macchina. "Annamo bene - penso - già è difficile per tutti non commuoversi solo nel ritrovarsi con gli occhi, e adesso ti ci metti pure tu..." Però l'incontro poi va bene, è bello, Isabella poi parla, e parla pure Lucio, il pompiere di Terni che è vissuto qui con loro per mesi, e oramai è di San Pellegrino pure lui. Alla fine inizia a piovere, ma si pranza tutti assieme sotto gli spioventi delle SAE. Ho capito durante l'incontro perché qui non c'è puzza di Strategia dell'Abbandono; è perché c'è una comunità forte, coesa, che ha resistito alle sirene ammaliatrici, e poi anche perché qui, seppur ritardi, problemi, disguidi ci sono stati, c'è stato un po' di buon senso delle Istituzioni. E perché forse alla fine, qui non c'è un mare dove deportare per razionalizzare i servizi e spopolare la costosa montagna (e il Trasimeno si sta prosciugando), nè magari un enorme invenduto da bolla speculativa immobiliare da rifilare ai terremotati. Alla fine arriva Cecilia, la più anziana del paese, con suo libro stretto ancora in mano, quello dove si parla di lei. "Io abito laggiù - ci dice sorridendo - mi hanno dato la SAE al civico n. 1, la prima. Quando tornate venite a suonarmi".


P.S. Il libro "I racconti di San Pellegrino", di Laura Trappetti, Marco Morandi e Marco Vescarelli, edizioni Intermedia costa 10 €. Lo trovate su Amazon o sul sito della casa editrice. San Pellegrino ha bisogno di un centro sociale.  



domenica 25 giugno 2017

DISASTRI E RICOSTRUZIONE. Svolgimento.

