mercoledì 14 febbraio 2018

C'ERA(NO) UNA VOLTA LE MARCHE

La mia sintesi è che vivi in una terra di merda”. Così mi scrive in chat un caro amico, a poche ore dalla tentata strage fascista di Macerata, e a pochi giorni dal barbaro omicidio di Pamela. Scambiandoci, entrambi frastornati, un po’ di sensazioni ed opinioni in rete. Premetto che il mio amico, che vive a diverse centinaia di chilometri di distanza dalle Marche, è una persona che ha un profondo interesse e passione per questi territori, e per i quali si spende generosamente. Io in quelle ore invece, non riuscivo invece a trovare un’espressione che, in poche parole, condensasse chiaramente cosa sono diventate le Marche oggi. Neanche una frase colorita, ma il rigirare in testa da tempo, ancor prima dei fatti di Macerata, di un ragionamento articolato ed in evoluzione. Neanche uno slogan da lanciare a caldo; vero è che per le Marche ce ne sarebbero già sono fin troppi, ma sono anche quelli che portano fuori binario, creando una narrazione fasulla. Sono quelli che la Regione Marche da anni usa per la promozione del territorio, tipo “ViviAmo le Marche”, “l’Italia in una Regione”, “Viaggio nella Bellezza”, ed altri ancora. La situazione drammatica e dolorosa contingente, non mi consentiva di rilanciare neanche “Risorgimarche”, titolo dell’adattamento casereccio del Festival delle Dolomiti. Lassù ideato da uno dei più grandi violoncellisti viventi, Mario Brunello, con i prati e pascoli raggiunti dopo ore di cammino notturno, e concerti in acustico all’alba tra capre e stambecchi, con il pubblico raccolto in piccoli gruppi. E nelle Marche, rivisto e riproposto dall’attore fermano Neri Marcorè, come risposta sensoriale ed emozionale al dramma del terremoto che ha sconvolto l’Appennino; concerti più o meno unplugged di cantanti italiani, con partecipazione massiva di pubblico, a cui si è fatto parcheggiare sui prati migliaia di macchine. Ma ciò era dovuto, e giustificato, dai limiti della “prima volta”. Ora, con lo Stato di Emergenza ancora in corso dopo 18 mesi, e con buone probabilità di ulteriore proroga, preso atto che le Marche non sono ancora risorte, si sta preparando già la seconda edizione del Festival; sperando che la prossima estate, con una energica ripassata di Fender Stratocaster, usate a mo’ di defibrillatore cardiaco, l’Appennino marchigiano si rianimi davvero. Per rendere l’idea delle Marche contemporanee, non va bene neanche la sintesi di regione delle “comunità rancorose”, espressione del sociologo Aldo Bonomi, oramai marchigiano d’adozione. Perché, i marchigiani sono per natura miti, generosi, e a loro modo, seppur un po’ trattenuti e diffidenti, comunque accoglienti. Rancorosi non si nasce, quindi, ma si diventa semmai, per sollecitazioni esterne, e non per natura interiore. Penso semplicemente, ma non da questi giorni, di vivere in una terra drammaticamente smarrita, in cui negli ultimi anni sono venuti meno punti di riferimento e certezze secolari. E che ora non ha gli strumenti, e il fisico (come direbbe qualcuno), per ricominciare da capo, e da sola, dandosi nuove coordinate. E la paura e l’incertezza, nel costruire una visione condivisa ed un futuro diverso, hanno preso, anche tragicamente in molti episodi, il sopravvento. Questa nuova instabilità etica, sociale ed economica, individuale e comunitaria, d’istinto porta tra le braccia di chi, per sua autenticità identitaria ed ideologica, soffia sul fuoco parole d’ordine estreme, ma rassicuranti e protettive al tempo stesso. Risposte semplici per problemi complessi; menzogne elettorali, che però piace sentirsi raccontare. Facendo intravedere di nuovo, anche se sotto stavolta inquietanti vesti, quello ai marchigiani, molto più che agli italiani in genere, manca di più da qualche anno: un padrone. Ma non da intendersi in senso autoritario e repressivo; ma paternalistico, dalla voce rassicurante e dalla mano carezzevole. Buono, in sostanza, con chi gli si affida. Clemente, con quelli che non lo amano. Saranno probabilmente queste caratteristiche della figura padronale, che avranno indotto un profondo analista delle Marche come Aldo Bonomi, a definirci una terra temperata dal “capitalismo dolce dei distretti”.  Perché in fondo, le Marche, un padrone ce l’hanno sempre avuto. Prima il Papa, poi il Re e Lui, e nel corso del Novecento un padrone più tradizionale, regionale, quello della fabbrica o il proprietario fondiario, a seconda delle situazioni. Un padrone al plurale, espressione della aricolazione dei cosiddetti distretti economici. Che era, a seconda dei territori, direttamente o indirettamente, anche padrone culturale, politico, e talvolta, istituzionale. Che faceva e disfaceva, assicurando di farlo per il bene comune. Ma in verità, si può oggi constatare, guardandosi intorno, che è stato sempre prevalente l’operare per il proprio esclusivo profitto: nell’economia, nelle banche, nei rapporti imprenditoriali, nella politica. Sapendo far svolgere sempre il proprio ruolo a tutti. C’era il partito del padrone, che riusciva a contenere e far convivere, sotto il grande mantello bianco, l’impegno sociale del cattolico democratico e il rigurgito del fascista, sedando per decenni le pulsioni di quest’ultimo. E anche per l’opposizione politica, rossa e laica, c’era un pezzetto di potere che veniva dispensato sotto un tavolo abbondantemente apparecchiato, a seconda delle convenienze. Nelle Marche miti e prudenti, persino i brigatisti rossi, sono stati “da salotto”. E tutto questo sistema, per molti decenni, nella regione ha funzionato, e garantito, come si dice ora, la coesione sociale. E ha riempito pance e saccocce. C’era lavoro per tutti; anzi, negli anni, tante migliaia di persone sono arrivate nelle Marche, perché a tutta quell’offerta di occupazione, i marchigiani da soli non bastavano. E il lavoro c’era per tutto il nucleo familiare, marito e moglie, e il posto passava da padre in figlio. E tutti, stavano bene, c’era benessere diffuso. E il marchigiano sobrio, prudente, riservato e pudico, avvezzo a non allargarsi mai più di tanto, era contento. E i problemi, alcuni fenomeni di devianza e marginalità, che sempre ci sono stati, venivano messi discretamente sotto il tappeto. L’importante era che non se ne parlasse troppo. Che il vicino di casa sapesse, era normale, ma per pudore di caseggiato, non si andava oltre il bisbiglio. Basti pensare nelle Marche, negli anni ’70 e ’80, a che cosa fosse il fenomeno delle tossicodipendenze. Con l’eroina che a Jesi, tanto per fare un esempio vissuto da ragazzino, veniva spacciata a giorno in Piazza della Repubblica davanti il Teatro Pergolesi. E di notte nelle discoteche, sempre con discrezione e pudicizia, il figlio del libero professionista e dell’imprenditore, strisciava nel bagno le centomila lire di cocaina per il capriccio del sabato sera. Perché, farsi una pera, per i figli della ricca borghesia marchigiana, era considerato sconveniente; quello era un rito riservato ai giovani dei ceti medio bassi. Sempre negli anni ’70 e ’80, non un mese fa. E all’epoca, gli spacciatori erano tutti bianchi, local. E anche allora c’era il problema della sicurezza urbana; ma al posto della videosorveglianza, per i tanti che dalla fanciullezza erano abituati a stare fuori di casa, c’era la voce della mamma, o di una coesa rete sociale parentale, che  ammoniva “basta che non vai a giardini, che lì ci sono i drogati”, oppure “non prendere niente da nessuno quando esci da scuola”  Ma, con il conto corrente in ordine, i risparmi investiti nei fondi consigliati dal persuasivo funzionario di banca, e con la seconda casa al mare o in collina, al marchigiano metalmezzadro (status che per definizione è indice di subalternità e sottomissione), poco gli importava di quello che intanto combinava il padrone.  