La Commissione ministeriale preposta o magari un algoritmo, ha avuto l'idea, qualche giorno fa, di inserire tra le tracce dello scritto di italiano della maturità, un tema dal titolo "Disastri e Ricostruzione", da svolgere sotto forma di saggio breve o di articolo giornalistico; non oltre le cinque colonne di protocollo scritte a metà. Prova di scrittura stimolata da tre documenti, due articoli di giornale in cui si richiamano il bombardamento di Montecassino e il sisma del 2016, l'alluvione di Firenze, e un brano del Principe di Machiavelli. La prima cosa che mi è venuta in mente è, che ai tempi della mia maturità, 29 anni fa, arrivare alle cinque colonne era un record da medaglia olimpica, uno sforzo leonino di scrittura e fantasia che solo pochi arditi erano in grado di raggiungere... Mentre ora viene fissata l'asticella del "non oltre". Dall'idea che mi sono fatto, leggendo qua e là, è che la pensata della Commissione/algoritmo, non ha avuto grande riscontro tra i maturandi. Dopotutto, perché uno studente che vive lungo lo Stivale, dovrebbe cimentarsi su tale tema: il terremoto del 2016 l'ha visto per pochi giorni in televisione o su internet quando c'erano i morti, dell'alluvione di Firenze dubito che vi sia cenno nei programmi di storia, il Machiavelli "due palle", figuriamoci poi per il bombardamento di Montecassino. E perché poi invece, uno studente terremotato nel 2016, dovrebbe fare oggetto pubblico ad una commissione di estranei di quello che vissuto, se malcelatamente fosse questo stato un obiettivo? Pensate che sia facile parlare di che cosa sia visceralmente la paura, il terrore, non ritrovarsi in pochi minuti più niente di ciò rappresentavano quotidianità e normalità, di cosa rappresenti dover vivere da dieci mesi in una casa in affitto in un'altra città, o in un albergo, in un bungalow sulla costa e, per non pochi, non ritrovarsi più magari neanche la scuola. Ti piacerebbe, Commissione/algoritmo, sapere invece cosa uno di questi studenti possa provare a vedere le facce opache dei propri genitori, senza più casa e lavoro, o gli occhi spenti allucinati dei nonni, parcheggiati in una panchina sul lungomare a gennaio, che aspettano solo che faccia di nuovo notte e poi giorno, e poi di nuovo notte... Ma invece, non te lo dirà mai, perché sono cose indicibili, e ti commenta la poesia del Caproni. Forse, Commissione/algoritmo, avresti più avuto successo se anziché due passaggi di articoli di giornale e il Machiavelli, avessi messo semplicemente un verso di una poesia Alvaro Mutis, in cui si parla di "elementi del disastro", la Preghiera di Maqroll il Gabbiere. Ma tu,  Commissione/algoritmo, che cazzo ne sai di chi è Alvaro Mutis, grande poeta e scrittore colombiano scomparso quattro anni fa, che l'unica sfiga è stata per lui quella di essere contemporaneo di Marquez, ma a cui per poetica e genio, non era di certo secondo...E si, perché mica è vero che determinate sciagure e loro conseguenze postume, sono esclusiva colpa della natura cattiva? Gli elementi del disastro, secondo Mutis, sono gli uomini, quelli che determinano "le leggi del branco" con le loro decisioni, scelte, azioni, interessi. E allora forse, su questa traccia avrebbero potuto cimentarsi sia gli studenti dentro il cratere, che quelli fuori. Perché sanno magari che se costruisci a cazzo in zona sismica, il terremoto ti rovescia sopra tutto; che se fai passare una pedemontana sopra un giacimento naturale di gas, forse potrebbero esserci dei problemi di sicurezza; che se un territorio lo devasti con insediamenti antropici ed attività economiche impattanti e lo rendi più vulnerabile, è quindi più probabile che una pioggia torrenziale si porti via tutto; che se potentati russi ed italiani debbono far passare centinaia di chilometri di gasdotto lungo l'Appennino, meno gente che ci vive e che rompe i coglioni c'è lì, meglio è; che se...tanto altro. Ma tutto questo ha degli "elementi del disastro", che noi e i maturandi conosciamo, stanno anche dalle nostre parti, hanno avuto ed hanno responsabilità, e sarebbe davvero sconveniente che dei temi scolastici della maturità, atti pubblici, possano solo lasciare intendere, neanche necessariamente fare i nomi. Ma la Ricostruzione, quella vera, materiale e morale, passa attraverso l'accantonamento definitivo degli "elementi del disastro", che stanno sempre lì pronti a riproporsi anche con nuove sembianze. E questo, oggi, molti studenti lo sanno, è molto più veloce e più semplice essere informati. E intendono magari non occuparsene in un tema, ma in altre forme partecipative e democratiche. Perché qualcuno di loro si sente già, seppur giovane, "servo disobbediente alle leggi del branco". Come Enzo, Gilberto, Francesca, Emamuele, Daniele, Rachele, Agostino, Claudia, e tante e tanti altri, che da dieci mesi o da tutta la vita, "viaggiano in direzione ostinata contraria". Sul tema, per ora, meglio Caproni.