Sia in fabbrica e sul territorio, sia in qualche saletta riservata di un buon ristorante di pesce della costa. Perché, in fondo, si stava bene. Le Marche erano un’isola felice, tanto ancora da permettersi, nei piccoli centri, il lusso di lasciare le chiavi sulla porta. Poi, ad un certo punto, con l’implosione dei grandi partiti tradizionali, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, ma anche complice il processo di secolarizzazione religiosa, il sistema perfetto ha cominciato a scricchiolare. Si sono aperte delle crepe, provocando un primo indebolimento culturale, ideale ed etico. Crepe sulle quali, dall’esterno, o meglio dai monitor televisivi, era cominciato il lungo ma efficace bombardamento della “cultura del Drive-In”. Ma, comunque, ancora c’era il padrone che intanto reggeva; il benessere materiale diffuso non era stato aggredito. Poi però è arrivata, d’improvviso, la crisi. E dalla Grande Mela alla Valle dell’Ete, si è propagato lo tsunami.  Il padrone, nelle sue molteplici ramificazioni, è saltato, ed è saltata pure la banca dei marchigiani, e sono cominciati i guai. Quelli veri, quelli che d’improvviso ti ritrovi in mezzo alla strada senza lavoro. Non solo c’è solo da imparare a tirare la cinghia, ma si comincia a consumare i risparmi propri, e quelli dei genitori. I fiumi di denaro pubblico di ammortizzatori sociali, per un decennio hanno sedato ed anestetizzato, per migliaia di persone e famiglie, il dolore e l’angoscia per il proprio futuro. Ma ora l’effetto dopante sta esaurendosi. Il marchigiano è passato da una vita per certi aspetti chiara in ogni suo passaggio, dalla “culla alla tomba” per usare un termine del welfare nordico. Dove si poteva avere la certezza anche che, in qualche modo, il padrone si sarebbe fatto carico delle sue improvvise difficoltà e umane debolezze. Per approdare ad un nuovo, imprevedibile ed indesiderato, status. In cui adesso ci si guarda intorno smarriti, convinti che non è possibile che anche stavolta il padrone non si farà carico di noi. Noi che, a partire dal voto, gli abbiamo dato tutto. Ma stavolta, invece “i nostri” non arriveranno più per davvero. Ed è in questo nuovo e non preventivato contesto, che salta il cosiddetto tappo. O meglio, salta l’idea e il valore di comunità, di un tratto identitario. Si è pronti per il tutti contro tutti, in un desolante far-west territoriale. Si perde l’innocenza e si scopre la violenza. Quella privata, domestica, e quella politica ed ideologica, xenofoba, razzista, e fascista. Però il marchigiano, per sua natura, anche in queste barbare dinamiche, continua a mettere la polvere sotto il tappeto. Sempre pubbliche virtù, ma vizi privati.  Quindi, ad esempio, non l’altra settimana, ma dodici anni fa, quando proprio a Macerata il direttore bianco del teatro, riempì di botte la moglie, e la buttò in un cassonetto della spazzatura mezza morta, fu considerato già allora normale, che l'allora Sindaco della città, fosse andato a trovare in galera il marito carnefice, piuttosto che la moglie vittima, in coma farmacologico all’ospedale. Così come adesso, di nuovo a Macerata, una comunità non più communĭtas, ma aggregato di persone impaurite e spaesate, senza più punti di riferimento, si trova malcelatamente, istintivamente e pudicamente, a giustificare perfino il terrorista fascista, anziché a schierarsi spontaneamente dalla parte delle vittime, e sentirsi per prima vittima anch’essa come intera città. Ma questo era già accaduto quasi due anni fa a Fermo, quando un fascista locale ha assassinato un ragazzo nigeriano che passeggiava con la moglie, in pieno centro. In fondo, il fascista fermano, rispetto al nero migrante ammazzato, viene dai più considerato "un figlio nostro". Ipnotizzati, gran parte, dall’idea che se nelle Marche ce la passiamo male, la colpa è dei migranti. E a questa paura, istintiva e razionalmente ingiustificata da ogni dato sociale oggettivo e statistico, il senso di communĭtas non glielo si può restituire importandolo da fuori. Bisogna rigenerarlo dall’interno, lentamente e faticosamente, sedendosi accanto agli impauriti, e ricominciando da capo. La paura ha sempre bisogno di essere identificata, impersonata; e spesso non è mai la fisionomia del più forte e cattivo, ma il più debole. Levarsi dalle scatole un po’ di migranti, è più semplice e consente di evitare di guardarsi dentro, a ciò che si è, piano piano, diventati. Oggi la regione, è un insieme di tante “non comunità” in cui, anche a seguito di una sciagura come un terremoto, dopo i primi tempi, nel prolungarsi di un’emergenza senza alcun barlume di ricostruzione, le persone sono approdate ad uno stato di cattività ancestrale, ed i terremotati si sono ritrovati spesso l’uno contro l’altro, per l’ottenimento di un diritto, che è semplicemente quello di riabitare in fretta il proprio luogo d’origine. Ora le Marche, più di altre regioni, sono in uno stato di allarme conclamato, codice rosso per usare un’espressione sanitaria. I dati economici e sociali, quelli veri e non quelli dei comunicati stampa istituzionali, descrivono una regione che per dinamiche sociali ed occupazionali, sta ben al di sotto di territori del Mezzogiorno. Con numeri da defibrillatore. Se si è arrivati fin qui, è anche, e per certi aspetti soprattutto, perché negli anni la politica e le Istituzioni, e le classi dirigenti in genere, hanno sottovalutato in molti casi; valutato in altri con estrema superficialità alcuni segnali. Ma giustificato sempre, nella ricerca di un consenso a tutti costi, alcuni fenomeni. Un metodo di analisi e sintesi, espressione di un collettivo “tanto sò regazzi”. E, cosa più grave, ha continuato a narrare ufficialmente una regione che non c’è più da tempo, e non avendo in testa, neanche in bozza, quella che dovrebbe essere. Evitando, aggirando, mettendo, la politica anch’essa, da buona marchigiana, la polvere sotto il tappeto. Convinti, che quel modello economico e sociale, quello dei distretti per capirci, che è imploso con la crisi, si potesse nuovamente, dandogli una rabberciata alla meglio, replicare in un futuro infinito. Pensando, e operando di conseguenza, ad esempio, che il rilancio di un sistema economico ed occupazionale, possa passare, come negli anni ’60 del secolo scorso, con la costruzione di nuove strade ed infrastrutture a prescindere del costo paesaggistico. O che l’occupazione di migliaia di persone estromesse dal mercato del lavoro, possa riconvertirsi massivamente nel settore turistico. Accantonando, ancora una volta, retaggio questo della subcultura metalmezzadrile, l’idea della valorizzazione e dell’investimento nelle vere ed uniche radici che le Marche hanno, ovvero quelle agricole ed agroalimentari. Spendendo fiumi di denaro pubblico in inefficaci azioni di marketing fine a se stesse, confondendo l’evento con l’espressione dell’arte, e la cultura con il turismo. E facendo confluire un piccolo rivolo di quel denaro, in un’operazione istituzionale e culturale sconcertante: quello di darsi una nuova identità, per legge. Pochi sanno infatti, o ricordano, o preferiscono non ricordare, che nel 2005 il Consiglio Regionale delle Marche, su proposta della Giunta, il cui Presidente, che in precedenza era un dipendente-manager dell’industriale più importante della Regione, ha approvato una legge che istituisce la Giornata delle Marche, il 10 dicembre, festa della Madonna di Loreto; “quale solenne ricorrenza per riflettere e sottolineare la storia, la cultura, le tradizioni e le testimonianze della comunità marchigiana e rafforzarne la conoscenza e l’appartenenza”  Quindi, eventi, premi (il Marchigiano dell’Anno), la ricerca dei marchigiani nei secoli emigrati all’estero. Ma ciò non bastava. Infatti, qualche anno dopo, la Regione ha commissionato l’Inno delle Marche. Prima la partitura musicale, composta dal pianista ascolano Giovanni Allevi (riferendosi a lui, Riccardo Muti dirà “Io ho molto rispetto per le canzonette, per il pop. Ma è appunto un altro mestiere”). E poi, non paga del brano strumentale, ha promosso un concorso di idee pubblico per la scrittura del testo dell’Inno. Giuria presieduta da Mogol. Viene scelto il testo del paroliere marchigiano di Montemarciano, Giacomo Greganti, Presidente della locale Banda Municipale. Riporto il testo, che va letto:

Nel cuore avrò i monti azzurri,
Il mare e poi le verdi terre...
Regione mia, luogo d'arte e poesia,
se io domani dovessi andar via,
vivrei soltanto per ritornare..
Perché ogni giorno io penso a te
Ovunque vai, ritroverai
gente serena e libertà
Piccoli borghi e operose città
L'anima immensa del grande poeta
che ha illuminato la nostra vita
sempre vivrà per l'eternità
se ritorni
se ritorni
tu ritrovi il sorriso
la regione delle Marche:
il Paradiso
se rimani
se rimani
da domani vivrai
tutto un mondo di felicità
Ovunque andrai respirerai
un grande senso di dignità
I paesaggi del gran Raffaello
Puoi rivedere passando di qua
Sono le Marche la terra mia
Luogo di pace e di umanità


Un testo del 2013, non di un’altra epoca. In cui è evidente quale sia l’idea e l’immagine si vuole narrare delle Marche, e che soprattutto si vuole perseguire; per la quale si intende chiamare a raccolta un milione e mezzo di cittadini. Che, da diversi anni, oramai stanno sperimentando sulla propria quotidianità, quanto la propria terra, oramai sia quasi uno sbiadito ricordo di anni felici. Quell’Inno, frutto di una stagione politica, nel cambio di classe dirigente alle elezioni successive, non è stato soppiantato, così come la Giornata delle Marche, ma è rimasto un appuntamento del calendario regionale. Segno, che non ci sono stati grandi cambiamenti. Nonostante l’iniezione di una politica proveniente dalla riproduzione “nostrana” del riformismo emiliano. Una politica che ancora non riesce a fare i conti con la complessità, ad interpretare i mutamenti e a proporre una visione differente, radicalmente diversa. E che quindi, come il cittadino di provincia che è abituato a mettere la polvere sotto il tappeto, decide consapevolmente di proseguire a raccontare una fiction. Una politica che, quando il livello della gestione di un conflitto non è più la chiusura al traffico di un centro storico, ma la paura sociale che ti mette a soqquadro tutta una comunità, sbanda e annaspa, rischiando il k.o. definitivo. C’è l’urgenza,al contrario, di una classe dirigente che abbia l’umiltà e l’intelligenza di invertire drasticamente la rotta. Capace di tornare dagli spot alla realtà. Coinvolgendo i cittadini con processi partecipati e democratici. Le Marche, tanto più dopo i devastanti terremoti del 2016, e l’accadere dei recenti episodi violenti e tragici, espressioni di un profondo disagio sociale e di devianza criminale, ma anche di un radicato estremismo politico dalle tinte nere, non possono più permettersi il lusso di sentirsi ancora raccontare dalla regia, ciò che non sono più da tempo. Solamente Sergio Leone aveva il talento e il genio, come nella scena finale di “C’era una volta in America”, di far credere agli spettatori che la vita che per settant’anni aveva vissuto il protagonista Noodles-Robert De Niro, non fosse il frutto della realtà, ma un grande flashback generato dai fumi dell’oppio. 

martedì 30 gennaio 2018

GENTILE CANDIDATA, GENTILE CANDIDATO, ...

Gentile candidata, gentile candidato,

invertendo una prassi consolidata, stavolta la tradizionale lettera elettorale gliela la scrivo prima io. Le anticipo, volendola da subito rassicurare, che non troverà a seguire lamentele e proteste, o la solita “lista della spesa”. E ce ne sarebbero, sapesse, di cose da scrivere.

Ma non è il mio modo di vedere le cose, né tantomeno il mio stile. Ho molta storia alle spalle e, come può immaginare, in diversi millenni, ne ho viste di tutti i colori. Grazie a me, senza voler essere ingeneroso con altri, si è davvero fatta l’Italia.

Immagino che nel prossimo mese potrebbe venire da queste parti; e ciò rappresenterebbe un fatto indubbiamente positivo. Avrà modo di rendersi conto direttamente, se finora non ne ha avuto occasione, di quale davvero sia la realtà.

Negli anni, sono stato ripetutamente al centro dell’attenzione della politica; soprattutto quella parlata e dei convegni. Ma anche di interessi particolari, dei quali la politica spesso si è fatta interprete e complice. Pensava di guidare i processi, di controllare, ma poi ha sempre lasciato fare. Ho pagato un prezzo alto in tante scelte fatte, che meglio definirei subite; riportando ferite che non sono rimarginabili. Sono state tutte, se non generate direttamente, quantomeno legittimate dalla politica. Che pretendeva di conoscere i problemi, di avere le soluzioni migliori per il mio futuro, di decidere cosa fosse giusto fare. E questo atteggiamento sbagliato, persevera ancora oggi e, almeno in questo, mi permetta di suggerirle un netto cambio di passo.

Non sarebbe onesto da parte mia, non riconoscere che talvolta le iniziative prese, fossero anche animate da buone intenzioni. Ma il limite, alla fine, che ne ha sempre decretato la parzialità della riuscita, se non il fallimento, era quello di essere state pensate in stanze troppo lontane da qui, con la conseguenza di una grande superficialità delle scelte individuate. Altre invece, erano espressamente la risposta a bisogni e diritti che non erano i miei, anzi contrastavano fortemente con la mia natura ed identità. Si dichiarava di fare un favore a me, ma in realtà si facevano favori ad altri. E il prezzo di questo, di volta in volta, lo pagavo io.

Adesso, come avrà modo di vedere, sto abbastanza malmesso. La mia situazione, per usare un’espressione cara alla politica, potrebbe definirsi di estrema precarietà. Ciclicamente, c’è stato sempre chi per me, a suo dire, aveva sempre la soluzione efficace, risolutiva. Ma io, ogni volta, vedevo solo il prefigurarsi di un aggravamento della mia condizione.