martedì 9 maggio 2017

LA SQUADRA

La tensione e l’attesa erano palpabili nell'aria da giorni; se ne parlava durante i parlamenti serali, fino diventare l'argomento esclusivo. Oggi, alle 9, sarebbe arrivata al paesello la Squadra. C'era già chi si aggirava con carte e lettere, illustrando e spiegando al vicino, ipotizzando responso e soluzioni. Alla fine, pur non essendone direttamente coinvolto, dall'arrivo e dall’opera della Squadra, stamattina m'è toccato stare qui pure a me. "Tu sai le cose - mi dicono - sei quello che ha studiato, e c'hai le conoscenze...". Per cui quando verso le 8 esco con il cane, lì trovo già tutti fuori, la strada brulica, è tutto un chiacchiericcio, e il cane un po' si incazza; lui di solito a quell'ora per strada c'ha l'esclusiva, a parte il pulmino che passa a prendere i bambini per la scuola. La mattinata, sentivo, già non deponeva al meglio, vuoi per il tempo, vuoi per aver letto che nella città confinante dove a giugno si vota, si è arrivati a far leva sulla buona fede e generosità di un anziano di 95 anni, un Partigiano, candidandolo a modo di marchio di qualità come Capolista; sperando di prendere qualche voto in più. Mi hanno insegnato che il Capolista dovrebbe essere quello che prende più voti di tutti. E se poi non prende più preferenze di tutti o non viene eletto, che cazzo di figura si fa, non con la città, ma con la dignità di questa persona? Su quella di chi ha avuto questa folgorante idea, sorvoliamo. Sarà che quando vivi in una frazione dove i più sono anziani, ridefinisci con queste persone la modalità del rapporto, teso all'ascolto, alla clemenza, alla cura... E qui stamattina sono proprio tutti, pure quelli di fuori, sono arrivati dal Belgio, da Roma e da Terni e quelli sparsi per la Regione. Succede solo a Ferragosto, ma oggi però arriva la Squadra. Per tutti, la Squadra sono i tecnici dell'Ufficio per la Ricostruzione della Regione, che verranno a fare i sopralluoghi sulle case danneggiate dal terremoto, e li accompagneranno i tecnici del Comune. La richiesta per i sopralluoghi andava fatta entro la metà di gennaio, così tanto per avere presente una temporalità di risposta. Ma appena arriva la macchina, la delusione al paesello è subito percettibile tra la piccola folla radunata nell'attesa. Dall'auto scendono solo i tecnici comunali, gli altri non ci sono; la Squadra sono loro. Mi spiegano, a me che "so le cose", che siccome il Comune non sta nel Cratere, l'Ufficio Regionale ha delegato loro a fare i sopralluoghi. Sul perché il Comune non stia nel cratere, per il prevalere di interessi di bottega locali sulla disponibilità dello Stato, è una questione lunga, che "io che so le cose, che ho studiato e c'ho pure le conoscenze", regolerò tra un paio d'anni alle elezioni comunali... Per cui i tecnici comunali, sempre disponibili e sensibili, stamattina hanno passato in rassegna solo alle case su cui il Comune ha già emesso l’Ordinanza Sindacale lo scorso fine ottobre, e compileranno una scheda FAST sommaria. Poi il Comune o la Regione (non s’è capito), la trasmetterà ai proprietari, che dovranno trovarsi un tecnico di fiducia qualificato per compilare la scheda AEDES, che è condizione necessaria per avviare la procedura per richiedere il contributo della ricostruzione e fare i lavori. Per le altre richieste di sopralluogo, formalizzate sempre nei tempi dai proprietari, quelle senza Ordinanza Sindacale, bisognerà aspettare che passi la Squadra della Regione, quando non si sa. Per cui, alla fine, stamattina i tecnici del Comune si sono rivisti case già ispezionate da loro per primi mesi fa, ed in alcune, chiaramente, non ci sono manco entrati, perché la situazione era più che nota. Con i paesani, che chiedevano che almeno rientrassero a vedere, come segno di attenzione e solidarietà: "se venite dentro da me - fa una signora - vi faccio il caffè". Questo è quanto, alla fine chi era arrivato da lontano se n’è ripartito, chi sta qui, tra un chiacchiericcio di espressioni rituali, dal preoccupato "qui non si sa quando rimetteremo a posto", al più classico "a quelli lassù bisognerebbe ammazzarli tutti". Poi ad un certo punto, come ha detto Aldo da Ciampino, che è venuto col nipote, "s'è fatta 'na certa". "Senti Leonà - chiede Aldo - ma stamattina le Grotte so' aperte? Quanto dura un giro?" Si, certo - rispondo - fino alle 18, la visita dura un'oretta" "Allora - fa Aldo - io porto lui a vedè le Grotte che non l'ha viste mai, e io le rivedo prima de morì, poi s'annamo a magnà 'na cosa e ripartimo. Vieni a magnà co' noi dopo?" 