E ciò perché, nel passato come oggi, venivo sempre estromesso da qualsiasi processo partecipativo e decisionale.

Anche in questi tempi recenti, parlate di me, parlate per me, ma non sapete niente di me.

Penso che, se vogliamo provare per una volta ad essere onesti l’uno con l’altro, dobbiamo avere il coraggio di tirare una riga. Punto e a capo. E ripartire.

Guardando dal basso e non più dall’alto. Da qui, e non da altrove. Dall’io al noi. Se si chinerà un poco, è scomodo e faticoso lo so, e guarderà da terra, vedrà che molte azioni che i politici hanno sempre pensato essere giuste, in realtà non servivano; anzi sono state dannose. O meglio, servivano ad altri, ma non a me.

Lo so, nella campagna elettorale si va di fretta, si corre da un appuntamento all’altro. Toccata e fuga. Qualche stretta di mano, la foto di rito, e via.

Le chiederei invece, di spendere un po’ più del suo tempo se passerà da queste parti; potrebbe arrivare anche ad orari insoliti, rispetto alla ritualità degli incontri elettorali. E quando sarà qui, osservi; anzi, impari a guardare. Lo faccia da fermo o camminando a piedi; dal vetro della macchina molte cose fondamentali le sfuggirebbero. Ascolti. Le anticipo che potrebbe trovarsi di fronte a molte situazioni dolorose, si prepari.

Non faccia promesse, però. Nel tempo, qui si sono promessi già tutto. Non prenda impegni particolari, perché non è detto che lei poi, a prescindere dalla sua volontà, riesca a mantenerli. Come sa meglio di me, poi le questioni, in altre sedi, quando è il momento, non dipendono solo da lei. Ci sono anche gli altri. E, tra questi, anche quelli che intenderanno usare, per i loro interessi, la sua buona volontà.

A me basterebbe una sola cosa, su cui potremmo stringere un patto. Che lei tenga fede, sempre, nella sua auspicabile futura attività di eletto, a due articoli della Costituzione Italiana. L’articolo 3 e l’articolo 9. Se sarà capace di declinare ogni sua azione, proposta, secondo quello che c’è scritto lì, vedrà che ne trarrò vantaggio anche io.

Soprattutto se quegli articoli, rappresenteranno per lei, in ogni momento, il limite sotto il quale, non ci potrà essere nessuna mediazione o compromesso. Se così sarà, sono fiducioso che stavolta potrebbe davvero aprirsi davvero una nuova stagione.

La aspetto nelle prossime settimane. Io resto fermo al mio posto. Potrebbe capitare, come è già capitato molte volte, che io debba muovermi all’improvviso. Ma è per pochissimo tempo. Poi mi riposiziono di nuovo.

Per cui, alla fine se non ci incontreremo, sarà perché le priorità della sua agenda politica, la porteranno ad andare da altre parti e a preferire altri incontri.

In bocca al lupo (io posso dirlo consapevolmente) per la sua campagna elettorale.


Cordialmente, Appennino Italiano.  


lunedì 18 dicembre 2017

I CAPPONI DI NATALE

Natale lo incontro tutte le mattine, quando con l’apetto va a fare la spesa per lui e per la moglie, e a volte stanno insieme dentro l’apetto che scorrazza per la salitella. Ma la spesa la fa anche per i capponi e i tacchini. Si, perché Natale intorno casa tiene polli, capponi e tacchini, allevati a terra. E ne ha grande cura, nonostante l’età avanzata. Quando passa con l’Ape, Natale alza la mano in segno di saluto, ed io ricambio. Oramai è divenuto un codice quotidiano. Quando è capitato, con Natale, alla festa della frazione, dopo la Messa e la processione, si sono fatte sempre due chiacchiere. Lui sta arrabbiato su come viene gestito il territorio, e su quale considerazione abbiano le persone che vivono qui. Non so perché, ma gli sto simpatico, forse perché la penso come lui. Lui abita dopo il ponte del fiume, e con l’apetto fa pure le gallerie. Dopotutto, lui non ha altri mezzi, e la strada Clementina, quella fatta dal Papa nel 1700, e che consentirebbe a Natale di guidare un po’ più tranquillo, ancora non la riaprono. Prima bisogna pensare la raddoppio della Quadrilatero, al turismo e poi, se ci scappa, pure a quelli che vivono qui. La casa di Natale sta sotto il monte, dal quale si staglia uno sperone di roccia giurassica, scaglia rossa, che qui chiamano la “sedia del Papa”, in onore Leone XII, il Papa della Genga, nato qui. Lo sperone è il segno distintivo di questa valle, un’architettura geologica che sembra quasi il guardiano di questa parte d’Appennino. Ha un suo grande fascino, e gli abitanti del posto ci sono affezionati. Il 30 ottobre 2016, lo sperone ha resistito alla magnitudo 6.5, che ha finito di tirar giù l’Appennino; chissà in centinaia di migliaia di anni, a quante magnitudo questo gigante avrà resistito. Da tempo, ferrovie e Anas non guardano di buon occhio lo sperone, che si erge sopra strada e ferrovia. La natura è sempre un fastidio per le grandi opere infrastrutturali, un intralcio. Il Comune si preoccupa, ad un certo punto, del fatto che lo sperone possa avere subito danni con i terremoti del 2016, ed essere divenuto un pericolo incombente. Ed ha un idea geniale, nella sua primitiva semplicità: si potrebbe far saltare con l’esplosivo. La cosa viene a conoscenza delle associazioni ambientaliste e per la tutela del paesaggio, che fanno presente una cosa banale: guardate, che nel ventunesimo secolo, ci sono metodi per mettere in sicurezza abitati e strade, che possono essere anche capaci di salvaguardare in maniera conservativa il territorio, ed anche le persone. Ma vuoi mettere una bella esplosione? Dopotutto, qui è una prassi consolidata, con le cave i botti sono settimanali, da decenni. Ultimamente, i cavatori hanno un po’ esagerato con il potenziale pirico: ad una famiglia che abita vicino casa di Natale, il botto di una mina di cava gli ha buttato giù i piatti dalla credenza. Poi c’è il Sindaco. Che come nella trama manzoniana dei Promessi Sposi, che narra dei capponi di Renzo (qui, nel caso, quelli di Natale), interpreta in maniera perfetta il ruolo di Don Abbondio. Un Sindaco, il cui Comune, Genga, nonostante molti danni del terremoto, sta fuori dal cratere sismico. E questo, non perché i legislatori siano stati malvagi e abbietti, con questa povera comunità di millesettecento e rotti abitanti. Tanto che, sollecitato da me ed altri a battersi, contattando i parlamentari del territorio, per far inserire Genga nel cratere, la mattina del 18 novembre 2016, mi manda questo sms alle ore 12.00: “Viste le prescrizioni di Fabriano non so se è meglio ai fini turistici”. Stop. Orbene, Il Sindaco, preoccupato della ipotetica pericolosità dello sperone e, ancor più dell’incolumità delle persone, di quella penale del suo status di amministratore, commissiona uno studio per verificare la stabilità del monolite roccioso. Si badi bene, la 6.5 c’è stata il 30 ottobre 2016, e l’atto di incarico ai tecnici per le verifiche, è datato 28 agosto 2017. La preoccupazione ha i suoi tempi di maturazione da queste parti. E lo studio, settimane dopo, evidenzia che le scosse potrebbero aver reso instabile lo sperone. Partono le riunioni tra Enti sul da farsi; chi è per il grande botto e chi si oppone, come Sovrintendenza e Parco. E allora il Sindaco, intimorito sempre per il suo profilo di responsabilità penale, che fa? L’11 dicembre scorso fa una bella Ordinanza, la n. 109, in cui chiude la strada comunale sotto lo sperone, e sgombera d’imperio Natale, e tutti quelli che abitano lì intorno, richiamando le normative dell’emergenza sul terremoto. Prevedendo che gli sfollati, dopo aver lasciato le proprie case, possano usufruire, se lo ritengono, del contributo di autonoma sistemazione, proprio come i terremotati. Il tutto, dopo aver tenuto incoscientemente Natale ed altri cittadini che abitano lì, oltre quelli che ci sono passati, per oltre un anno in condizioni di presunta pericolosità personale. E i capponi di Natale, quando a questo povero vecchio lo costringeranno ad andar via, che fine faranno? E anche gli altri animali domestici di quella frazione, quando e se ci sarà l’esplosione, verranno evacuati come le persone, o verranno travolti dai detriti? E l’altro ottuagenario malato che non esce di casa, come lo portano via? Dove li confineranno? Gli faranno fare le festività a casa o li buttano fuori prima? Io non so se a Natale e agli altri gliel’hanno ancora detto che li cacciano via, considerato che ad oggi l’ordinanza non è stata ancora pubblicata sull’Albo Pretorio on line del Comune, così come dispone la legge. Alla fine glielo dirò forse prima io a Natale, domani mattina, quando passa con l’apetto, lo fermo e ci parlo. Tutta questa, altri non è che una “piccola storia ignobile”, una delle tante, in cui i veri elementi pericolosi, ben più di uno sperone giurassico, sono gli amministratori locali di una comunità. E che dovrebbero, considerati i loro comportamenti, essere i primi a venir gentilmente sgomberati, per pubblico interesse, dai propri ruoli; in cui quotidianamente, brillano, come le mine, solo per disattendere alla Costituzione della Repubblica Italiana, sulla quale hanno giurato. 

giovedì 14 dicembre 2017

SORRIDETE, GLI SPARI SOPRA SONO PER NOI

Tribù: [tri-bù] s.f. inv. 1 ETNOL Forma di società primitiva costituita da un raggruppamento di famiglie, etnicamente, linguisticamente e culturalmente omogeneo, con ordinamenti propri, gerarchicamente organizzato sotto la guida di un capo. (dal Dizionario della Lingua Italiana Hoepli Ed.)

E già, perché questa sarebbe la concezione della Fondazione Merloni riguardo agli abitanti dell’Appennino terremotato. Infatti, il progetto “Salvare l’Appennino”, si rivolge a 10 tribù: gli allevatori, gli amministratori locali, le comunità scolastiche, gli agricoltori, gli immigrati, gli emigrati di ritorno, i pendolari, i possessori di seconde case, gli operatori di settori di nicchia (turismo, prodotti tipici,…), i  camminatori.
Gli abitanti dell’Appennino intesi non come cittadini della Repubblica, così come li definisce la Costituzione e facenti parte di una Nazione (parola che, guarda caso, nella Prima Parte della Carta, trova utilizzo solo nell’art. 9, quello in cui si parla di cultura, paesaggio e patrimonio storico), ma considerati dei gruppi umani, scarsamente avvezzi alle conoscenze e alle regole di una comunità statale, organizzata e civilizzata.
Il territorio appenninico, di conseguenza, inteso non come spina dorsale (per primo geomorfologica) di un sistema Paese, ma come una sorta di prateria, abitata, senza alcun ordine e logica, da nativi primordiali. Da conquistare e colonizzare.
L’Appennino al contrario, viene riconosciuto dalla storia come luogo fondamentale per lo sviluppo antropico, culturale, sociale e civile dell’intera Italia; e questo già dall’età del bronzo. I cosiddetti Popoli Appenninici: Umbri, Piceni, Sabini, Osci, Sanniti, Etruschi Latini.
Nel definire e classificare, nel XXI° Secolo, tribù gli abitanti dell’Appennino, secondo una suddivisione che non è più neanche etnica e storica, ma in qualche modo socioeconomica, più che offendere le persone, si rischia di essere ridicoli.
Anche se l’espressione linguistica, volesse essere stata intesa ad uso di un nuovo accattivante brand, o strategia di marketing.
Sorprende che, tra tutte le tribù, manchi proprio la più importante: quella della conoscenza e del sapere. Eppure, sull’Appennino, dal 1336 c’è l’Università di Camerino; esempio di tenace dell’“etica della restanza”, ancor di più dopo il terremoto. E che, con i suoi circa 63 ml di euro di bilancio, è l’impresa locale più importante dell’Appennino.
Di conseguenza, anche l’Appennino ferito dal sisma, diviene per una determinata filiera economica, un territorio di espansione e un nuovo mercato; un’area geografica dove sperimentare nuove ambizioni per attività di impresa.
La buona idea di partenza c’è, ed è quella di predeterminare per un futuro assetto geopolitico, una specifica Macroregione Appenninica, che superi i confini regionali.
Ma questa, è un’idea che non può essere codificabile esclusivamente ai fini economici; tanto che già mesi fa, uguale idea è già stata sviluppata dalla rete Terreinmoto Marche, che rappresenta cittadini e realtà associative di base, dalla connotazione sociale e civica, e che pensa al futuro dell’Appennino mettendo al centro le persone che lo abitano.
La prima proposta rappresenta una sorta di preambolo del passato: la realizzazione di una nuova strada che colleghi la statale 77, da Tolentino, alla Salaria fino al Lazio. Mettendo in cantiere un ulteriore e impattante consumo di suolo, in un territorio in cui da spolpare a livello paesaggistico ed ambientale, c’è rimasto giusto l’osso.
I progetti si fondano su una concezione subordinata della società: quella di un IO superiore, che conosce, a differenza dell’appartenente alla tribù, e gli spiega come deve vivere, lavorare, intraprendere, relazionarsi.
Mentre, non solo il da farsi dopo il terremoto (dove lo stato delle cose, dopo 16 mesi, è anche la conseguenza dell’abuso del concetto politico ed istituzionale dell’IO), ma ancor prima, esigeva già la messa in campo di una nuova pratica del NOI, con processi di democrazia e partecipazione dal basso, non solo informativi, ma decisionali.
Capaci di rafforzare il valore e l’identità di un territorio, e di rendere ragioni motivazionali concrete, a quanti per scelta sull’Appennino avevano deciso di restare, e a quelli che avevano scelto di radicarvisi.
C’è un progetto in particolare che mette in evidenza molte delle contraddizioni generali: quello delle vacche nutrici, un’idea di allevamento intensivo dei bovini, già pensato anni fa dalla Granarolo, e rigettata dagli allevatori molisani. Al pascolo, allo stato brado e alla transumanza, si sostituiscono mega stalle di produzione; come se si ignorasse il fatto che le grandi centrali agroalimentari, già oggi, pagano ai piccoli e medi allevatori, meno della metà del costo al litro di produzione del latte. Come se non si volesse avere la consapevolezza che il futuro in generale dell’allevamento, rispetto al costo sull’ecosistema planetario, è obbligatoriamente quello di allevamenti non più intesivi. Anziché partire dalle peculiarità agricole e zootecniche di un territorio, uniche perché legate per primo alla conformazione del paesaggio, si persegue il metodo dell’imposizione di altri modelli e scelte, facendo leva su una prossima resa per fame di piccole imprese agricole, stremate negli anni da politiche sbagliate.
Discutibili, anche le proposte sul turismo, in cui l’Appennino viene considerato come un grande villaggio vacanze, in cui gli abitanti non sono elementi essenziali, ma quasi un fastidio; utili semmai come dipendenti di grandi vettori della movimentazione turistica.
In questo, ad esempio, il progetto dell’home sharing per le seconde case (e anche per gli eremi…), rappresenta una conferma. I tanti patrimoni immobiliari, frutto di lasciti e eredità di parenti, hanno un futuro, non come case vacanze da acquisire ed affittare ad anonimi turisti stagionali, ma se gli stessi proprietari che le utilizzano sporadicamente, saranno incentivati a custodirli, metterli in sicurezza, riscoprendo una concretezza del valore della memoria e delle radici; proprietari che, nonostante siano anche loro spesso in parte responsabili di un depauperamento, hanno continuato comunque negli anni a contribuire, in virtù del diritto di proprietà, alla fiscalità locale, con voci significative per i bilanci di tanti piccoli Comuni.
“Salvare l’Appennino” si rivela come la conferma di un modello politico, economico e culturale, che ha esaurito da tempo forza e legittimazione, ma che cerca di riconvertirsi e riposizionarsi.
L’Appennino ha bisogno di altro; e questo passa per nuovi modelli e pratiche che nelle fasi successive al sisma sono già in fasi di sperimentazione; a livello democratico, civico ed economico. La strategia dell’abbandono, che fenomeni quali un terremoto, semplicemente accelera, si combatte con una ricostruzione, che ancor prima che strutturale ed ingegneristica, sia etica e civile.
E le credenziali e la credibilità per essere protagonisti e motore di questo non appartengono a tutti. Ma le possiedono quelle esperienze che nel tempo sono state capaci di essere antagoniste di un determinato modello economico, e di offrire alle persone, ai cittadini, le ragioni di un nuovo sentimento comunitario.  
La salvezza dell’Appennino esige per prima un nuovo vocabolario: cittadini e non clienti, persone e non dipendenti, comunità e non tribù.