domenica 7 maggio 2017

VENITECI A PRENDERE

Molòn labé (μολν λαβέ): "Vieni a prendere". Il motto, che fu nell'antichità degli eroi di Leonida I alle Termopili di fronte alla sterminata armata di Serse, e più recentemente nel 1973 degli studenti del Politecnico di Atene, asseragliatisi dentro i cancelli dell'ateneo, contro le milizie dei Colonnelli fascisti, potrebbe benissimo diventare il motivo della resistenza di questi ragazzi di Castalsantangelo sul Nera. Da ottobre hanno scelto di restare qui in roulotte, assieme ad alcuni allevatori, per ribadire il diritto a vivere sull'Appennino, e a non far chiudere definitivamente i battenti a questa comunità, deportata d'ufficio sulla costa. All'inizio erano otto, poi come nelle brigate partigiane, altri si sono arruolati e adesso sono in tredici. Da subito, dopo le scosse, si è fatto il possibile perché  non si piazzassero roulotte o container nel parcheggio, ma poi loro le hanno messe e basta. Altri, raccontano, stanno arrivando e si aggregheranno; si sono trovate, grazie al volontariato e alle donazioni, nuove roulotte, per allargare la comunità. Sono stanchi, provati, sfiduciati; hanno passato l'inverno anche a temperature inferiori ai 15 gradi. Hanno tutti intorno a trent'anni. Sanno, consapevolmente, due cose; la prima è che in qualsiasi momento potrebbero essere forzosamente allontanati: il paese è chiuso, evacuato, zona rossa. La seconda, più demoralizzante, è che se non ci saranno, come dicono loro, segni concreti di ripristino di una minima quotidianità entro qualche settimana, chi se n'è andato non tornerà più, e loro stessi non ce la possono fare a sopportare un'altra invernata pesante dentro la roulotte. "Perché – si chiede uno di loro - io non posso immaginare di continuare ad avere una vita qui, a metter su qua una famiglia? Ma se continua a non succedere niente, come faccio a proporre ad altri un futuro qui accanto a me? I miei se ne sono dovuti andare a forza subito, gli hanno dato una tripla in albergo: ci sono babbo, mamma e nonna che c'ha più di ottant'anni, chiusi insieme in una stanza da sei mesi; poi adesso può darsi che li spostano da un'altra parte." Mi portano a vedere intorno alla zona rossa, a piedi fino ad una piccola frazione; ha smesso di piovere ed è uscito un sole caldo e umido. Il paesaggio magnifico dei Sibillini, è oramai assurdamente integrato con le rovine delle case e i cumuli di macerie. Si vede bene un versante della Cima di Passo Cattivo, dove la montagna in sommità s’è proprio staccata ed ha originato due coni franosi di detriti. Mi raccontano, storie, episodi di questi mesi. Alcuni sono da filmografia fantozziana. Come quello di un paesano che è stato costretto ad andar via, e ha trovato un affitto in un paese non lontano, usufruendo del contributo di autonoma sistemazione. Un buon affitto, poi però quando lo Stato ha aumentato, giustamente, la cifra erogata riparametrando le situazioni, anche il proprietario gli ha subito aumentato l'affitto; una storia italiana quasi ordinaria, se non fosse che il proprietario dell'appartamentino non fosse anche il sindaco pro tempore della cittadina... Mi fanno vedere dove la faglia ha aperto e sollevato di diversi centimetri l’asfalto, per poi proseguire sul pavimento del ristorante, aprendolo in due come se ci fosse passata una saetta. Mi raccontano della mattina della 6.5, quando la macchina da dove uno di loro era appena sceso, si è sollevata di un palmo da terra. Della paura e del terrore che ti lascia attonito e paralizzato. Da quei giorni, ogni fine settimana, ai tredici si aggiungono altri che tenacemente, lavorando fuori la settimana e buona parte dell'anno, vengono da comode case a stare quarantott'ore in roulotte, per dare il segnale che non vogliono l'abbandono definitivo del paese, ma al contrario la sua ripresa e ricostruzione. Non certo "com'era dov'era", mica sono scemi, ma lì, dove da secoli, anche dopo  i rovinosi e luttuosi terremoti del 1700, la comunità è riuscita a ripartire e diventare fino a qualche mese fa, un borgo splendido a forte vocazione agroalimentare, culturale e turistico, e dove girava una dignitosa ed etica economia. "Guarda - prosegue il quasi trentenne - alla fine se vengono qui ad arrestarmi e portarmi via, quasi quasi io resisto, così mi danno il penale e mi mettono in galera, dove almeno c'è un tetto, un letto vero, un pasto e la doccia. Io so che se non cambia qualcosa, se non arrivano in fretta le strutture abitative di emergenza, o con un minimo di buon senso e di assunzione di responsabilità da chi di dovere, si ridà agibilità a quelle case che hanno danni lievi, e che ci sono, in mezzo alla zona rossa, e un po' di gente riesce a tornare, alla fine dell'estate mi tocca andarmene in un'altra città, lontano da qui. Già diversi che sono via al mare o da altre parti, è certo che non torneranno più. Non posso rinunciare a costruirmi una famiglia per stare a tribolare qui; mi sento in colpa, ma in coscienza non riesco ad imputarmi niente. Io c'ho provato, sono loro alla fine che mi avranno mandato via da qui". Chissà come finirà la resistenza di questo e degli altri nuovi partigiani dell'Appennino? Se in maniera tragica come alle Termopili, dove oggi più che un novello Serse, nell’Alta Valle del Nera avrà la meglio la strategia dell'abbandono. Oppure come nell'Atene dei Colonnelli, dove i fascisti furono deposti e tornò la democrazia? Passa un pick-up, si ferma, tira giù il finestrino. "Io a te ti riconosco - sorride prima con gli occhi, poi con la bocca, è Agostino, quello delle mucche - allora sei tornato fratello?" "E certo - rispondo, e le mani si stringono in maniera non formale - i fratelli hanno il dovere di ritrovarsi, come va?" "Finché se vedemo - dice ridendo quello accanto ad Agostino sul sedile - va sempre bene." C'ha quasi novant'anni, qui c'ha le pecore e le mucche; sta qui pure lui da ottobre in roulotte. "A questi - penso ripartendo - andateli un po' a prende'...che dopo ridemo..."

sabato 15 aprile 2017

AL PUNTO DI PARTENZA

“…anni dopo al punto partenza”. Non due come scrive Guccini in una sua canzone, ma venti. E’ tempo di anniversario quest’anno per il Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi. Fu infatti il 2 settembre di vent’anni or sono che il Consiglio Regionale delle Marche approvò la Legge istitutiva dell’area protetta. Un parto non semplice, epilogo di un confronto politico e sociale complesso. Ricordo che in quegli anni, vista dalla città di Federico II, ambientalista antesignano anche lui, quella scelta mi pareva assai una forzatura e, per certi aspetti, poco naturale. Era come se si volesse appiccicare un marchio dop, su un formaggio prodotto con latte in polvere. Nel senso che la previsione di area protetta andava a circoscrivere un territorio fortemente già compromesso dal punto di vista ambientale: l’attraversava una rete ferroviaria, una strada statale, fortemente antropizzato, con attività industriali e manifatturiere pesanti che vi insistevano da decenni, con un’attività estrattiva che aveva già compromesso l’originaria morfologia del paesaggio. Ma era quella la stagione del governo, nazionale e locale, dell’Ulivo; e la legge del Parco non poté che risultare alla fine il compromesso tra due anime di quella stagione politica: quella “industrialista” e quella “ambientalista” (in questa categoria c’erano poi ambientalisti rigorosi, ed altri un po’ meno), che alla fine produsse tutte le contraddizioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti: nessuna riconversione industriale verso un modello leggero, che oggi si definirebbe green economy (una certa riconversione non green poi nell’ultimo decennio l’ha prodotta la crisi…), le aree di cava, pur facenti parti del territorio naturale del parco, furono perimetrale fuori dell’area protetta (attività a cui il Comune di Serra S. Quirico ha rinnovato la concessione di escavazione fino al 2050 con delibera di Consiglio n. 57 del 2008), il mantenimento di alcune aree tutt’oggi interessate dall’attività venatoria, deroga a qualsiasi opera infrastrutturale che avesse avuto interesse e rilevanza nazionale (di qui lo scempio del paesaggio in corso in questi anni con il raddoppio della ss 76 per opera della Quadrilatero). E, non secondarie, la mancanza di un reale processo partecipativo con le comunità che abitavano nel parco, una serie di mediazione al ribasso con chi viveva di agricoltura e zootecnia in questo territorio, e che rappresenta il primo custode del territorio. Furono anni di scontri accesi, l’aneddotica narra addirittura di una riunione di promotori e sostenitori del parco, riparatisi dentro una chiesa di Serra S. Quirico, circondata da cavatori e cacciatori imbelviti e liberati dai Carabinieri… Negli anni si è fatto molto poi per la promozione del parco (convegni e pubblicazioni sono stati abbondanti…), dei suoi obiettivi, e buono è stato ed è il lavoro didattico e formativo con le scuole. E’ cresciuta una frequentazione turistica, al di là del tradizionale afflusso alle grotte di Frasassi, sono nate piccole imprese che sul valore paesaggistico e naturalistico del Parco, promuovono le proprie attività. Allora è stata una scelta giusta, si darà, alla fine? Certo, però basta girarci un po’ dentro il parco, al di là dei sentieri più battuti, per constatare che ancora la strada da fare molta. Chi ci vive, come chi ci pratica un’attività agricola, fa tutt’oggi fatica e vedere il bicchiere tutto pieno. Il fenomeno dello spopolamento dei borghi e delle piccole comunità rappresenta un dato demografico allarmante, il patrimonio artistico ed architettonico non è stato per niente curato, basti pensare alle condizioni in cui si trova il millenario Eremo di Grotta Fucile, fondato da San