Altro, che persegue fini diversi, nel caso dell’Appennino e delle comunità che lo abitano, non prefigura alcuna salvezza, ma semmai un’ulteriore minaccia.

mercoledì 6 dicembre 2017

CARO SINDACO TI SCRIVO

Caro Sindaco, "la mia lettera ti giunge da lontano...", per richiamare Pierangelo Bertoli, il cui concerto fu il primo in assoluto, per me da poco adolescente, a cui ho andai; a Jesi, al Cortile dell'ex Appannaggio. Qualche sera fa, facendomi forza, e solo per adempiere al mio impegno di volontario per l’Istituto Cervi, ho ascoltato su Youtube la discussione fatta dal Consiglio Comunale, riguardo la mozione presentata dal PD; argomento: impegnare la Giunta ad aderire di nuovo all'Istituto Cervi, dopo che lo scorso settembre la stessa aveva deliberato il recesso. Quello che pensavo sulla scelta, ho avuto modo di dirglielo personalmente, nell'incontro avuto i primi di ottobre. Non starò qui ad invitarla ad un ripensamento, verso cui mi pare non sussista da parte sua alcun presupposto. Anche per me, è una vicenda chiusa. Le chiedo però, in futuro, di non raccontare al Consiglio Comunale, ed alla città di conseguenza, fatti che lei non conosce bene; ma anche di raccontare tutto quello che è accaduto, a seguito della scelta della Giunta. Lei durante il Consiglio ha affermato: “(...) l'Amministrazione ha fatto quel lavoro che qui in città è un po' mancato, riportare i valori, alcuni valori in particolare, ai giovani. Credo che è iniziata con questa amministrazione un'attività di informazione nei confronti dei giovani, vi ricordo il 25 aprile, il 2 giugno (...), abbiamo lavorato perché queste ricorrenze avessero un senso vero (…).” Vede Sindaco, prima della sua Amministrazione, ci sono non solo anni recenti, ma decenni in cui le Istituzioni jesine hanno lavorato con impegno, insieme alle associazioni, alle scuole, ai sindacati, ai partiti, su quei valori che lei richiama, ma non specifica, come se avesse timidezza nel farlo. L'adesione del Comune all'Istituto Cervi nel 2005, non è stata una scelta politica imposta dalla Giunta di turno, ma la conseguenza di un lavoro diffuso nella città da anni. Più volte fu Maria Cervi, la figlia di Antenore, a venire Jesi per incontrare le scuole, in un rapporto all'inizio autonomo dal Comune. Fu lei stessa nel 2006 a consegnare la Costituzione ai neo diciottenni al Teatro Moriconi (nel 2005 Jesi fu il primo Comune nelle Marche ad avviare questa iniziativa; non l'ha ideata la sua Amministrazione, pensi...). E Maria Cervi a Jesi non ce l'ha portata l'Assessore protempore, ma il Teatro Pirata, i cui fondatori sono allievi di Otello Sarzi, maestro burattinaio, antifascista e partigiano coetaneo dei Fratelli Cervi, parte integrante di quella famiglia e casa. Lo sa anche che il Comune di Jesi (delibera di giunta n. 205 del 2006), si dotò di un progetto triennale che si chiamava "Noi ricordiamo", sulla memoria democratica? Che poi non fu proseguito per primo dal Sindaco Belcecchi al secondo mandato; ma quel progetto consentì, tra altro, alle scuole di Jesi fare l'esperienza della visita al campo di concentramento di Dachau il 27 gennaio. Io non so se lei sia mai stato in un luogo della Memoria così tragico. So però, che dal luglio 2012, quando la invitai personalmente, appena eletto, non ha ancora trovato qualche ora per venire al Museo Cervi; per verificare di persona quello che è questo luogo della Memoria, e quello che fa in tutta Italia l'Istituto. Quale sarebbe allora il "senso vero" delle ricorrenze promosse dalla sua Amministrazione? Prima di che "senso" si trattava? E poi, Sindaco, perché durante il Consiglio, non ha detto che il 12 ottobre, la Presidente dell'Istituto Cervi le ha scritto una lettera in cui, raccogliendo quelle che a suo dire sono motivazioni di natura economica che l'hanno indotta al recesso, le ha proposto la riduzione del 50% della quota annuale? Perché non ha ritenuto di precisare che, quello che in Aula l'assessore Butini ha definito "un monitoraggio per 4 anni ", è consistito nell'inviare una email a tutti i dirigenti scolastici della città, per chiedere una relazione sui rapporti e attività intercorse tra le scuole e il Cervi? Non mi replichi che non è vero, ho messaggi in tal senso di diversi docenti... Non ritiene che ciò, possa essere considerato un atto di ingerenza nell'autonomia scolastica e didattica della singola scuola? Poi lei, in Consiglio, volendo in chiusura probabilmente rassicurare, ha affermato: «È effettivamente una scelta politica, un impegno forte a trasmettere i valori che trasmette l'Istituto Cervi attraverso altre modalità (...)». Delle due l'una, o scelta di bilancio, o scelta politica. A me pare che lei giustifichi, salvo qualche lapsus freudiano, con il bilancio quella che è una scelta politica, che ha eseguito obtorto collo, su volontà di una parte della sua maggioranza.  Una cosa però: la storia della famiglia Cervi e quei valori non sono appaltabili e gestibili con "altre modalità" (come se fossero dei servizi di manutenzione...); non a caso Alcide Cervi, alla fine dei suoi giorni, consegnò il patrimonio immobiliare e fondiario (la Casa e i Campi Rossi) e valoriale, ad un Ente dotato di Personalità Giuridica di valenza nazionale,  istituito con Decreto del Presidente della Repubblica. E infine, siccome nella discussione del Consiglio Comunale, ha lasciato capire che in qualche modo, in tutto o in parte, il risparmio della quota dell'Istituto Cervi verrà destinato alla organizzazione dell'encomiabile iniziativa dell'incontro a Jesi con la famiglia di Giulio Regeni, faccia una cosa, mi creda: questo particolare, ai genitori di quel ragazzo assassinato dalle oscure trame di un regime totalitario e repressivo, non glielo riveli. Sono certo che ci rimarrebbero male. Comunque, Sindaco, proprio stamattina una scuola di Jesi, ha prenotato per aprile una visita al Museo Cervi per 100 studenti. Li accompagniamo insieme quel giorno?

giovedì 23 novembre 2017

ATTENTI AL LUPO....