Silvestro, la situazione di degrado che negli anni si è prodotta al lago Fossi a Genga, ai bordi dei sentieri oltre asparagi e funghi, è altrettanto comune trovare elettrodomestici e altri rifiuti abbandonati; tante tabelle, insegne, molte logore ed arrugginite oggi. La vera funzione di manutenzione e di guardiaparco, la svolgono alla fine più i volenterosi abitanti delle piccole comunità, che chi di dovere. Il limite di tutto questo, che produce il bicchiere mezzo pieno di oggi, è stata la governance del Parco. Non si diede  allora vita ad un Ente autonomo, ma si affidò subito la gestione del parco alla politica locale e territoriale, la quale, chiaramente, esercitò la propria funzione con tutti i vizi compromissori della stessa, in cui spesso il parco è risultato essere un’istituzione di compensazione ed aggiustamento dei risultati elettorali, di bicchiere di cristallo tra gli elefantiaci scontri dei campanilismi locali della politica. Che ha visto, negli anni, avvicendarsi classi dirigenti consumate e più propense a cedere alle spinte corporativistiche di turno, che intente a far radicare nelle comunità una nuova cultura ambientalista, capace di costruire dal basso una riconversione economica e sociale di un territorio. Giace da qualche tempo nell’Assemblea Legislativa delle Marche (oggi si chiama così), una proposta di legge che mira ad allargare i confini del Parco, estendendoli. Credo che non sia questo il necessario, ed il tema. Ma, al contrario, ciò che è urgente è una riforma vera della Legge di vent’anni fa, che con rigore renda  coerenti, tra norma e prassi, le finalità di un’area protetta. Che ad esempio dica basta subito con l’attività estrattiva in questo territorio, altrimenti nel 2050 non ci saranno più alcune montagne; che investa risorse vere e controllate per la prevenzione e la salvaguardia del territorio; che sottragga la governance del parco alla schermaglia della politica locale; che pretenda dalla Quadrilatero, alla fine dei lavori del raddoppio della statale 76, opere di riforestazione e rimboschimento coerenti con il patrimonio vegetativo del territorio (anziché aree semidesertiche come sulla ss 77); che l’attività venatoria venga bandita definitivamente dal territorio del parco senza più zone franche; che l’azione di contenimento della proliferazione dei cinghiali venga sottratta ai cacciatori e ai fucili,  e si sperimentino sistemi farmacologici come avviene in gran parte d’Europa; che chi in decenni ha tratto profitto smisurato dall’attività estrattiva, riversi parte degli utili in opere di salvaguardia, compensazione e ripristino del territorio violato; che i Comuni interessati dal parco facciano una nuova politica abitativa tesa esclusivamente al recupero del patrimonio immobiliare privato, con incentivi fiscali e tributari, con servizi reali alle persone e alle famiglie che vivono sul territorio, e che da anni continuano a sentirsi cittadini di serie B; che si favoriscano la creazione di piccole imprese giovanili e non, nel settore turistico, agroalimentare, sportivo. Ma per far tutto questo, serve per prima una diversa classe dirigente politica, quella attuale non ce la può fare; non nuova tanto anagraficamente, ma con una diversa cultura amministrativa, e neanche necessariamente autoctona, ma che veda impegnati anche quelli che in questo territorio, pur non essendoci nati, hanno scelto di viverci. Capace di tenere testa alle tante tirate di giacca, rigorosa, forte proprio di un’autonomia che deriva dal non essersi logorata nel territorio e in baruffe sedimentate in anni addietro. Serve una ripartenza insomma, per non logorare del tutto, senza rimedio, una buona scelta che, pur con tutte le contraddizioni ed i limiti, si fece vent’anni fa. E che andrebbe rifatta. 

GLI ARTEFICI DEL DISASTRO

L’incipit di questa storia, potrebbe essere “Cedi la strada agli alberi”, titolo del libro di Franco Arminio. Michele, fabrianese acquisito, che come dice un noto talk televisivo “si guadagna da vivere come”  gestore dell’accoglienza in un bellissimo monastero del territorio, me l’aveva detto: “vacci a vedere di giorno che scempio al paesaggio stanno facendo da quelle parti”. Ci passo di giorno, sulla strada delle Serre, e vedo l’avvio della perimetrazione delle aree di cantiere, con le ruspe già in azione, ed immagino quello che questo comporterà per il paesaggio. E’ il cantiere della pedemontana Fabriano-Muccia del progetto Quadrilatero, quello partorito oltre 10 anni fa, che prevedeva di realizzare il raddoppio delle ss 77 e 76, e di modernizzando i collegamenti tra Marche e Tirreno. La storia di questa vicenda è molto complessa, ma la racconta bene in ogni suo aspetto Loredana Lipperini, nel libro “Quel trenino a molla che si chiama il cuore”. Dietro quel progetto, c’era l’idea della politica e di una classe dirigente, trasversale per appartenenze culturali e per livelli di governo, che la risposta più efficace ad un sistema economico che stava crollando, potesse essere che “il fare strade moderne”, urbanizzando ed edificando le aree contigue, avrebbe rimesso in moto le imprese e le lobby degli appalti, rilanciando un modello economico in crisi. “Dopo che saranno fatte le strade – mi disse uno anni fa - si arriverà dall’Umbria all’Adriatico un quarto d’ora prima.” “E poi – gli risposi – quando sei arrivato quindici minuti prima – che t’è cambiato?” Devastato già il paesaggio della Val di Chienti e dell’Alta Valle dell’Esino, per arrivare da qualche parte un quarto d’ora prima, adesso toccherà al bellissimo paesaggio collinare e pedemontano che da Fabriano si protende fino alle pendici dei Sibillini a Muccia: le colline del Verdicchio di Matelica e di altre tipicità su cui, mentre le ruspe cancellano suolo agricolo, si continua a scommettere un nuovo futuro per l’economia territoriale e turistica. Quarantadue km, 5 ponti e viadotti, una galleria da 900 m (un metro costruito in galleria fa guadagnare tre volte rispetto ad un metro a giorno). Non si è poi portati a pensare, che una strada così produrrà un danno indotto ad una microeconomia ed imprenditorialità che sono radicate nei borghi e nelle cittadine che stanno tra Fabriano e Muccia. Già molti dei piccoli produttori che vendevano patate rosse ed altri prodotti sull’altopiano di Colfiorito, adesso sono costretti a scendere sulle provinciali a valle, perché con la nuova 77, lassù non ci passa più nessuno. Pensiamo ad esempio ai bar, piccoli esercizi commerciali, e tante piccole attività artigianali che guadagnavano dall’automobilista che passava dentro i borghi tra Fabriano e Muccia; a strada nuova il loro fatturato si vedrà significativamente ridotto. Al posto del prodotto tipico acquistabile fermandosi lungo la provinciale, nella stazione di servizio che verrà realizzata lungo la superstrada si troveranno poi la maxiconfezione di barrette Kinder e l’orsacchiotto di peluche fatto dai bambini asiatici schiavizzati. Per non parlare dei danni irreversibili al paesaggio e all’agricoltura, con il consumo di suolo per realizzare strada e infrastrutture necessarie annesse.  