"Il lupo perde il pelo ma non il vizio". Mai, come in questo caso, espressione popolare si rivela essere più efficace, per dare il senso di ciò che sta accadendo nel 21° anno di vita del Parco. Il 21 novembre, la III Commissione Consiliare in Regione, ha avviato l'iter sulla proposta di legge, la 167/17, firmata dai Consiglieri Giancarli, Biancani, Giacinti e Micucci (tutti del PD), ad oggetto: "Gestione del Parco Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi". Tre asciutti articoli, in cui si propone di sottrarre la gestione istituzionale ed amministrativa del Parco all'Unione Montana, per demandarla ad un non precisato organismo che deciderà la Giunta Regionale. Per l'anniversario di istituzione del Parco, ci si aspettava ben altro dai legislatori regionali, come ad esempio: la revisione della legge istitutiva del '97, che superasse quei compromessi al ribasso della politica di allora con i cavatori, i cacciatori ed altri soggetti economici ed imprenditoriali, che portarono alla nascita di un'area protetta “zoppa”; un ampliamento dei confini, valutando l'opportunità di una estensione di questi fino alla zona della Riserva del Canfaito; l’attribuzione di risorse in più, che potessero essere finalizzate alla tutela del territorio protetto. E invece, niente di tutto questo. Al contrario, si propone una legge che toglie la gestione del Parco agli Enti Locali e, conseguentemente, anche ad un maggior controllo dei cittadini, ed un diretto contatto con le comunità, per consegnarla nelle mani di un "organismo", emanazione fiduciaria della Giunta Regionale. E ciò, non è un semplicistico artificio amministrativo, ma è un’ulteriore lesione al valore della democrazia elettiva e rappresentativa. Verrebbe spontaneo chiedere ai Consiglieri Regionali ("quattro", sinistro ed eversivo numero, rievocativo del periodo post maoista), come mai solo ora tale iniziativa, anziché negli anni precedenti, in cui alla guida della Municipalità fabrianese e dell'Ente Montano, si sono avvicendati sempre amministratori della stessa cultura politica dei legislatori regionali proponenti. I “bene informati”, quelli del bar dello sport del paesello, luogo delle verità al pari del confessionale, raccontano che verso la fine di settembre, i vertici del PD territoriale e regionale si siano riuniti a Sassoferrato, per capire come far fronte al fatto che, dopo più o meno vent'anni, seppur sotto sigle diverse, alla guida dell'Unione Montana e del Parco, a seguito delle elezioni a Fabriano, per la prima volta, ci fossero da giugno amministratori di una parte politica molto avversa alla loro. Sempre in quel bar, tra un campari e un frizzantino, gli stessi raccontano anche che, a seguito di quella riunione, si siano fatte pressioni sul Sindaco di Sassoferrato, un galantuomo, perché si dimettesse da neo Presidente dell’Unione Montana, facendo decadere tutte le cariche. E, guarda il caso, la proposta di legge dei Consiglieri Regionali del PD, viene depositata agli atti il 10 novembre e, con una celerità inusuale, il 22 è già in commissione. La scaltrezza politica di qualcuno, ha partorito la soluzione: una legge che toglierà del tutto la gestione del Parco al territorio, per ricondurla ad una discrezionalità di scelta politica regionale. La motivazione ufficiale, riportata nella scheda allegata all'articolato legislativo è che, siccome i Comuni di Genga ed Arcevia, pur stando territorialmente all'interno del Parco, non fanno parte dell'Unione Montana, tanto vale allora centralizzarne ad Ancona la gestione. Come se non fosse vero, che è proprio la criticata modalità di gestione del Parco che, negli anni passati, ha indotto il Comune di Genga a non entrare nell'Unione Montana a guida PD. E se fossi il Sindaco di Genga, convocherei ora d’urgenza il Consiglio Comunale, per deliberare l’ingresso nell’Unione Montana. Come se non fosse vero che il Comune di Arcevia, pur essendo un attore importante dell'Area Interna pilota dell'Appennino anconetano/pesarese, non abbia storicamente preferito guardare sempre verso la valle del Misa ed il mare; tanto che è di qualche giorno fa l'annuncio che Arcevia entrerà a far parte non dell'Unione Montana, ma della costituenda Unione dei Comuni della Valle del Misa, Senigallia compresa. In tutto questo, il Sindaco pentastellato di Fabriano, accortosi del trappolone, grida giustamente allo scandalo e organizza la barricata. Ma sbaglia, almeno nel linguaggio, nell’impostare la battaglia. In un post del 17 novembre, scrive: "il PD vuole toglierci il controllo del Parco", lasciando intendere un assalto alla sua parte politica. Con l'operazione congegnata da Giancarli e dagli altri tre, per me, che dei giochini politici mi interessa assai poco (avendone anche visti di migliori), non si toglie il Parco agli amministratori cinquestelle, ma lo si toglie alla vicinanza e relazione con i cittadini e le comunità che nel parco abitano e vivono; sottraendone la gestione basata sulla relazione democratica eletto/elettore, per consegnarla ad una fiduciaria ed esclusiva, priva di connessioni e relazioni con il territorio. In cui il criterio sarà la ricollocazione di una qualche "riserva" della politica regionale o territoriale. Un po' alla stregua della legge sui Parchi Nazionali, che ha recentemente approvato il Parlamento. E se vuole vincere questa battaglia, il Sindaco di Fabriano dovrà saper uscire dai confini della sua storia politica, e saper includere tutte quelle esperienze, risorse e storie, a cui stanno a cuore il rispetto delle pratiche democratiche e partecipative, la tutela dell'ambiente e la valorizzazione del paesaggio. Senza timore che culture diverse, nel fare un tratto di strada assieme, possano contaminare l'originalità della sua parte politica. E se non sarà così, ma al contrario sarà uno scontro tutto politico tra partiti, la battaglia sarà perduta. E si darà il privilegio a quattro Consiglieri Regionali, che negli anni scorsi inveivano, da militanti politici, contro le cosiddette leggi ad personam, di fregiarsi di essere i primi ad aver proposto e fatto approvare, una vera e propria legge contra personam


sabato 11 novembre 2017

SPARA JURIJ SPARA SPERA JURIJ SPERA

Premessa necessaria: non sono un animalista (nonostante il cognome che porto…), tantomeno vegetariano. Penso che l’attività venatoria, la caccia, non abbia alcuna caratteristica per essere ricondotta ad una pratica sportiva (non per niente, alle Olimpiadi, nella disciplina del tiro a volo si spara a dischi di ceramica, e non a uccelli o lepri). Considero la caccia una pratica antistorica, a partire dal momento in cui l’uomo nel Neolitico ha inventato la pastorizia e l’allevamento. Il fatto poi che una persona si svegli la mattina, per andare in mezzo ad un campo o ad un bosco a sparare ad esseri viventi, è un comportamento che afferisce ai misteri della psiche umana. Ricordo di aver conosciuto anni fa, uno che di giorno era un impeccabile impiegato di banca ma, appena smarcato il badge e dismesse giacca e cravatta, si trasformava in bracconiere. Così come, aumenta il mio senso di insicurezza, la consapevolezza che in migliaia di abitazioni civili siano conservate armi da fuoco funzionanti. Ho avuto a che fare con la gestione amministrativa dell’esercizio dell’attività venatoria, durante l’esperienza elettiva fatta in Consiglio Provinciale. E si, perché prima della riforma Del Rio del sistema delle Province italiane, che ha lasciato tutte le Province, ma soppresso la democrazia elettiva e rappresentativa diretta delle stesse, e ridotto diverse funzioni per passarle alle Regioni o ai Comuni, la caccia era una delle attività amministrative più importanti e strategiche di una Provincia. Ed anche, di conseguenza, la delega Assessorile alla Caccia e Pesca, era una delle più ambite dalla politica e dai partiti. Chiara anche la ragione: tramite quell’Assessorato si veniva a contatto con una grande realtà organizzata come quella dei cacciatori e delle associazioni venatorie; e quindi, potenzialmente, un notevole bacino di voti. E, spendendo molte ore di quell’impegno consiliare, ad occuparmi obtorto collo di caccia, ho avuto, qualora ce ne fosse stato bisogno, conferma del perché ancora venga consentita nel XXI secolo l’attività venatoria: è un enorme business, ed è funzionale alla costruzione del consenso politico, almeno in Italia. Niente quindi a che vedere con tutte le giustificazioni che nel corso degli anni ci sono state costruite intorno, comprese quelle di carattere ambientale e paesaggistico. Ed in particolare, credo sia immaginabile, come la caccia al cinghiale, che dal bosco finisce sulla filiera commerciale della ristorazione, rappresenti un segmento significativo del più generale business legato all’attività venatoria. Attività economica della ristorazione che, qualora il cinghiale non venisse più sparato, non ne avrebbe alcuna penalizzazione, perché è possibile allevarlo rispettando precise norme, tanto che ci sono allevamenti di cinghiale gestiti da imprese private, debitamente autorizzati. E’ indubbio comunque, che negli ultimi anni nel nostro territorio, ma non solo, il numero della presenza del cinghiale è aumentato e di molto. Ma non è giustificabile, considerata l’intensità dell’attività venatoria, con la forte prolificità della specie, e con la sua attitudine a spostarsi per parecchi chilometri. Tanto da arrivare, come accade a Fabriano, anche a ridosso o dentro i centri urbani. E se arrivano in città, non è perché i cinghiali hanno Google Map, ma perché negli anni, un’esagerata e scellerata antropizzazione ed urbanizzazione della montagna, ha spezzato quelle filiere biologiche, che avevano sempre consentito una regolarità di selezione tra specie e di approvvigionamento alimentare. Facciamo un esempio paradossale: i cantieri della Quadrilatero, per il raddoppio della ss 76, di forte impatto naturalistico ed elevato consumo di suolo, quanta selvaggina hanno costretto a migrare e spostarsi verso altre zone “più sicure e protette”? C’è l’aspetto, serio, dei danni degli ungulati arrecati alle colture; sarebbe sicuramente più efficace e riparatorio, che l’indennizzo economico venga corrisposto dalle amministrazioni competenti in tempi brevi, anziché anche anni dopo; unitamente al pensare ad incentivi per la messa in sicurezza delle colture stesse. Comunque, gli unici danni non risarciti, sono quelli che fanno nei fondi privati i cacciatori, unica categoria che il codice civile dispensa dall’intromissione nella proprietà privata altrui. Sarebbe naturale pensare che, considerato l’incremento ed estensione temporale dell’attività venatoria, e di abbattimenti selettivi durante l’anno, di cinghiali ce ne dovrebbero essere sempre meno. Ma invece ce ne sono di più. Però è anche vero che se, per assurdo, il numero dei cinghiali dovesse essere ridotto ai minimi termini, ne avrebbe penalizzazione da una parte il giro dell’attività venatoria, e dall’altra, anche quello della filiera commerciale ed economica. E quindi, non è malizioso pensare, che più cinghiali ci sono e meglio è… E che cinghiali! Se pensate che la specie autoctona dell’Appennino centrale ha capi adulti in media con pesi non superiori al quintale, si può pensare che se vengono osservati e abbattuti capi anche tendenti ad un peso doppio, qualche mescolamento genetico è avvenuto o potrebbe essere stato provocato…  Curiosa, in tal senso, è la situazione della zona del Monte Conero, dove anche lì i cinghiali proliferano e scorrazzano, che è un territorio dove storicamente il cinghiale non è mai stata una specie autoctona presente… Chi si occupa della caccia al cinghiale? I cacciatori, che la fanno tradizionalmente, nei periodi previsti dal calendario venatorio, in squadre composte fino a venti unità (moltiplicate per i voti potenziali…). Fatevi una passeggiata, ad esempio, nei giorni di caccia previsti dal calendario venatorio, per il territorio fabrianese tra Poggio S. Romualdo e Serra S. Quirico, ed assisterete a scene tipo commando alla Rambo, che si aggirano per boschi e intorno ai piccoli centri abitati; nonostante le battute di caccia siano segnalate con appositi cartelli, valutate se ve la sentite in tutta tranquillità di farvi una passeggiata a piedi o in bicicletta, o inoltrarvi nella macchia a cercare qualche fungo… (una carabina da cinghiale, se il proiettile non incontra ostacoli, può avere una gittata fino anche a 4000 m.) Oppure, sono titolari della caccia di selezione al cinghiale, gli Agenti Venatori ed i selecontrollori, singoli cacciatori abilitati e gestiti all’interno di piani di abbattimento controllato, che vengono predisposti dalle Autorità competenti. Tutto questo “circo” sopra descritto, è mio convincimento che per ragioni politiche ed economiche, avendo necessità di perpetuarsi e riprodursi (contestualmente ai cinghiali), nonostante i proclami, gli intendimenti, non porterà mai a rimettere a normalità biologica il sistema. Come fare allora? Bisogna sperimentare, e sottrarre gli interessi politici (adesso trasferitisi dalle Province alle Regioni) ed economici alla questione. Da una parte restringere il più possibile la caccia al cinghiale all’interno del calendario venatorio e non fare occupare i cacciatori dell’attività di selezione, riservandola esclusivamente ai singoli selecontrollori e agli Agenti venatori, con un rigoroso controllo. E dall’altra, come avviene in diversi Paesi europei e in qualche Regione italiana, praticare più che l’esercizio della carabina, quello dei farmaci anticoncezionali somministrati negli alimentatori posti nei boschi o nei fondi. Tra l’altro di ciò, ne beneficerebbe indirettamente anche la specie umana: dall’inizio di settembre di quest’anno ad oggi, in Italia ci sono state già 12 vittime e 20 feriti per incidenti di caccia. Facile, si direbbe. No, perché così, il legame innaturale caccia-consenso politico, verrebbe anch’esso sterilizzato…