Ma i vignaioli del territorio lo sanno? Perché non si mobilitano come stanno facendo in questi giorni gli olivicoltori salentini contro il passaggio di un gasdotto? O qui interessa solo che il furgoncino impieghi una manciata di minuti in meno per un trasporto? Ad un territorio già interessato da anni da un consistente fenomeno di spopolamento, e ora interessato da una vera e propria “strategia dell’abbandono” post terremoto, la nuova strada darà il colpo di grazia. Mi colpisce, ma fino ad un certo punto poi, che tutto questo avvenga senza che chi ha una qualsivoglia responsabilità politica od istituzionale, non dico si incateni lungo il cantiere (non sono più i tempi, e poi in molti sono corresponsabili dei fatti), ma almeno si faccia attraversare dal beneficio del dubbio. E invece no, tutti a suonar le trombe del “W la nuova strada!”. L’unico soggetto politico, il solo che rende dignità alla parola “politica” nel comprensorio fabrianese, e che si è espresso contro la Quadrilatero e questi progetti, è il Laboratorio Sociale Fabbri; ma si sa, quelli sono pericolosi estremisti… Questa strada non servirà a niente, non porterà nessun progresso e crescita, consumerà in maniera irrimediabile suolo e paesaggio a forte vocazione agricola di qualità, non ha nulla di strategico. E’ sicuramente più strategico, per la valorizzazione del territorio e per una nuova idea di essere comunità, il progetto di Paolo Piacentini, fabrianese acquisito anche lui: l’”Università del Camminare”. Perché quella non è solo un’idea per il tempo libero o hobbystica, o sentimentale (chi la pensa così sbaglia, una passeggiata non purifica il cervello…), ma è una proposta di come possa ridestarsi uno spirito civico che nel tempo è stato centrifugato e aspirato dal mito industriale, e di come sia indispensabile prendersi cura del suolo e del territorio. E questo ce lo ricorda non un ambientalista estremista, ma un urbanista del Politecnico di Milano, Paolo Pileri, nel libro “Che cosa c’è sotto”, in cui invita a diventare “partigiani della pelle del mondo”. Capita spesso di trovare sui social un leit motiv, che è quello di additare chiunque si contrapponga al perpetuarsi di modello economico novecentesco (travolto peraltro dalla crisi), come i promotori di una cosiddetta “decrescita infelice”; scimmiottando in maniera assai molto ignorante, una teoria e una prassi dell’economista francese Serge Latouche: la “decrescita felice”. Pensando malevolmente che si voglia perseguire una sorta di cialtronesco ritorno al “poveri ma belli”. Mentre il tema vero, in generale e di questo territorio,  in cui tra disoccupazione ed inoccupazione, si registrano cifre vicine ai quattro zeri, e che pone non ultimo Papa Francesco, è quello della sobrietà. Ma quest’ultimo è un valore e uno stile di vita che, come li avrebbe classificati il grande poeta colombiano Álvaro Mutis, “gli artefici del disastro” di questo territorio, non sanno ancora cosa possa significare, avvezzi ancora a praticare l’arroganza dei ricchi. 

venerdì 10 marzo 2017

YES WE CAN

Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna. Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti. Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti.